Passiamo larga parte della nostra esistenza nel contesto domestico, tanto che “se queste mura potessero parlare”, come afferma un famoso modo di dire, restituirebbero un fedele ritratto della nostra vita e di quella delle persone a noi più vicine. La casa come custode della memoria storica è un tema ricorrente nel cinema, forma d’arte capace di trasformarsi in una prodigiosa macchina del tempo (le cronache familiari che si avvicendano nel recente Here di Robert Zemeckis, tutte raccontante dal solito punto di vista statico, ma in grado di attraversare le varie epoche).
La casa assume un ruolo testimoniale centrale, se non quello di vero e proprio personaggio. Nel cinema di genere orrorifico, per esempio, spesso si fa addirittura antagonista, con dimore diventate ricettacoli di energia negativa a causa di tragici eventi passati (pensiamo alle classiche pellicole a tema case infestate, come Gli invasati di Robert Wise o Dopo la vita di John Hough). Ma le cicatrici di una o più vite non devono per forza assumere caratteristiche soprannaturali per tornare a tormentare gli inquilini di un edificio, a volte ne basta il drammatico ricordo.
Joachim Trier torna a collaborare con Renate Reinsve
Il ricordo di una tragica dipartita, o semplicemente dei violenti litigi fra una madre e un padre, sono più che sufficienti ad alimentare le nostre inquietudini e a segnare per sempre la nostra esistenza. È così anche in Sentimental Value, nuova fatica del regista norvegese Joachim Trier, che dopo il folgorante esordio allo scorso Festival di Cannes, dove ha ottenuto il Grand Prix Speciale della Giuria, arriva anche nelle nostre sale a partire dal 22 gennaio grazie a Lucky Red e Teodora Film.
Dopo La persona peggiore del mondo, che si potrebbe considerare come il suo personale aggiornamento in salsa millennial della miniserie Scene da un matrimonio di Bergman, Trier torna a collaborare, per la terza volta, con l’attrice Renate Reinsve, qui anche in veste di produttrice, ormai eletta ufficialmente allo status di sua musa personale. La sceneggiatura, come sempre, è cofirmata dallo stesso regista insieme all’inseparabile Eskil Vogt.

Di cosa parla Sentimental Value
Nora Borg (Reinsve) è un’attrice teatrale di talento, ma che soffre anche di una profonda ansia da palcoscenico. A causa della morte della madre Sissel (Ida Marianne Vassbotn Klasson), la giovane donna torna alla casa natale a Oslo per partecipare al funerale. E qui che Nora e la sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) incontrano di nuovo il padre, il regista Gustav Borg (Stellan Skarsgård), che dopo il divorzio con la moglie non è mai stato molto presente nella vita delle due figlie.
Visto il rinnovato interesse per la sua opera, il regista ha in progetto di realizzare un nuovo film dopo anni di assenza dalle scene. Una pellicola di natura intima, ispirata alla madre suicida, da girare proprio fra le mura della casa di famiglia. Gustav arriva addirittura a proporre il ruolo della protagonista a Nora, che prontamente declina l’offerta visti i loro burrascosi trascorsi. Dopo una retrospettiva a Cannes del suo lavoro, l’uomo ottiene l’inaspettata collaborazione della star hollywoodiana Rachel Kemp (Elle Fanning). Ma sarà possibile mettere in scena una storia così personale con un’attrice che non sia la figlia?

La casa come narratore
Una lenta panoramica su Oslo – che osserva lo skyline della città dalla periferia, attraverso una folta schiera di alberi -, si rivela presto la soggettiva di una casa dallo stile spiccatamente scandinavo, con assi di legno marroni e rifiniture rosso fuoco. Lente carrellate, sulle note di “Dancing Girl” del cantautore americano Terry Callier, ci mostrano dettagli dell’esterno dell’edifico, ovvero del nostro narratore. La casa, infatti, è la voce fuori campo pronta ad introdurci alla storia della famiglia che ha dimorato per decadi fra le sue mura, osservandone ogni azione, ogni gioia, ogni dolore.
Un narratore onnisciente, che conosce i più intimi pensieri dei protagonisti. Un testimone invisibile, come lo spettro del recente Presence di Steven Soderbergh, che ha assistito a secoli di storia (la famiglia di Nora ha abitato in quella casa sin dai tempi del suo trisavolo). Una storia che spesso si è tinta di tragedia, come per la madre di Gustav, membro della resistenza norvegese durante l’occupazione tedesca, imprigionata e torturata senza pietà dai nazisti nel campo di Grini. Un orrore che si è portata dentro per tutta la vita, nonché probabile causa del suo suicidio, eseguito una volta concluso il suo ruolo di madre, quando il figlio ha lasciato il nido domestico.

La storia di un padre assente
Ma se l’evento principale di Sentimental Value non tocca la drammaticità di questa piccola digressione sul passato, non per questo è latore di una sofferenza meno degna di nota: la storia di un padre assente, uno dei temi cardine di Trier, presente anche nel precedente La persona peggiore del mondo. Un uomo immerso totalmente nella sua arte, tanto da riuscire a dimostrare il suo affetto solo mediate la realizzazione di un progetto in cui coinvolgere i suoi cari (la figlia Agnes, quando aveva solo undici anni, ha recitato in un suo film diventando, almeno per un breve periodo, il centro del suo mondo).
Joachim Trier sforna un altro filmone
Sentimental Value si inserisce nel filone di quei drammi familiari, raccontati da un punto di vista particolare, usciti nell’ultimo anno (i succitati Here e Presence), risultando, senza alcun dubbio, il più riuscito fra questi, riuscendo ad andare al di là di un mero gimmick tecnico-formale. Complice anche il meraviglioso cast, il cui cuore è il terzetto composto da Reinsve, Lilleaas e Skarsgård, quest’ultimo fresco di Golden Globe proprio per il ruolo in questione. Tre attori che dimostrano una chimica fuori dal comune, le cui performance, in un certo senso, si completano a vicenda. Dopo il bellissimo La persona peggiore del mondo, Joachim Trier sforna un altro filmone, oltretutto molto diverso dal suo predecessore.


