venerdì, Agosto 19, 2022
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Corpus Christi, recensione del film di Jan Komasa

La recensione di Corpus Christi, film diretto da Jan Komasa e candidato agli Oscar 2020 nella categoria miglior film internazionale.

Tre anni dopo First Reformed di Paul Schrader, bisbigli gretti, ardori soffocati e fragili sogni d’ascesi avvolgono ancora una piccola parrocchia rurale, sfondo di Corpus Christi (‘Boże Ciało’, in polacco), opera favorita agli Oscar 2020, al pari di Parasite, per la categoria ‘Miglior Film Straniero’ sebbene l’abbia spuntata, come noto, il rivale sudcoreano.

Volenteroso, il regista Jan Komasa, classe ’81, segue i passi di illustri predecessori, su tutti il Jean Delannoy del toccante Dio ha bisogno degli uomini (1950) con cui condivide l’idea portante, debitamente attualizzata: alla guida di un gregge ignorato dalla Chiesa – bolsa e ormai infettata dalla vita politica – non può che mettersi un “pezzente”, identificatosi in modo fatale col ruolo di pastore.

Se in Delannoy era un ruvido sagrestano, a far le veci del curato assente troviamo ora un giovanotto svitato (il bravo Bartosz Bielenia, quasi un Rutger Hauer ventottenne), chiuso in riformatorio per droga e, forse, omicidio preterintenzionale. Durante il percorso riabilitativo Daniel, così si chiama il ragazzo, viene travolto a tal punto dalle omelie di padre Tomasz (Łukasz Simlat) da volerne seguire l’esempio. Ma, per sincera che sia la vocazione, nessun seminario accetterebbe qualcuno con una tale fedina. Daniel non demorde: approfittando della libera uscita, concessa per lavorare in segheria, il nostro si sostituisce a un ex compagno di cella, meno screditato di lui, da poco investito dell’abito talare e mandato come nuovo vice-parroco di un borgo d’entroterra.

All’inizio Daniel fa il verso al suo “mentore”, fra spavalde prediche e consigli spicci dati in confessione, ma presto capirà di stare giocando col fuoco: chi obbedisce solo alle leggi di Dio, poco importa se goffamente, non è, infatti, bene accetto qui. «C’è chi ha ragione e chi ha il potere: lei, ahimè, appartiene ai primi» sogghigna il sindaco (Leszek Lichota), che già ridusse il vecchio curato (Zdzislaw Wardejn) a poco più di uno zerbino, schiavo della bottiglia. I paesani non sono migliori: da mesi inviano anonime lettere minatorie alla vedova (Barbara Kurzaj) dell’autista di pullman locale, ritenuto colpevole della tragica fine di una scolaresca e perciò indegno di esequie cristiane. Eliza (Eliza Rycembel), la figlia della perpetua (Aleksandra Konieczna), sa come si svolsero i fatti: furono i ragazzi a bordo, ubriachi e scomposti, a causare l’incidente. Daniel otterrà di far seppellire le ceneri dell’uomo in terra consacrata ma l’ennesima, beffarda sorpresa lo attende al varco…

A dispetto delle buone critiche, Corpus Christi manca dell’essenziale elemento che avrebbe reso la storia pungente e salda: la chiarezza del messaggio. Parafrasando l’evangelista Matteo, Daniel è un commensale “cattivo”, raccolto dalla strada, eppure degno di sedere al “banchetto nuziale” (il Regno dei Cieli) più degli invitati ufficiali. Oltre a ciò, il titolo del film fa, però, supporre che il protagonista, ancorché labile e immaturo, sia un “imitatore di Cristo”: se è vero, a cosa porta il suo sacrificio? Daniel, va detto, non “guarisce” i compaesani ma espia le colpe “al posto loro”. Non è una sfumatura trascurabile. Nell’avventura del nostro, il senso della Croce (ossia diventare, in Cristo, “nuove creature”) regredisce, così, malinconicamente al rito del “capro espiatorio”, bestia gravata di ogni iniquità del popolo e cacciata poi nel nulla. La Chiesa descrittaci veste un ruolo ora deterrente ora consolante. Mai davvero salvifico.

E certe “perle” di Daniel («Il celibato non ha senso ma le regole son regole») confermano, infine, che nell’idea di ordine, sociale o religioso, oggi condivisa (e il cinema se ne fa talvolta portavoce) manca del tutto una ricerca dell’intima verità delle cose: sempre più si è disposti ad “abbandonarsi”, pericolosamente, all’ordine come farebbe un bambino o un soldato, senza interrogarsi, rifuggendo da ogni sfumatura («Volevo vedere il mondo come lo vedevo da bambino» spiega, ad esempio, la sua vocazione un altro giovane prete in Questi giorni di Giuseppe Piccioni). Quanto di più lontano da una riflessione cristiana, sentita e consapevole (“Divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato” Corinzi 13, 11). Troppe ambiguità, dunque, troppe zone d’ombra. Peccato.

Sui temi di Corpus Christi (identità fra vocazione spirituale e ambizione di mutare il mondo, impotenza dell’uomo di fronte al Male, necessità del Sacrificio in ogni tempo) pellicole quali il succitato Dio ha bisogno degli uomini, Io e Dio (1970) di Pasquale Squitieri oppure il recente Leviathan (2014) di Andrej Zvjagincev hanno raggiunto altre profondità.

Guarda il trailer ufficiale di Corpus Christi

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A dispetto delle buone critiche, Corpus Christi manca dell’essenziale elemento che avrebbe reso la storia pungente e salda: la chiarezza del messaggio.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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