domenica, Ottobre 24, 2021
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No Time to Die, recensione del film con Daniel Craig

La recensione di No Time to Die, nuovo capitolo della saga di James Bond con protagonista Daniel Craig. Dal 30 settembre in tutte le sale.

Bond è tornato: con No Time to Die, l’agente segreto più famoso di Sua Maestà è finalmente pronto a fare il suo ritorno sul grande schermo, sfidando – e superando – gli ostacoli posti dalla diffusione del Covid-19 lungo il suo cammino verso le sale. Dopo aver rimandato l’agognata uscita in diverse occasioni, il nuovo capitolo del longevo franchise ha finalmente una data d’uscita fissata per il 30 settembre nelle sale italiane.

Un’occasione per vedere un’ultima volta, nei panni dell’agente con licenza di uccidere, l’attore Daniel Craig (prossimamente protagonista di un nuovo franchise, quello generato da Cena con Delitto – Knives Out) a fianco delle “Bond girls” Léa Seydoux, Ana de Armas, Naomie Harris, Lashana Lynch e agli attori Ralph Fiennes, Rami Malek, Ben Whishaw e Christoph Waltz.

L’agente segreto James Bond si gode una vita tranquilla in Giamaica dopo essersi ritirato dal servizio attivo. Il suo quieto vivere viene però bruscamente interrotto quando Felix Leiter, un vecchio amico ed agente della CIA, ricompare chiedendogli aiuto: è l’unico uomo del quale si fida per liberare uno scienziato dai suoi sequestratori. Bond accetta, ma la missione si rivela più insidiosa del previsto, portando Bond sulle tracce di un misterioso villain – tale Lyutsifer Safin, un affiliato della Spectre – che è armato di una nuova e pericolosa tecnologia capace di mettere a repentaglio l’intero pianeta.

No Time to Die è l’anello di congiunzione perfetto, il capitolo capace di creare un dialogo costante tra passato e presente, traghettando la saga fin nel cuore del futuro; moderno quanto vintage nello spirito, il nuovo Bond rinnova la propria formula a base di intrattenimento spettacolare, azione, glam, spie e british humour senza mai perdere di vista il cuore della propria narrazione, l’essenza di un capitolo cruciale.

Disseminati in un iperbolico dedalo di colpi di scena e sequenze dai ritmi serrati, tema e argomento del film si muovono in continua relazione tra loro, stretti nell’abbraccio di un passo a due letterale quanto metaforico, dove ogni azione mostrata sul grande schermo rivela il peso delle proprie conseguenze, segnando inesorabilmente il destino che attende l’eroe protagonista.

Il Bond di Craig, sempre più anti-eroe tragico scolpito da luci e ombre, si delinea ancora una volta come l’agente segreto più umano dell’intera saga: fragile, malinconico e laconico quanto dotato del guizzo saettante della battuta sempre pronta, lo 007 che si è guadagnato tanto duramente la licenza di uccidere esiste solo quando, filosoficamente, è impegnato nel suo lavoro; un cogito ergo sum riveduto e corretto, nel quale il protagonista ritrova se stesso solo in missione, tra pericoli mortali e terribili nemici nei quali riflettersi con cautela, come invitava a fare Nietzsche con ogni tipo di abisso.

E il Safin di Rami Malek (premio Oscar per Bohemian Rhapsody) si colloca in questo discorso proprio come un’immagine nello specchio, un doppio speculare – ma tragico e malvagio – di un main character tormentato e afflitto dal proprio destino, una sorte dalla quale sembra impossibile scappare.

Credit: Nicola Dove.© 2021 DANJAQ, LLC AND MGM. ALL RIGHTS RESERVED.

La sceneggiatura di No Time to Die si dipana impeccabile e sicura tra intrighi e rischi globali – ombre della modernità che aleggiano pesanti sulle percezioni degli spettatori – finendo però per perdere il proprio ritmo incalzante man mano che si avvicina all’epilogo, aprendosi ad improvvisi sprazzi di sentimentalismo umano e malinconico fin troppo inatteso per una saga come quella di Bond, da sempre abituata a prendersi poco sul serio tra fiumi di Martini, Aston Martin e gadgets ultra tecnologici.

A compensare le eccessive lungaggini drammaturgiche – che potevano essere risolte al montaggio, riducendo drasticamente la titanica durata di 2 ore e 43 minuti – ci pensa la mano sicura di Cary Joji Fukunaga dietro la macchina da presa: da True Detective ad un franchise hollywoodiano, il gusto estetico per l’inquadratura e il piacere incontenibile per la (buona) azione di classe segnano il debutto del regista che si dimostra capace di regalare, al grande pubblico, un intrattenimento moderno ma immortale, nel solco della tradizione.

Nonostante la durata imponente e un ritmo più rarefatto man mano che si scivola verso l’epilogo, No Time to Die si inserisce nel solco della continuità ma chiudendo, allo stesso tempo, un ciclo: accompagnato dalla tipica malinconia che aleggia su qualunque finale, il nuovo Bond apre le porte a scenari futuri imprevedibili, regalando al pubblico un intrattenimento di classe quanto mai in linea con i primi film degli anni ’60 – come dimostrano l’estetica dei titoli di testa, la scelta della theme song cantata da Billie Eilish, la location giamaicana e il disturbante cattivo Lyutsifer Safin – e la conferma di un’eredità impegnativa.

Daniel Craig sarà a lungo il volto riconoscibile di James Bond insieme all’indimenticabile Sean Connery. Due attori completamente diversi, due facce – agli antipodi – della stessa medaglia e della stessa natura dell’agente 007, due incarnazioni dello stesso uomo dietro la maschera della spia segreta al servizio di Sua Maestà.

Guarda il trailer ufficiale di No Time to Die

GIUDIZIO COMPLESSIVO

No Time to Die è l’anello di congiunzione perfetto, il capitolo capace di creare un dialogo costante tra passato e presente, traghettando la saga fin nel cuore del futuro; moderno quanto vintage nello spirito, il nuovo Bond rinnova la propria formula a base di intrattenimento spettacolare, azione, glam, spie e british humour senza mai perdere di vista il cuore della propria narrazione, l’essenza di un capitolo cruciale.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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