Kontinental ’25 conferma un momento particolarmente fertile per il cinema romeno. Cristian Mungiu ha appena riportato la Romania al centro del discorso cinematografico internazionale con la Palma d’Oro per Fjord (la seconda della sua carriera dopo quella vinta nel 2007 con lo splendido 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni), mentre Radu Jude continua a essere una delle voci più libere, corrosive e riconoscibili del cinema europeo contemporaneo. Due autori diversissimi, ma accomunati dalla capacità di trasformare il proprio Paese in un laboratorio morale e politico, un luogo da osservare non come periferia dell’Europa, ma come suo specchio deformante.
Il film è stato girato in dieci, forse undici giorni, con un iPhone 15. Detto così potrebbe sembrare un vezzo, oppure il manifesto di un’estetica povera per necessità. In realtà, come spesso accade nel cinema di Radu Jude, il vincolo diventa linguaggio. Esteticamente il film è al limite dell’amatoriale: l’immagine sembra priva di abbellimenti, la fotografia di Marius Panduru lavora per sottrazione, la macchina da presa guarda i personaggi frontalmente, li segue, li spia, li lascia parlare. Eppure, proprio questa apparente semplicità diventa affascinante perché dietro c’è un grande regista e un grande autore.
La trama di Kontinental ’25
Il film è ambientato a Cluj-Napoca, capitale non ufficiale della Transilvania e seconda città della Romania, un luogo bellissimo e storico, ma sempre più inaccessibile per chi non può permettersi di abitarlo. La protagonista è Orsolya Ionescu (Eszter Tompa), un’ufficiale giudiziario di mezza età incaricata di sfrattare Ion Glanetașu (Gabriel Spahiu), un senzatetto che si è sistemato nel seminterrato di un edificio abbandonato. Quel palazzo dovrà essere demolito per lasciare spazio a un hotel di lusso, il Kontinental Boutique, da cui il titolo del film.
Prima ancora di introdurre Orsolya, Radu Jude dedica a Ion un lungo prologo. Lo si vede raccogliere plastica, bottiglie, oggetti, piccoli resti di un mondo che gli concede soltanto scarti. Si muove dentro uno spazio urbano che sembra tollerarlo a fatica, come se fosse un corpo fuori posto. Poi entra nella sua “casa” e lo spettatore capisce quanto poco possiede e quanto sia fragile la sua presenza nel mondo. Quando Orsolya arriva con le forze dell’ordine per sfrattarlo, gli concede una ventina di minuti per raccogliere le sue cose.
Al suo ritorno, Orsolya trova Ion impiccato. Il suicidio avviene fuori campo, ed è per questo che la scena diventa ancora più forte. Radu Jude non mostra il gesto, fa sentire i lamenti, il panico, la confusione. L’inquadratura resta su un foglio, sul documento dello sfratto, come a voler suggerire il vero colpevole. Non è suicidio. È omicidio. Da quel momento Orsolya precipita in una crisi di coscienza e un senso di colpa che nessuno riesce davvero a consolare.

Una colpa europea
Il titolo Kontinental ’25 si rifà esplicitamente a Europa ’51 di Roberto Rossellini, film che compare anche in una locandina sullo sfondo all’interno di un cinema d’essai. Le circostanze narrative sono molto diverse, ma il nodo profondo è simile: la colpa che si fonde con il divario di classe, il cortocircuito scaturito tra un dramma personale e il tessuto sociale, umano e politico che lo circonda.
Il film segue Orsolya mentre cerca di esorcizzare il senso di colpa parlando con chiunque: la madre (Annamária Biluska), una vecchia amica (Oana Mardare), un ex studente di giurisprudenza diventato fattorino (Adonis Tanța) e un prete ortodosso (Șerban Pavlu). Tutti parlano, tutti ragionano, tutti commentano, ma nessuno riesce a toccare il centro della questione. Il risultato è un film fatto di conversazioni lunghissime e apparentemente statiche, ma sempre attraversate da una tensione morale. Radu Jude mette i personaggi davanti alla macchina da presa e li lascia parlare fino a quando le loro parole non si incrinano, fino a quando l’umanità, l’ipocrisia, la paura e il privilegio non vengono fuori insieme.
Dentro questi dialoghi passa di tutto: la crisi abitativa della Romania, l’economia post-socialista, il nazionalismo, la precarietà del lavoro, il razzismo, il peso della religione. Orsolya prova a dichiararsi colpevole, ma spesso sembra anche cercare un modo per non esserlo davvero. Gli altri provano ad assolverla, ma nel farlo rivelano un mondo che ha già assolto sé stesso troppe volte. La domanda non è solo: “Di chi è la colpa?”, ma: “A cosa serve sentirsi in colpa se poi il mondo continua esattamente come prima?”.
Un mondo disabitato
L’ambientazione è uno degli elementi cruciali del film. Cluj è un luogo attraversato da stratificazioni storiche, culturali e linguistiche: la Transilvania ha un passato legato all’Ungheria, una presenza ungherese ancora massiccia e una memoria politica che il film fa emergere nei dialoghi, nei risentimenti, nelle battute, nelle tensioni familiari. Il fatto che Orsolya sia ungherese non è un dettaglio laterale, ma una fessura attraverso cui Jude lascia entrare il tema dell’identità, dell’appartenenza, della violenza verbale e del sospetto reciproco.
La Romania di Kontinental ’25 appare spesso come un posto vuoto, non perché privo di storia. Anzi, ci sono case, piazze, chiese, luoghi storici, scorci urbani, ma mancano le persone. O meglio, le persone sembrano fantasmi dentro spazi già venduti, consegnati alla logica del profitto. È un mondo disabitato, un mondo dove gli edifici contano più degli esseri umani, dove un seminterrato può valere più di una vita se al suo posto deve nascere un hotel. La regia documentaristica, le inquadrature fisse, la povertà apparente dell’immagine producono un effetto di verità quasi neorealista. Rossellini torna anche qui, non soltanto nella citazione esplicita, ma nell’idea che il cinema possa guardare il reale senza decorarlo troppo.

Guardare senza intervenire
Ma la forza più grande di Kontinental ’25 è la sua capacità di essere ironico, graffiante, pungente, dissacrante, senza mai perdere il senso della tragedia. Jude non chiede allo spettatore di commuoversi e fa qualcosa di molto più scomodo: lo costringe a stare fermo davanti al meccanismo. Nei primi venti minuti lo spettatore guarda Ion senza poter intervenire. Poi assiste alla sua morte, poi alle conseguenze, e sente qualcosa di molto vicino al senso di colpa di Orsolya. Anche lui era lì. Anche lui ha guardato. Anche lui sapeva che non era soltanto un film, perché quello che accade sullo schermo accade, in altre forme, nel mondo vero.
Per questo Kontinental ’25 è un film piccolo solo in apparenza. È girato con mezzi minimi, ma ha dentro un’ambizione enorme. Vuole parlare della Romania, certo, ma anche dell’Europa intera: un continente che si racconta come civile, democratico, inclusivo, e poi lascia fuori campo i suoi scarti umani. Sullo sfondo premono Gaza, l’Ucraina, Orbán, le guerre culturali, i populismi, la precarietà. Il presente sta sempre appena fuori dall’inquadratura, con il fiato sul collo.


