Chris Columbus torna alla regia di un progetto targato Netflix dopo Qualcuno salvi il Natale 2 del 2020. Il regista di classici intramontabili come Mamma, ho perso l’aereo, Mrs. Doubtfire e i primi due capitoli della saga cinematografica di Harry Potter adatta per il colosso dello streaming Il club dei delitti del giovedì, bestseller omonimo di Richard Osman, e lo fa scegliendo una strada ben precisa: costruire un giallo corale che si regge più sullo sguardo intimo dei suoi personaggi che sulla forza del colpo di scena.
Per intenderci: Il club dei delitti del giovedì non è un whodunit alla Rian Johnson, fatto di ironia caustica e ribaltamenti narrativi clamorosi; piuttosto, è un film che abbraccia in pieno lo spirito del più tradizionale dei cozy crime, dove il mistero diventa occasione per indagare non solo i legami umani, ma anche i silenzi e i rimpianti della vecchiaia.
La storia è quella di quattro irrefrenabili pensionati, appassionati di omicidi irrisolti, che decidono di impegnarsi nella risoluzione di un misterioso delitto per dare una svolta alla loro monotona vita in una residenza geriatrica.

Un vero e proprio percorso di deduzione
Columbus si muove con l’esperienza del narratore classico alla quale ci ha sempre abituato. La sua regia non ricerca mai il virtuosismo, prediligendo inquadrature statiche e movimenti di macchina fluidi, al fine di lasciare agli attori lo spazio per muoversi liberamente all’interno di un luogo che è insieme rifugio e palcoscenico: Cooper’s Chase, la residenza per anziani in cui hanno luogo le vicende narrate, è un organismo vivo che custodisce ricordi e segreti, valorizzato dalla fotografia calda e avvolgente di Don Burgess (assiduo collaboratore di Robert Zemeckis).
Dal punto di vista narrativo, la sceneggiatura di Katy Brand e Suzanne Heathcote è altrettanto disciplinata: non c’è mai il desiderio di sorprendere con accelerazioni narrative improvvise, ma quello di infondere ritmo alla storia attraverso la rivelazioni degli indizi, come se questi ultimi fossero una serie di piccole finestre narrative al fine di evitare un’unica enorme deflagrazione finale. È una scelta che riflette il tono generale del film, che trova la sua ragion d’essere non tanto nel sensazionale colpo di scena, quanto piuttosto nell’accompagnare lo spettatore in un vero e proprio percorso di deduzione.

Un quartetto protagonista straordinario
Il romanzo originale di Osman si distingueva per la struttura diaristica, in particolare attraverso la voce di Joyce, che dava al racconto un tono intimo e confidenziale. Columbus e le sceneggiatrici rinunciano a questo espediente, consapevoli che in una trasposizione filmica rischiava di essere ridondante; al contrario, scelgono di trasformare la narrazione in un dialogo corale.
Il cuore pulsante de Il club dei delitti del giovedì è infatti costituito dai protagonisti, il gruppo di quattro investigatori anziani. Helen Mirren tratteggia Elizabeth come una donna abituata a dominare la scena con silenzi e sguardi prima ancora che con le parole. Ben Kingsley, nel ruolo di Ibrahim, lavora sulla precisione dei tempi comici, costruendo un personaggio che è rigido ma anche sorprendentemente tenero. Celia Imrie offre a Joyce una dimensione più osservativa che attiva, ma è proprio in questo sguardo laterale che risiede la sua forza. Infine, Pierce Brosnan porta in Ron un’energia più spavalda, a volte eccessivamente accentata, ma capace di bilanciare il gruppo con un calore quasi paterno.
Intorno a loro, Columbus dissemina una manciata di comprimari di tutto rispetto: Naomi Ackie e Daniel Mays incarnano la componente procedurale della polizia con grande spirito, Jonathan Pryce regala profondità al lato privato di Elizabeth, mentre David Tennant e Richard E. Grant aggiungono colore al versante più grottesco della vicenda.
La condizione dell’età come risorsa narrativa
L’elemento più interessante è come il film trasformi la condizione dell’età in una risorsa narrativa. I protagonisti, infatti, usano la propria invisibilità sociale come un’arma: proprio perché anziani, non vengono presi sul serio, e proprio per questo possono osservare meglio, muoversi sotto traccia, insinuarsi negli spazi vuoti che i più giovani ignorano (volutamente e non). C’è qui una riflessione sulla comunità e sulla resilienza che va oltre il semplice intrattenimento. Columbus ci mostra che il comfort non è sinonimo di anestesia, ma un modo per affrontare la morte e la perdita con ironia e dignità.
Bisogna riconoscere, però, che non tutto funziona alla perfezione: la scelta di lasciare alcune linee narrative aperte dà l’impressione di un “pilot di lusso”, pensato per avviare un franchise (in effetti, la serie di Osman vanta ben cinque romanzi, dunque il materiale c’è). Inoltre, chi si aspetta il brio sarcastico dei moderni whodunit potrebbe percepire il risultato finale come eccessivamente controllato, fin troppo pettinato.

Guardare il mondo da un prospettiva diversa
Il club dei delitti del giovedì non reinventa il giallo, ma lo restituisce in una forma narrativa elegante e profondamente umana. Chris Columbus orchestra un racconto che vive della sua coralità, ma anche della capacità di unire mistero, investigazione e malinconia. L’espediente del delitto è un pretesto per parlare di memoria, resilienza, invisibilità, e riflettere sulla caducità del tempo e sull’appartenenza ad una comunità.
Accompagnando lo spettatore in un viaggio fatto di atmosfera, ironia e complicità, Il club dei delitti del giovedì ci ricorda che l’età avanzata non deve per forza essere una resa, ma può trasformarsi in una prospettiva diversa attraverso cui continuare a fare esperienza del mondo.


