Ne sono usciti di film d’animazione sugli animali ultimamente: Zootropolis 2 è stato l’ultimo del 2025, ma non molto tempo prima abbiamo visto il super indipendente Flow – Un mondo da salvare dare battaglia a Il robot selvaggio della Dreamworks alla scorsa edizione degli Oscar, che ha visto il primo uscirne vincitore quasi a sorpresa. Non che prima non si facessero, anzi, gli animali sono sempre stati un potente catalizzatore per attirare i bambini, i quali a loro volta portano intere famiglie al cinema.
Eppure non è solo una questione commerciale, perché se alcuni film sono semplicemente rielaborazioni in chiave faunesca di storie umane – Il re leone e l’Amleto, per dirne una – altri invece abbracciano il mondo naturale per imbastire discorsi su ambientalismo, disuguaglianze sociali e razziali, l’importanza di appartenere a una comunità. Jumpers – Un salto tra gli animali, il lungometraggio Pixar numero 30 (nell’anno del 40° anniversario dalla fondazione dello studio), fa parte di quest’ultima categoria.
Da umano a castoro
La protagonista di Jumpers è infatti Mabel (Tecla Insolia in italiano, Piper Curda in originale), una ragazza di diciannove anni che ha sempre provato una connessione unica con gli animali. Da piccola cercava di salvare le creature ingabbiate nelle teche scolastiche, oggi invece si batte in una lotta impari contro il sindaco Jerry (Francesco Prando/Jon Hamm), il cui progetto di costruire un’autostrada minaccia di distruggere uno stagno a cui la giovane è molto legata: era infatti il luogo preferito da lei e dalla nonna (da poco deceduta), l’unico in cui si sentissero in pace.
L’occasione giusta arriva grazie a una tecnologia sperimentale e top secret chiamata “Jumpers”, appunto, che le permette di trasferire la propria coscienza nel corpo di un castoro sintetico ed estremamente realistico. Mabel si infiltra così tra le fila delle creature che abitano la foresta, cercando di convincerli a ripopolare lo stagno, trovando allo stesso tempo qualcosa che non aveva mai avuto: qualcuno con cui combattere per i propri ideali.

Sulle orme di Zootropolis
I tre esempi citati in apertura hanno in comune la totale assenza dell’essere umano, che sia perché – come in Zootropolis 2 – gli animali ne sono una chiara metafora, o perché – come in Flow e Il robot selvaggio – il punto è proprio sottolinearne la scomparsa, o addirittura suggerirne la possibile estinzione. Nel film diretto da Daniel Chong la nostra specie torna invece centrale, e insieme ad essa il rapporto tra la sconfinata avidità che ci caratterizza e la nostra vittima primordiale, la natura.
In Jumpers si dice spesso che anche noi ne siamo parte integrante – lo dicono gli animali, in realtà, mentre Mabel li avverte: gli umani non si considerano tali -, e tutto il film porta avanti con convinzione l’idea di una convivenza pacifica e collaborativa tra specie, seguendo le orme di molte opere del genere, non ultimo Zootropolis. Anche se, probabilmente, il sottotesto più evidente ripreso dalle avventure metropolitane di Judy Hopps e Nick Wilde è quello politico, perché parlare, nel 2026, di animali dislocati dal loro luogo d’origine che si ribellano al proprio destino non può che richiamare la situazione attuale non solo negli Stati Uniti, nell’epoca della caccia agli immigrati ad opera dell’ICE di Donald Trump, ma soprattutto al genocidio in corso a Gaza da parte di Israele.
Per il resto, il film si muove su temi e binari classici dei film Pixar: l’incontro con il fantastico, il valore del lavoro di squadra e della famiglia, i rapporti (a volte conflittuali, a volte dolcissimi) tra generazioni. Lo fa però con la consueta e sempre ammirevole abilità di mescolare toni e generi – qui si passa dal film ambientalista alla commedia, dalla fantascienza all’action puro, e nel mentre si ride e ci si commuove – e con il solito, impeccabile stile d’animazione, che anche dopo quarant’anni non smette di essere estremamente espressivo.

Il problema linguistico
Apprezzabile, in tal senso, l’idea di modificare l’aspetto degli animali – realistico o cartoonesco – in base a chi li guarda (e chi li ascolta). Non si tratta di una scelta meramente stilistica, bensì di rispecchiare una questione linguistica ben più complessa – e sempre più presente in questo tipo di film – che riguarda la parola animale. Ne Il robot selvaggio la protagonista la studiava e la imparava grazie alle sue doti robotiche, in Jumpers invece basta semplicemente “diventare” un castoro.
La sua comprensione, dunque, non è più innata, né per lo spettatore né tantomeno per i personaggi, ma va giustificata tramite qualche stratagemma narrativo di tipo magico o, più spesso (come in questi casi), tecnologico. Se tale giustificazione non è possibile, ecco che abbiamo Flow, dove non viene pronunciata alcuna parola. Può sembrare un elemento di poco conto, ma è emblematico della distanza che ormai ci separa da tutto ciò che non è umano; inoltre, apre una questione fondamentale: e se, nell’era dell’iperconnessione di massa, in cui tutti hanno una incontrollabile voglia di condividere il nulla con il resto del mondo e di scambiarsi informazioni, dati e contenuti spesso vuoti, avessimo perso il significato del termine “comunicare”?
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