Che siano presenti o, per una ragione o per l’altra, in qualche modo latitanti, una cosa è certa: i padri sono croce e delizia nell’esistenza di ogni individuo. Uno dei rapporti fondamentali nella vita di tutti noi, che contribuisce a formare molti degli aspetti del nostro carattere e della nostra personalità. Come appena accennato, anche l’assenza del padre influisce profondamente sul chi siamo destinati a diventare, a volte ancora di più della sua partecipazione attiva alla nostra crescita ed educazione.
I padri assenti del cinema
Registi come Wes Anderson, per esempio, ci hanno costruito una carriera sui personaggi dai padri assenti, sia perché colpevolmente distanti e anaffettivi (il Royal interpretato dal mai troppo compianto Gene Hackman ne I Tenenbaum) che a causa della loro prematura dipartita (l’orfano Zero di Grand Budapest Hotel, che trova una figura sostitutiva nel concierge Monsieur Gustave). Un tema ricorrente anche nel lavoro di tanti altri autori, che si parli del cinema più popolare (la saga di Guerre stellari) o di opere più intimiste e d’autore (il recente Sentimental Value).
Proprio il bellissimo film di Joachim Trier, con protagonista la splendida Renate Reinsve, racconta la storia di un genitore menefreghista e irreperibile, interpretato dal grandissimo Stellan Skarsgård, il tutto dal punto di vista di un testimone particolare: la casa di famiglia. Una cosa simile avviene anche in Creature luminose, pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Shelby Van Pelt da poco disponibile su Netflix. L’adattamento diretto da Olivia Newman (La ragazza della palude), infatti, mette in scena la vicenda di un giovane uomo in crisi, alla ricerca del padre mai conosciuto, da un punto di vista altrettanto bizzarro, quello di un polpo.

Una storia raccontata da un punto di vista bizzarro
Nella cittadina di Sowell Bay, Tova (Sally Field) porta avanti una vita semplice e abitudinaria come donna delle pulizie dell’acquario locale. L’esistenza dell’anziana donna, fatta di incontri con le amiche pettegole e turni di lavoro notturni, è destinata a prendere una piega inaspettata con l’arrivo in città di Cameron (Lewis Pullman), giovane musicista squattrinato in cerca del padre. Due individui apparentemente agli antipodi, ma destinati a instaurare una strana e sincera amicizia sotto gli occhi vigili di Marcellus (in originale doppiato da Alfred Molina), vecchio polpo dell’acquario sempre pronto a osservare e commentare i comportamenti di quelle “bizzarre creature” che vivono al di là del vetro.
Un protagonista della generazione millennial – quelli nati fra l’inizio degli anni ’80 e la metà dei ’90 – in crisi arriva in un placido e stravagante microcosmo di provincia alla ricerca del genitore che non ha mai conosciuto, o meglio di se stesso. Un topos ormai consolidato e reiterato fino alla nausea, soprattutto da certo cinema indipendente Made in USA (Shiva Baby, Actual People). Cameron è l’ennesimo personaggio fra i trenta e i quarant’anni sfigatello, che sembrerebbe rimasto indietro nel suo percorso di vita rispetto ad alcuni coetanei, vagheggiando ancora il sogno di sfondare con la sua band alternative rock.

Un tono fiabesco che non riesce a salvare il film
La cittadina di provincia, popolata da personaggi bizzarri e caratteristici (il proprietario della bottega locale, interpretato da Colm Meaney, ex hippie irlandese appassionato dei Grateful Dead), ricorda a tratti il sonnecchiante villaggio scozzese al centro delle vicende di Local Hero, atipico comedy-drama scritto e diretto da Bill Forsyth negli anni ’80. Un contesto che assieme alla voice over del polpo, narratore inusuale della nostra storia, contribuisce a conferire a Creature luminose una trasognante atmosfera fiabesca.
Una scelta di tono volta a distinguere un minimo il film dalle tante opere dal soggetto simile, ma che purtroppo non aiuta un granché. Creature luminose è infatti affetto da un piattume generale irrecuperabile, pura mediocrità da Sundance confezionata a tavolino. Per citare una battuta del succitato Hackman nel meraviglioso neo-noir Bersaglio di notte, dove il suo cinico detective si trova a commentare la sua personale esperienza con un film di Rohmer, “è come guardare la pittura asciugare”, nonostante la dolcezza di Sally Field illumini sempre lo schermo.


