Si torna tra le dune di Arrakis e sembra di ricominciare tutto da capo. È l’effetto sottile, eppure straniante, del secondo capitolo dell’epica saga tratta dai libri di Frank Herbert. Dune: Parte Uno è stato scritto senza sapere se ci sarebbe mai stato un seguito. E si vede. Dune: Parte Due è stato girato richiamando tutti e riattivando la macchina produttiva dopo uno stop. E si vede. Non c’è la continuità produttiva e narrativa data da Peter Jackson al Signore degli Anelli, lo si percepisce a livello epidermico. Denis Villeneuve sembra poco confidente nella capacità del pubblico di ricordarsi le regole fondamentali del primo film.
Abbondano quindi nella prima parte le informazioni già note: ancora una scena di lacrime raccolte per non disperdere alcun liquido nel deserto; ancora i vermi delle sabbie e il mito che li segue, che prima erano raccontati dalla prospettiva degli Atreides, ora a farlo sono i Fremen. Riparte daccapo anche l’arco narrativo di Paul Atreides. Nel capitolo del 2021 era un principe che diventava Muad’dib (il messia dei Fremen). Ora è un Muad’dib la cui natura duplice si scontra con il destino da Kwisatz Haderach (il potente essere che conserva la memoria genetica di tutti i suoi antenati). Dune: Parte Due trova però il vero cuore del romanzo, la sua anima politica e la azzecca totalmente. Dopo la conquista degli Harkonnen dei centri di produzione della spezia, una ribellione silenziosa si fa avanti nel deserto.
I fronti sono principalmente tre: il Barone cerca di far funzionare quanto usurpato agli Atreides mentre il nipote Rabban si dimostra inadatto al ruolo assegnatogli. La debolezza di costui è l’occasione giusta per Feyd-Rautha, suo fratello, di farsi avanti e prendere il potere. Da un’altra parte dell’universo l’imperatore Shaddam IV continua ad agire nell’ombra. Il suo silenzio sulla casata rovesciata fa rumore, le sue trame iniziano a venire allo scoperto. Infine, nel deserto i ribelli Fremen si stanno organizzando: sono pochi, ma hanno dalla loro le dune, le tempeste di sabbia e una conoscenza profonda del territorio. L’arma più forte è però una leggenda che sta per nascere proprio tra quei granelli di sabbia.
Il mondo di Dune è il cuore di Dune
Dopo una prima parte che poteva giovarsi di numerose scene madri, dalla prima apparizione dei vermi delle sabbie fino alla battaglia per la casata Atreides, Dune: Parte Due recupera l’ambiguità politica e la relatività delle posizioni ideologiche. È proprio la difficoltà a decifrare i ruoli e lo straordinario uso delle Bene Gesserit a rendere questa storia un unicum sia nella fantascienza che nel cinema blockbuster. L’anima del libro – non semplice da leggere, ma affascinante proprio per la sua complessità – risiede nel parallelismo tra il mondo di finzione e quello reale.
Il testo di Herbert parla del capitalismo, dell’avidità verso il petrolio (la spezia) e come il neocolonialismo sia, di fatto, destinato a fallire. Il suo monito a non fidarsi dei pensieri unici, dai leader carismatici alle sette religiose, veniva profondamente frainteso alla fine dell’ascesa di Paul Atreides. Messia di Dune, libro successivo, è nato con l’intento di correggere l’adesione emotiva dei lettori verso il protagonista, gettare altre ombre su quanto raccontato. Villeneuve, che è impegnato a fare una versione il più filologica possibile di Dune, per essere fedele deve tradire. È la scelta dei grandi filmmaker, consapevoli di come funzioni il cinema. Cambia alcuni elementi chiave del romanzo per integrare l’ambiguità di Herbert all’interno della sceneggiatura del secondo capitolo. Ne esce così un film dall’andamento gravoso e meditativo, su un impianto spettacolare d’eccellenza. Un kolossal che ha il coraggio di chiudersi con una domanda, invece che con un’affermazione.
Dune: Parte Due riesce a prendersi il giusto tempo per dare spessore alle scene. Gran parte delle decisioni prese dai personaggi sono messe in scena con la solennità tipica dei testi sacri. Si sta raccontando la storia di un mondo, non (solo) quella dei suoi leader. È qui che il film diventa l’esempio supremo di come il world building possa essere fatto con intelligenza. Pur portando avanti la grande trama, Villeneuve immerge con calma nelle tradizioni dei Fremen, nella follia omicida (piuttosto insensata e talvolta consapevolmente risibile) degli Harkonnen e nella compostezza delle Bene Gesserit: il fatto che si prenda un’intera sequenza per mostrare come viene estratta l’Acqua della Vita (liquido fondamentale per ciò che accadrà dopo), invece che mostrarcelo semplicemente e chiederci di accettarlo, è la prova di quanto questo sia un cinema d’intrattenimento capace di rispettare il proprio pubblico e la mitologia da cui attinge.

Un’esperienza audiovisiva d’eccellenza
Anche la cura maniacale dei costumi è finalizzata a esprimere un significato. Non serve descrivere il deserto, basta mostrare le truppe che atterrano dolcemente sulla sabbia per non risvegliare i vermi, o le armature rinfrescate da una ventola e con il design a forma di insetti; basta un abito per raccontare un pianeta. È un peccato, quindi, quando la spiegazione arriva a parole. Le tante visioni non hanno la valenza interrogativa del primo film. Lì ci si chiedeva se credere o no alle profezie; qui la riflessione va altrove: bisogna fidarsi dei leader? Le allucinazioni da spezia sono meno ispirate e ridondanti.
I vaticini del primo film iniziano a sciogliersi nel secondo, con tutti i limiti di non avere girato i film back to back (alcune scene sono rigirate e molto diverse). Se la strategia politica è eccellente, manca un po’ di cura in quella militare. Truppe addestrate si infilano in territori ostili senza avere pensato a contromisure nel caso qualcosa vada storto. È molto, troppo, semplice per i ribelli farsi strada attraverso eserciti pieni di tecnologia. In particolare, c’è un’importante battaglia del terzo atto ben girata, ma sbrigativa: la regia va rapidamente all’interno di un edificio dove si svolge la lotta più importante. Resta però la voglia di vedere come si stanno evolvendo le cose (clamorose) accadute all’esterno. Lì la regia glissa dimenticandosene. Piccole incertezze che non si noterebbero in un altro film, ma che qui emergono e dispiacciono proprio per la potenza incredibile dell’esperienza audiovisiva che propone.
La colonna sonora di Hans Zimmer è qui meno originale, ma anche meno invadente e più attinente al racconto. La regia lavora su suoni e forme, arrivando in alcune sequenze a toccare quasi un’astrazione visiva dell’azione. Sono le forme geometriche a fare da padrone nella composizione delle inquadrature. Gli stacchi di montaggio si articolano su contrasti fortissimi tra oscurità e luce, tra linee rette e curve, come in uno splendido momento in cui un’astronave sferica scende a terra e l’inquadratura successiva mostra le geometrie dure degli edifici che vanno a creare dei frame interni all’immagine. Persino le luci nelle grotte creano forme rettangolari che conferiscono profondità alla composizione, come una grande scena di battaglia interamente priva di colori (non un semplice bianco e nero) con fuochi d’artificio in negativo. La creatività del cinema al massimo.
Dune Uno contro Dune Due
Così simili e così diversi, entrambi i film soffrono una struttura narrativa un po’ sbilanciata e un frustrante senso di incompiutezza. Superato questo ostacolo, però, il progetto di Denis Villeneuve di portare il suo sguardo su una storia dal vasto pubblico si può dire completamente riuscito. Entrambi i film si stagliano, pari merito, tra il meglio che la fantascienza abbia da offrire. Una nota di merito va ad Austin Butler (Elvis), vero talento, perfetto nell’interpretare Feyd-Rautha Harkonnen come uno dei villain più inquietanti dai tempi del Joker di Heath Ledger. Meno convincente Timothée Chalamet, che non riesce a nascondersi dietro il personaggio: la sua trasformazione repentina resta molto nella sceneggiatura, meno nelle emozioni provate guardandola. Meglio di Blade Runner 2049 nel rendere appassionanti le complesse vicende che racconta, Dune: Parte Due condivide la maestosità visiva con i precedenti film del regista. Certo, siamo lontani dalla perfezione di Arrival, insieme a La donna che canta il film del regista che più ha lo spessore di un film intramontabile.
Dune: Parte Due è però, paradossalmente, un’oasi nel deserto. Questo secondo capitolo riconferma infatti quanto, a oggi, sia questo il franchise più affascinante che Hollywood sta proponendo: quello fatto meglio, con più idee e ambizioni. Un viaggio bellissimo su Arrakis e sui pianeti che se lo contendono. Un film che porta la macchina cinematografica al massimo. Resta da capire se, ma soprattutto, quando, arriverà l’ormai necessario terzo capitolo conclusivo. La speranza è che tutta la produzione si possa muovere più velocemente (magari avendo già, come crediamo, un piano in caso di successo di questo film) per chiudere la storia di Paul “Muad’dib” Atreides con più continuità possibile.


