Un film horror con al centro un cane? Messo così, Good Boy ha tutte le carte in regola per essere una potenziale sciocchezzuola. Tanto per iniziare c’è il suo chiaro elemento “cute”, la tenerezza dell’adorabile Indy, il vero cane del regista debuttante Ben Leonberg, la cui trovata principale è poi quella di adottare il punto di vista dell’animale su questa storia di fantasmi e presenze oscure.
Ogni cosa è spostata ad altezza canina. Nei primi piani sul muso dell’insolito protagonista, nella sua figura intera, nella soggettiva che prende la prospettiva di cosa Indy stia osservando e percependo nella nuova casa in mezzo ai boschi in cui si trasferisce assieme al suo padrone, Todd (Shane Jensen), che accusa un aggravamento della sua malattia ai polmoni e decide di spostarsi nell’abitazione che era del nonno. Un luogo che, si dice, pare sia sempre stato infestato e in cui i proprietari non hanno mai resistito a lungo.
Una sfida non da poco
Da subito l’ambizione maggiore di Good Boy è quella di lavorare su un contrasto interessante: l’istintivo portare a sorridere lo spettatore ad ogni inquadratura del naso rosa e umido di Indy, mentre però nel controcampo Indy sta scrutando presenze schiacciate nel buio. Perché è vero, negli angoli si annida qualcosa e Indy è il primo a rendersene conto e a penarsi nell’impossibilità di capire cosa sia.
A dare la prima spallata all’insinuazione che questo film sia una sciocchezzuola è allora il rendersi conto della davvero grandissima performance del protagonista a quattro zampe. Una creatura che rende credibili i suoi tormenti e il suo spaesamento tra scodinzolii, mugolii, sgambettate e sguardi vispi che significano quindi – e soprattutto – anche una grandissima abilità nell’addestrare Indy per ogni singola situazione e nel sapere come porlo all’interno dell’inquadratura – le riprese sono durate oltre 400 giorni, con un budget irrisorio.
Una volta che Good Boy setta lo scenario, chiarifica i paletti del discorso e fa capire di sapere usare la metodologia d’approccio adottata, qualcosa in più fa click. È qui che sboccia la definitiva consapevolezza che dietro al film non c’è solo una mera gimmick. C’è un’intera idea di cinema – e quindi di tecnica, di narrazione e di profondità emotiva – che ruota sul cane e attorno al cane.

La via per un’empatia non scontata
Ogni singolo istante è tarato per le cose che Indy, in quanto cane, sa e sa interpretare. Certi indizi di contesto prendono la scorciatoia di cose dette da Todd ad alta voce e che arrivano direttamente allo spettatore, ma la maggior parte degli snodi principali passano per la comprensione che ne ha il protagonista. Persino alcuni tratti misterici e inquietanti, come quelli dei “sogni” che Indy fa e in cui vede il cane che abitava prima nella casa, tra le intuizioni meglio integrate, coerenti e anche piuttosto toccanti per la maniera in cui Good Boy vuole parlare di testimonianza e affetti.
Il film dura appena 73 minuti (forse avrebbe giovato addirittura di un pelo in meno) e in questo tempo riesce a convertire con efficacia una banale storia di fantasmi in un qualcosa che striscia nel sangue di questa famiglia, di amori perduti, di dolori e di angoscianti elaborazioni. Nella sua semplicità, è un’idea pazzesca per la lucidità con cui è resa la visualizzazione da incubo che sta nel rischio della perdita di una persona cara – fateci caso, di Todd non è quasi mai mostrato il volto.
Insomma, Good Boy è un ottimo film horror e colpisce nel segno non perché al centro ha un cane, ma perché attraverso la presenza del cane passa tutta una sfera sensoriale e sentimentale interspecie. E la sfida vinta da Leonberg (prepariamoci: non tarderà ad arrivare il suo secondo film) sta nell’essere riuscito a riconfigurare nella cornice di un genere talmente flessibile un credibile slittamento di sguardo, superando il binomio padrone-animale e trovando la pulsazione di un’empatia alla pari tra esseri viventi.


