lunedì, Agosto 8, 2022
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Dogtooth, recensione del film di Yorgos Lanthimos

La recensione di Dogtooh, film di Yorgos Lanthimos del 2009. Disponibile nelle sale italiane dal 27 agosto grazie a Lucky Red.

Dogtooth (in originale “Κυνόδοντας”, lett. “canino”) di Yorgos Lanthimos è finalmente uscito nelle sale italiane dopo aver circolato in rete, sottotitolato, per oltre un decennio, riaccendendo fra gli appassionati la curiosità per la cinematografia ellenica più recente e, almeno in parte, l’annoso dibattito sulla necessità di una “morale” dell’immagine filmica; distribuisce Lucky Red.

Diverse voci (fra le più autorevoli: la semiologa turca Ipek A. Çelik e il prof. Vrasidas Karalis) indicano, alla base del copione, una pellicola del ‘72, Il castello della purezza di Arturo Ripstein, a sua volta ispirata da un fatto di cronaca, avvenuto a Città del Messico: nell’opera di Ripstein, Gabriel (Claudio Brook) segrega per diciotto anni in casa moglie (Rita Macedo) e tre figli, evitando loro ogni contatto con il turpe mondo di fuori. Accolto il veto come espressione di una più alta, divina volontà e non un sopruso, i familiari si creano ciascuno il proprio “mondo”, aiutando Gabriel nella produzione di topicida che, ogni giorno, vende per strada. La già fragile pace del gruppo cessa quando le turbe amorose dei figli maggiori a poco a poco si destano.

Lanthimos va oltre. Emulo della maga Gothel, che murò Rapunzel in un’alta torre (qui un moderno, biancastro villino alla periferia d’Atene), il pater familias (Christos Stergioglou) di questa insana “finzione” priva non solo la prole, con il tacito beneplacito della consorte (Michele Valley), di relazioni esterne, di un nome, ma della cognizione di qualsiasi norma biologica o sociale, inclusi i concetti di “identità” e “alterità”. Il primogenito (Hristos Passalis), ad esempio, dopo aver squartato un gatto in giardino, essere ignoto e ostile ai suoi occhi, si persuade – grazie ad un’indimenticabile scenata del genitore – che a morire non sia stato il “mostro”, ancora vivo e in agguato, bensì lui. Le due sorelle (Angeliki Papoulia, Mary Tsoni) si adeguano, celebrandone il funerale: avulse dalle nozioni di soggetto ed oggetto, criteri ed effetti quali possesso o parentela, assenza o presenza, consuetudine o attaccamento non hanno, infatti, per loro senso alcuno.

Tutto può essere tutto, capricciosamente: “io” o “altro”, “esterno” o “interno”, “vivo” o “morto”, “pube” o “tastiera”. La casa del pater familias è dunque una “torre di Gothel”, come nella fiaba dei Grimm, ma soprattutto un angolo del regno di Humpty Dumpty per cui le parole significavano solo ciò che egli attribuiva loro, a conferma che i paradossi dell’Alice di Carroll, volti a rammentare la definitiva “scomparsa di ogni cultura del senso” (Baudrillard, ‘81), dominano molte pagine filmiche del Duemila, specie dell’ultimo biennio – si vedano Underwater, L’uomo del labirinto, Figli, Fantasy Island. Scherzando un po’, non siamo lontani dal Pozzetto de Il ragazzo di campagna il quale, finito dentro un camion da trasloco, gridava “Aiuto! Vi siete chiusi fuori!”. Questione di punti di vista…

In Dogtooth colpisce, tuttavia, qualcos’altro. Sfiorata appena la mezz’ora di racconto, un educatore cinofilo (Alexander Voulgaris) spiega così l’essenza del suo mestiere: “Addestrare i cani è un po’ come lavorare con la creta. Plasmandoli, determiniamo ciò che saranno, codardi, intrepidi o affettuosi. Decisivi sono, poi, gli intenti del padrone. Cosa vorrà? Un cucciolo? Un amico? O, più semplicemente, un guardiano che esegua gli ordini?”. Si direbbe che l’intero film (a suo modo pregno del dissenso politico che aleggiò in Grecia nell’inverno del 2008, tutt’ora ricordato come il più aspro dal restauro della democrazia nel ‘74) sia stato concepito quasi esclusivamente per dimostrare questo. Siamo, perciò, come animali? Anzi, non siamo più che animali? Il pubblico fa spallucce: lo aveva già sentito da Von Stroheim, Boorman, Ferreri. Ciò che Lanthimos insinua, per bocca dell’educatore, è forse qualcosa di più sottile: cos’è un individuo? Cosa lo rende tale?

Leggendo Sade e Stirner, egli dovrebbe ignorare tutto ciò che è fuori di sé – usi, regole, strutture, narrazioni, modelli – se vuole divenire non tanto umano quanto l’Unico, colui che vive pienamente secondo il proprio Io. Marlon Brando ci prova in Ultimo tango a Parigi ma fallisce; fallisce perché l’individuo non esiste: questi è sempre l’esito di un incontro con fattori esterni. E se l’autenticità di precetti e virtù si riduce – come accade nel nucleo familiare in esame e non solo – ad avere o meno il potere di imporla, ciò implica che ognuno di noi sia essenzialmente figlio del caso e possa soltanto sperare che il “modellatore” toccatogli sia dei meno peggio. Potrà, ad esempio, sedere al tavolo del dott. Itard di Truffaut, conoscendo la dignità; finire nella gabbia di Danny the Dog di Leterrier, allevato come molosso da duello; o addirittura imbattersi nelle videocassette di Rocky IV e Lo squalo (tragicomico episodio di Dogtooth), imitando “meccanicamente” tic e battute come farebbe uno scimpanzé o un merlo indiano. In ogni caso, senza mai scegliere davvero alcunché. 

Notevoli, infine, gli apporti della scenografa (Elli Papageorgakopoulou) e del direttore della fotografia (Thimios Bakatakis). Per un confronto, si consigliano: Il nido di Roberto De Feo, Prima la musica, poi le parole di Fulvio Wetzl e I fannulloni nella valle fertile di Níkos Panagiotópoulos.

Guarda il trailer ufficiale di Dogtooth

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dogtooth di Yorgos Lanthimos è finalmente uscito nelle sale italiane dopo aver circolato in rete, sottotitolato, per oltre un decennio, riaccendendo fra gli appassionati la curiosità per la cinematografia ellenica più recente e, almeno in parte, l’annoso dibattito sulla necessità di una “morale” dell’immagine filmica.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Dogtooth, recensione del film di Yorgos LanthimosDogtooth di Yorgos Lanthimos è finalmente uscito nelle sale italiane dopo aver circolato in rete, sottotitolato, per oltre un decennio, riaccendendo fra gli appassionati la curiosità per la cinematografia ellenica più recente e, almeno in parte, l’annoso dibattito sulla necessità di una “morale” dell’immagine filmica.