Il marchio è A24, che produce e distribuisce: forme asfissianti da cinema d’essai ma con grammatica visiva “cool”, di grana pastosa e colori in saturazione. Le pulsioni sono quelle del contemporaneo: come e cosa può essere la genitorialità nel nostro presente di frenesie lavorative, depressioni collettive e orizzonti… quali orizzonti?
Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein (scrive e dirige) è pacchetto di simbolismi messi in regime di film, elaborazione di una maternità portata al collasso. “Posso essere triste?” (si) chiede la Linda di una grande Rose Byrne (per il ruolo ha vinto il premio alla miglior performance al Festival di Berlino 2025), sul punto di esplodere quando nel soffitto dell’appartamento si apre un buco che sprofonda come se fosse un collo uterino nel nero della psiche.
Di cosa parla Se solo potessi ti prenderei a calci
Da una parte: ho tempo materiale per esserlo, cioè triste, lasciata sola da un marito lontano per lavoro con una figlia mai inquadrata in volto, malata di una malattia che non si vede e si dichiara nei lamenti, nelle insistenze, riflessa nell’esasperazione di una madre “elastica”, tirata e tirata e tirata oltre ogni soglia di umana sopportazione.
Dall’altra parte: essere triste è ciò che ci si aspetterebbe da, appunto, una madre che deve fronteggiare la malattia della figlia? Con la tristezza e con i dolori d’altronde la nostra società, dell’ultraperformance e del benessere performato e ad ogni costo, ha un conto in sospeso grande come una casa. E se tristezza intravede, medicalizza: Linda stessa è una terapista (che succede se è la terapista la persona sull’orlo di una crisi di nervi?), a sua volta in cura dal collega in fondo al corridoio (Conan O’Brien).
Bronstein sceglie colori marci e acidi (la fotografia è di Christopher Messina) per appestare l’aria che respira questa donna, alla quale la regista resta vicinissima, togliendole ossigeno quando stringe sul volto, cancellando dal film la profondità di campo e tagliando fuori la possibilità persino di chiedersi cosa possa essere il domani. Ogni giorno è uguale al precedente (Linda li confonde di continuo), ogni angoscia da annegare nell’alcol o nelle droghe che prova a farsi procurare dal sovrintendente dell’hotel (il rapper A$AP Rocky, quest’anno anche in Highest 2 Lowest di Spike Lee) dove ha preso alloggio con la figlia.

Una performance che fa il film
Così Se solo potessi ti prenderei a calci strozza quando tra un collasso del film e l’altro ti conduce con un’ironia esasperata al riso amaro. Nevrosi, bip, decadimenti. Un assalto sensoriale a cui Byrne risponde mettendo ad argine il suo volto, sopra il quale accumula tensioni e trattiene un sorriso grottesco che appare sempre in procinto di spezzarsi come una porcellana o liquefarsi sotto la minaccia della precarietà mentale. Una performance che si inabissa quando incrocia il nero siderale di un terrore cosmico (ricordate quel buco nero nell’appartamento) che fa rima sulla disgregazione della convinzione genitoriale, più nello specifico nel ruolo di una maternità disallineata, che non vuole più rispondere al ritaglio conformatole per convenzione.
Il film lo fa insomma per metà Byrne. Anche perché, sul corso dell’ora e cinquanta che dura, Se solo potessi ti prenderei a calci si disvela probabilmente troppo ricorsivo nella dinamiche e nella compressione da stress psicologico in cui insiste ancora e ancora. Nonostante ci sia da riconoscere a Bronstein soprattutto il merito di non cercare mai di nascondere la platealità del suo discorso metaforico, ma anzi di cavalcarla fino al parossismo di un finale di liquidi e liquami, di corpi sfiniti e perforati dalle intrusioni esterne.


