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E i figli dopo di loro, recensione del film di Ludovic e Zoran Boukherma

Presentato in concorso all’81ª Mostra del Cinema di Venezia, E i figli dopo di loro arriva al cinema dal 14 maggio distribuito da Fandango.

In concorso all’81ª Mostra del Cinema di Venezia, da cui è uscito premiato grazie all’ottima prova del protagonista Paul Kircher (vincitore del Premio Marcello Mastroianni come miglior attore emergente), E i figli dopo di loro è diretto dai fratelli gemelli Ludovic e Zoran Boukherma, classe 1992. Nonostante la giovane età, i Boukherma hanno già all’attivo quattro film, segno di una produttività notevole e di una voglia di cinema molto evidente.

Nati a Marmande, piccolo centro francese lontano dalle grandi metropoli, sembrano conoscere bene quel tipo di provincia sospesa, chiusa, calda, attraversata da noia, desiderio e frustrazione. Un luogo che, pur non essendo esattamente quello raccontato nel film, gli somiglia nello spirito: periferico, appartato, apparentemente immobile, ma pieno di tensioni sotterranee. Tratto dall’omonimo romanzo di Nicolas Mathieu, grande successo di critica e pubblico, E i figli dopo di loro si presenta subito come un’opera ambiziosa, ampia e imponente. Dura 144 minuti e vuole raccontare tutto: l’adolescenza, il desiderio, la violenza, i padri, i figli, la Francia operaia, l’immigrazione, la rabbia sociale, la crescita. Forse troppo. Ma proprio in questa voglia smisurata di raccontare sta anche il suo fascino.

Di cosa parla E i figli dopo di loro?

Il film parte proprio dall’anno di nascita dei registi, il 1992, come se i due volessero tornare non solo a un tempo storico preciso, ma anche a un’origine personale. E i figli dopo di loro segue quattro estati, dal 1992 al 1998, anno dei Mondiali di calcio ospitati e vinti dalla Francia. Al centro della storia ci sono Anthony (Paul Kircher), Stéphanie (Angelina Woreth) e Hacine (Sayyid El Alami): tre adolescenti diversi per origine, classe sociale e prospettive, ma destinati a incrociarsi, scontrarsi e inseguirsi lungo gli anni.

Anthony ha quattordici anni quando lo incontriamo per la prima volta. È magro, brufoloso, con una folta chioma di capelli e uno sguardo fragile e magnetico. Tutto parte da un gesto stupido e impulsivo: per andare a una festa e fare colpo su Steph, ragazza di un ceto sociale più agiato, Anthony prende di nascosto la moto del padre (Gilles Lellouche). Quella che sembra una bravata innocua si trasforma però nel primo vero strappo della sua vita: alla festa nasce un diverbio con Hacine, figlio di immigrati marocchini, già attratto da una deriva criminale. Hacine ruba la moto ad Anthony e, da quel momento, nasce una rivalità destinata a trascinarsi per anni.

Da lì, estate dopo estate, Anthony continuerà a muoversi tra l’attrazione per Stéphanie, la rabbia verso Hacine e il peso di una famiglia segnata da un padre alcolizzato e violento. Hacine, a sua volta, non è soltanto il rivale: è il riflesso deformato di Anthony, un ragazzo nato in un altro ambiente ma schiacciato dalla stessa provincia, dalla stessa mancanza di futuro, dalla stessa necessità di dimostrare qualcosa.

Leurs Enfants Apres Eux. Photo: Marie-Camille Orlando
© 2024 – CHI-FOU-MI PRODUCTIONS – TRESOR FILMS – FRANCE 3 CINEMA – COOL INDUSTRIE

Una regia istintiva, non sempre controllata

L’inizio del film richiama subito un altro immaginario estivo: quello di Chiamami col tuo nome. I titoli di testa, con quello stile grafico così riconoscibile, sembrano quasi guardare al cinema di Luca Guadagnino, così come l’ambientazione assolata, il lago, i corpi giovani e il desiderio che nasce dentro un’estate apparentemente infinita. Ma se Guadagnino raccontava un’estate della scoperta con eleganza e malinconia, i Boukherma cercano una strada più sporca e più nervosa. Qui la crescita sessuale del protagonista non ha niente di veramente armonioso: è goffa, spinta, quasi imposta da un contesto maschile dove il desiderio è anche competizione, prova di forza, bisogno di sentirsi adulti prima del tempo.

I giovani registi francesi dimostrano di saperci fare con la macchina da presa, soprattutto quando si tratta di inquadrare i corpi. Attraverso uno sguardo prettamente maschile, i Boukherma provano a trasmettere l’eccitazione, la tensione, il desiderio adolescenziale. Alcune sequenze funzionano benissimo proprio perché sembrano stare addosso ai personaggi, seguirli da vicino, respirare con loro. Basti pensare alle scene in moto, con la macchina da presa che accompagna le curve, gli scatti, il senso di libertà e pericolo. Il problema è che questa energia non sempre trova una forma davvero controllata.

E i figli dopo di loro è un film incostante, continuamente in bilico tra l’emozione e il ridicolo, tra verosimiglianza ed esagerazione. Alcune sequenze sono molto forti, altre sembrano troppo cariche, quasi ricattatorie. Il montaggio e il ritmo non sempre reggono la durata, e in più di un momento si avverte la presenza di scene superflue, non davvero necessarie. È come se i giovani cineasti avessero una grande voglia di colpire, di arrivare alla pancia dello spettatore, ma non sempre la stessa capacità di maneggiare con cura il materiale che hanno davanti. In questo si sente ancora la loro acerbità.

Padri, figli e un’eredità difficile da spezzare

Il titolo è forse la chiave più interessante dell’opera, perché nonostante il film racconti l’adolescenza, in realtà parla moltissimo dei padri, di ciò che i figli ricevono senza chiederlo: rabbia, fallimenti, dipendenze, povertà, modelli maschili deformati, frustrazioni sociali. Patrick, il padre di Anthony, è probabilmente uno dei personaggi più drammaticamente riusciti del film. È un uomo alcolizzato, violento, sconfitto, ma non scritto come un semplice mostro. Fa paura, certo. Ma dentro quella paura si sente anche il peso di una vita andata male, di una mascolinità logorata, incapace di trasformare il dolore in qualcosa che non sia aggressività.

Dall’altra parte c’è Malek (Lounès Tazairt), il padre di Hacine, un uomo diverso, forse più buono, sicuramente più lucido, che vorrebbe solo vedere il figlio lontano dalla criminalità e vicino ad un lavoro onesto. Anche lui, però, usa mezzi duri, non sempre sani, perché dentro quel contesto sembra quasi impossibile educare senza ferire. Anthony e Hacine non sono semplicemente due adolescenti rabbiosi, sono il prodotto di famiglie, classi sociali, ferite e aspettative. Sono ciò che viene dopo i padri, ma anche ciò che rischia di ripeterli. È anche per questo che la Francia raccontata dal film non è mai solo uno sfondo. È una Francia divisa in strati, in cui ogni personaggio sembra portarsi addosso il proprio ambiente di provenienza.

C’è il ceto medio-basso di Anthony, segnato dalla crisi operaia e da una provincia senza prospettive; c’è la famiglia immigrata di Hacine, con il peso dell’integrazione, del razzismo sotterraneo e della marginalità; c’è il mondo più benestante di Steph, che appare più libero, più elegante, più protetto, ma non per questo davvero felice. I Boukherma provano a tenere insieme tutto questo dentro un racconto popolare, fisico ed emotivo. Non sempre ci riescono con finezza, perché la sceneggiatura è spesso furba e a tratti infantile, però riescono a farci sentire la tensione, riescono a farci avere paura di quello che certi personaggi potrebbero fare.

Leurs Enfants Apres Eux. Photo: Marie-Camille Orlando
© 2024 – CHI-FOU-MI PRODUCTIONS – TRESOR FILMS – FRANCE 3 CINEMA – COOL INDUSTRIE

Volti, corpi e canzoni generazionali

La cosa più bella del film sono gli attori. Tutti, davvero tutti. Paul Kircher è magnetico, fragile, iconico. Riesce a dare ad Anthony una presenza immediatamente riconoscibile, fatta di goffaggine, desiderio, rabbia e insicurezza. Il suo corpo sembra cambiare insieme al film, come se ogni estate lasciasse un segno diverso. Sayyid El Alami dà ad Hacine una forza inquieta, pericolosa, mai completamente decifrabile. Angelina Woreth evita di ridurre Steph al semplice oggetto del desiderio, anche quando la sceneggiatura rischia di spingerla proprio in quella direzione. Gilles Lellouche riesce a dare al film una profondità che la scrittura, da sola, non sempre avrebbe.

La musica è un altro elemento fondamentale, ma anche qui il discorso è doppio. La colonna sonora è ottima: Aerosmith, Red Hot Chili Peppers, Metallica, Pixies, Bruce Springsteen. Canzoni che scandiscono i capitoli, accompagnano gli anni e costruiscono un immaginario molto riconoscibile. Però è anche un uso furbo, a tratti troppo calcolato. Il film sa benissimo quando premere sull’acceleratore emotivo e quando far partire il pezzo giusto. Non rovina tutto, perché spesso funziona, ma impedisce al film di essere davvero libero.

Un film imperfetto, ma vivo

E i figli dopo di loro è quindi un’opera piena di difetti, ma anche piena di vita. È esagerata, non sempre verosimile, a volte troppo criminalizzata, troppo carica, troppo desiderosa di scioccare. In certi passaggi fa pensare a un coming of age più crudele e atipico, come A mia sorella! di Catherine Breillat, soprattutto per quella voglia di portare l’adolescenza verso una zona disturbante, dove il desiderio e la violenza possono esplodere senza preavviso. Solo che qui lo shock non arriva sempre con la stessa forza.

Il film non trova sempre una vera identità: a tratti è crudo, a tratti infantile, a volte lucidissimo, altre volte troppo ingenuo. Però, in fondo, anche quell’età è così. L’adolescenza è un periodo instabile, contraddittorio, spesso sproporzionato rispetto alla realtà, fatto di gesti enormi per sentimenti ancora confusi. Lo ha dimostrato anche recentemente una serie tv come Euphoria, dove l’eccesso, il melodramma e la fragilità convivono proprio perché l’adolescenza stessa è un terreno senza equilibrio. E allora forse una parte dell’irregolarità del film non è solo un limite, ma anche una sua possibile coerenza interna.

Guarda il trailer ufficiale di E i figli dopo di loro 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

E i figli dopo di loro è un film imperfetto, discontinuo, a tratti ingenuo e furbo, ma capace comunque di lasciare un segno. I fratelli Boukherma vogliono raccontare troppo e non sempre riescono a dare equilibrio a tutto, mostrando ancora l’acerbità di due giovani registi pieni di talento ma non sempre padroni del proprio mezzo. Non tutto convince, ma qualcosa resta.

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E i figli dopo di loro è un film imperfetto, discontinuo, a tratti ingenuo e furbo, ma capace comunque di lasciare un segno. I fratelli Boukherma vogliono raccontare troppo e non sempre riescono a dare equilibrio a tutto, mostrando ancora l’acerbità di due giovani registi pieni di talento ma non sempre padroni del proprio mezzo. Non tutto convince, ma qualcosa resta.E i figli dopo di loro, recensione del film di Ludovic e Zoran Boukherma