domenica, Ottobre 24, 2021
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Luna Park, recensione della nuova serie originale italiana Netflix

La recensione di Luna Park, nuova serie originale italiana Netflix in 6 episodi, ambientata negli anni '60. Disponibile dal 30 settembre.

Luna Park è una nuova serie Netflix tutta italiana, disponibile sulla piattaforma dal 30 settembre. Prodotta da Fandango, la serie rappresenta una delle prime opere ad uscire sotto la gestione, come vicepresidente delle serie originali italiane, di Eleonora “Tinny” Andreatta. Andreatta è passata al colosso dello streaming dopo 25 anni in Rai, dove, come direttore di Rai Fiction, ha investito in serie del calibro de Il commissario Montalbano e I bastardi di Pizzofalcone. Il suo arrivo rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo per le produzioni Netflix nostrane; per capire se questa direzione intrapresa sia positiva, non vi resta che continuare a leggere.

Il team dietro questi sei episodi risulterà probabilmente familiare agli aficionados delle produzioni originali della piattaforma: l’ideatrice e sceneggiatrice Isabella Aguilar e la regista Anna Negri avevano già lavorato, infatti, al teen drama Baby. Le affianca alla regia Leonardo D’Agostini, dietro la macchina da presa anche nel film Il campione e attivo assiduamente nel mondo della nostra fiction (assistente alla regia ne Il maresciallo Rocca, Commesse e regista di seconda unità in Rosy Abate – La serie).

Ambientata nella Roma dei primi anni ’60, la trama di Luna Park gira intorno a due ragazze molto diverse tra loro: Nora (Simona Tabasco), scapestrata figlia di giostrai, e Rosa (Lia Grieco), ragazza di buona famiglia. Le loro strade sono destinate ad incrociarsi durante una fatidica serata al luna park, dove scopriranno di essere legate da un misterioso passato. Sullo sfondo intrighi e vicende amorose che coinvolgeranno le loro famiglie e i loro amici.

Che Netflix Italia non sia ancora riuscita a produrre una serie davvero convincente non è un mistero. Mentre Spagna e Germania possono vantare successi, sia di critica che di pubblico, come La casa di carta e Dark, noi abbiamo dovuto accontentarci dei risultati altalenanti di Suburra – La serie (di sicuro uno dei prodotti migliori, in un mare di mediocrità e indecenza). Produzioni capaci di catturare sia il gusto nazionalpopolare che le attenzioni del pubblico globale della piattaforma, offrendo anche qualcosa di diverso rispetto alla nostra TV generalista, latitano.

Luna Park tenta proprio la via della mediazione tra nazionale e internazionale, però fallendo miseramente su tutti i fronti. Il nazionalpopolare proposto è quello nell’accezione più negativa del termine: non quello della fiction di qualità (L’amica geniale, Rocco Schiavone), ma quello delle soap opera pomeridiane nostrane. Personaggi, dalla caratterizzazione al limite del macchiettistico, coinvolti in situazioni stereotipate, sullo sfondo di una Roma della “dolce vita” da cartolina.

Di internazionale abbiamo invece una confezione in linea con tante altre produzioni secondarie Netflix; regia e fotografia sono indistinguibili da quelle di altre serie provenienti dal resto del mondo (mettendo a confronto un frame di questa serie con quello della spagnola Le ragazze del centralino, per esempio, non noteremmo nessuna differenza, se non quella del setting storico). Il tutto accompagnato da una colonna sonora ruffiana, composta da diverse canzoni famose, prevalentemente anglofone.

Luna Park non riesce a soddisfare sotto nessun punto di vista; da un lato si allinea ai peggiori vizi di alcune produzioni Rai e Mediaset (Il paradiso delle signore, Anni ’50), dall’altro offre un taglio internazionale senza personalità. Si rimpiangono i classici sceneggiati di una volta, come lo storico Dov’è Anna?; di sicuro sapevano giocare meglio con intrighi e mistero.

Guarda il trailer ufficiale di Luna Park

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Luna Park è una serie che fallisce miseramente su tutti i fronti, sia su quello nazionalpopolare, che su quello internazionale. Una sequela dei peggiori vizi di alcune nostre produzioni televisive, sullo sfondo di una Roma anni '60 stereotipata, in una confezione anonima, in linea con altre serie Netflix di seconda fascia.
Marco Scaletti
Prima sono arrivati i fumetti e i videogiochi, dopo l'innamoramento totale per il cinema e le serie tv. Consumatore onnivoro dei generi più disparati, dai cinecomics alle disturbanti opere del sommo Cronenberg | Film del cuore: Alien | Il più grande regista: il succitato Cronenberg o Michael Mann | Attore preferito: Joaquin Phoenix | La citazione più bella: "I gufi non sono quello che sembrano" (I segreti di Twin Peaks)

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