In Corpus Christi, probabilmente l’opera più apprezzata di Jan Komasa, c’è una breve scena in cui il protagonista, Daniel, ha da poco iniziato a fingersi prete in una piccola comunità polacca e deve occuparsi delle sue prime confessioni. Una donna, in particolare, gli racconta di picchiare il figlio perché non conosce altro modo per fargli smettere di fumare: Daniel le consiglia di ordinargli di fumare sigarette molto forti. “Vedrà che gli passa la voglia”, le dice.
Sei anni dopo, il regista polacco riprende questo concetto del correggere i comportamenti negativi e violenti con metodi altrettanto negativi e violenti, che inducono a ripudiare il pensiero stesso di compierli – in altre parole, la “cura Ludovico” di Arancia meccanica – e ne fa uno dei punti cardine di Good Boy, il suo ultimo lungometraggio. Non si tratta del film norvegese del 2022 di Viljar Bøe, né dell’esordio horror di Ben Leonberg che ha aperto l’ultima edizione di Alice nella Città: questo Good Boy ha come protagonisti Anson Boon, Stephen Graham e Andrea Riseborough e fa parte della selezione del concorso “Progressive Cinema” della Festa del Cinema di Roma 2025. È inoltre il primo film in lingua inglese di Komasa, che torna al cinema a cinque anni di distanza da The Hater.
La trama di Good Boy
La frenetica, caotica e allucinatoria sequenza montata a regola d’arte dell’incipit ci fa tornare per un attimo a Trainspotting e inquadra perfettamente il protagonista: Tommy (Anson Boon), un diciannovenne che vive perennemente di notte, tra discoteche, violenza, vandalismi, sesso, droga e alcol. Una creatura del caos, che consuma tutto ciò che tocca e non si cura di niente e di nessuno, nemmeno dell’unica ragazza che tiene a lui. Di lì a poco infatti lo vedremo da solo, in strada, reggersi a malapena in piedi, finché una presenza si avvicina a lui e lo tramortisce.
Una volta sveglio, il ragazzo si ritrova in un seminterrato, con una catena al collo. A tenerlo prigioniero – un po’ alla Dogtooth di Lanthimos – sono Chris (Stephen Graham) e Kathryn (Andrea Riseborough), una coppia sposata che abita in una casa isolata, nelle campagne inglesi, con il figlio Jonathan (Kit Rakusen). Il loro obiettivo è semplice: costringere Tommy ad auto-riabilitarsi, a ritrovare in sé stesso delle qualità che aveva dimenticato di avere.

Tra identità sovrapposte e critica sociale
Meno chiaro è il perché lo stiano facendo, e subito (ri)entra in gioco il discorso – già presente in Corpus Christi, così come nel successivo The Hater – sulle identità che si sovrappongono: chi è il ragazzo per Chris e Kathryn? Il loro ribelle figlio maggiore? O il rimpiazzo di un primogenito perduto (magari proprio a causa di Tommy)? Oppure ancora, la più recente vittima dei loro sadici metodi rieducativi? Le risposte, almeno in parte, arriveranno, ma intanto grazie a queste ambiguità Good Boy si guadagna tutta l’attenzione che si merita, mantenendola fino alla fine con grande maestria.
Muovendosi tra il prison movie, il thriller psicologico e il dramma familiare, Komasa realizza un’altra opera cupa, oscura – eppure piena di momenti di sorprendente tenerezza -, ferocemente critica nei confronti di una società, e ancora prima di un nucleo familiare, ormai incapace di prendersi le proprie responsabilità nei confronti delle generazioni successive. E che, quando lo fa, non conosce altra via se non quella (violenta) scelta da Chris e Kathryn. Non a caso sono proprio loro i personaggi più interessanti del film, sostenuti da due magnifiche interpretazioni da parte di Riseborough e Graham.

Stephen Graham e Anson Boon
Quest’ultimo, in particolare, sembra star diventando l’attore di riferimento per eccellenza di questo tipo di cinema, legato ai fallimenti delle figure genitoriali e degli effetti degenerativi che questi hanno sui figli. Il ruolo di Chris, così inquietante nella sua lucidissima follia, all’apparenza non ha niente a che vedere con l’amorevole e premuroso (ma disattento) padre nella splendida Adolescence, eppure in qualche modo finisce per diventarne la controparte, l’altra faccia della medaglia.
Fondamentale, infine, il lavoro del regista sul volto di Anson Boon, sul quale gradualmente scompaiono la durezza e la cattiveria e, al loro posto, emergono le tracce di una grande sensibilità emotiva fino a quel momento inespressa. Good Boy si regge quasi interamente sullo sguardo ora arrabbiato, ora dolce, ora spaventato ma determinato del giovane attore, che si dimostra davvero eccezionale nella parte e tiene saldamente per le redini il film anche quando rischia di perdersi per strada. Come sul finale, che per quanto centratissimo nella sua amara constatazione di una triste realtà, chiude il cerchio forse troppo in fretta.
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