Attualmente l’unicità di Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome, Bones and All) nasce dalla sua capacità di essere un regista trentenne e un regista cinquantenne allo stesso tempo. Cineasta in grado di coniugare due interessi e due visioni differenti – frutto di questa sua “duplice età” – all’interno della stessa pellicola, anche con il rischio di poter sembrare contradditorio in alcuni passaggi.
Challengers, la pellicola che avrebbe dovuto aprire Venezia 80 prima dello sciopero degli attori di Hollywood e che arriva al cinema il 24 aprile con Warner. Bros, è un film che rilegge la tradizione del cinema statunitense legata al genere sportivo e riesce a far dialogare un’anima viva, tensiva e più corporea con un’altra, invece, maggiormente teorica, schematica e cerebrale. Un esercizio che compie con la stessa grazia e lo stesso divertimento con i quali destruttura un cinema pop autoriale da produzione MGM con delle soluzioni narrative estreme, glam e quasi arthouse.
Da una parte l’idea, coltissima, di proporre una ricostruzione sotto forma di flashback di “sirkana” memoria di un ménage à trois tramite la lente del tennis, visto come metafora della vita e del cinema, in cui i tre giocatori si contendono continuamente un ruolo di potere; dall’altra la carne, il cuore, il dolore e le passioni. Echi della scrittura di Justin Kuritzkes e del lavoro sugli attori del cineasta che, sempre forse per questa sua “duplice età”, è anche uno dei più bravi su piazza al momento da questo punto di vista, in grado di regalare a Zendaya (Dune: Parte Due), Josh O’Connor (La chimera) e Mike Faist (West Side Story) le versioni migliori di loro stessi sul grande schermo.
“Tashi Duncan non vuole essere una sfasciafamiglie”
Tashi Duncan (Zendaya) non vuole essere una “sfasciafamiglie”, lo dice spesso durante Challengers e delle volte ne sembra anche piuttosto convinta. Eppure non riesce a sottrarsi all’invito di Art (Faist) e Patrick (O’Connor), amici da quando hanno 12 anni (pare abbiano condiviso anche la prima fantasia sessuale adolescenziale), ad entrare nella loro vita. Lo fa probabilmente perché sente di poter ricoprire una posizione predominante su due ragazzi non più in competizione tra loro da tempo e che, pur profondamente diversi, la guardano con il medesimo desiderio nel profondo dei loro occhi. Forse perché vogliono tornare a competere?
Qualcosa però fa saltare il banco, minando profondamente il ruolo di Tashi e portando una scossa tellurica crudele e inaspettata nel rapporto fra i tre giovani. La ragazza infatti, una promessa straordinaria del tennis mondiale, subisce un infortunio talmente grave da costringerla ad abbandonare i campi da tennis per divenire allenatrice. Le sue passioni, le sue speranze, la sua voglia di rivalsa e tutte le sue frustrazioni le riversa nel marito, Art, cercando ossessivamente di fare di lui un tennista di fama internazionale. Cosa che per un po’ le riesce, divenendo comunque famosa, ma l’uomo non è lei: non ha il suo spirito, la sua voglia e la sua determinazione, per quanto le abbia assunte per poter sconfiggere il suo ex amico fraterno e rivale.
Il tempo però alla fine piega Art, che dalla sua vita comincia a volere qualcosa di diverso dal tennis. Una visione per Tashi inconcepibile, che la spinge a cercare di rimotivarlo, iscrivendolo ad un torneo ATP Challenger, competizione di seconda categoria pensata per consentire a giocatori di seconda fascia di acquisire un ranking sufficiente e accedere ai tabelloni di qualificazione per i vari Open. Una prospettiva che l’uomo accetta di buon grado, come ogni decisione della moglie. Quello che però non sa è che nel tabellone è presente anche Patrick…

Le logiche del tennis per leggere il cinema e la vita
Probabilmente l’idea che più attraeva Luca Guadagnino era gestire il suo Challengers dando l’impressione di avere dalla sua un senso di “strutturata anarchia cinematografica”. Il film inizia e finisce più volte, cambiando registro linguistico, inserendo soluzioni visive peculiari (la camera a mano, i droni) anche in contrasto tra di loro, non disdegnando anche il richiamo laddove all’epica greca e laddove al divismo moderno. Questi continui (s)cambi rendono sempre viva la pellicola, apparentemente quasi schizofrenica in dei momenti di montaggio, ma in realtà ben accordata, come indica invece la metodologia degli inserimenti musicali che a volte la attraversano e a volte la rivelano (Reznor & Ross e “Pensiero stupendo” di Patty Pravo), e la comprensibilità della narrazione a mosaico, nonostante l’elasticità con la quale viene congegnata.
In una cornice ampia che indica come non si esca mai dal campo da gioco, la pellicola rimbalza di anno in anno attraverso una narrazione ricostruttiva che tende sempre a raccordare la febbrile condizione umana secondo le logiche sportive. Non si può parlare di qualcosa senza parlare contemporaneamente anche di tennis: la partita diventa metafora della relazione, sublimazione di scontro, confronto e sesso, generando un potere catartico simile a quello cinematografico e dunque irresistibile per chi ha la fortuna di poterne prendere parte – i giocatori – ma anche per coloro che riescono a cogliere tale sfumatura. Uno spunto meta che suggerisce come questo tipo di spettatori “sportivi” siano dei voyeuristi potenzialmente paragonabili ai cinefili, assetati della vita degli altri nella misura in cui sia vera, ma anche codificata. Ecco il senso più profondo della riflessione del cineasta sul genere sportivo americano.
Un notevole apparato concettuale con il quale Challengers propone una sua chiave della condizione umana (o, meglio, di una certa umanità), rappresentata da tre punti interscambiabili di un triangolo in costante movimento, come un uragano – ancora Sirk – che dal canto suo vive di corpi, sudore, urla, baci sul collo e racchette sfasciate. Il trio di attori si presta a questa continua evoluzione, ma è il personaggio di Zendaya che muove sempre le fila, destrutturandosi e poi ricostruendosi, mefistofelica e santa, manipolatrice e vittima degli eventi. Lei sempre desiderata, amata e mai soddisfatta e, tra di loro, la più consapevole che solo alimentando la competizione si può continuare ad esistere. Per questo rimane la più forte, nonostante la cicatrice sul ginocchio. La su Tashi, dispensatrice di vita, è la personificazione di un film che ci dice che non si può parlare di qualcosa senza parlare contemporaneamente anche di tennis, così come non si può vivere senza continuare a voler giocare… Nonostante il titolo si riferisca alle altre due parti in causa.


