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Blink Twice, recensione dell’esordio alla regia di Zoë Kravitz

Esordio alla regia di Zoë Kravitz, interpretato da Channing Tatum e Naomi Ackie, Blink Twice è al cinema dal 22 agosto.

Zigomi tumefatti, la mente offuscata da qualche farmaco Chloë, minorenne costretta a prostituirsi, guarda in volto la Giustiziera (Jodie Foster) che sta per restituirle vita e dignità, scaricando la pistola contro il laido protettore. «Chi sei tu?» domanda con un filo di voce; «Nessuno» taglia corto l’ombrosa salvatrice. Chloë ricambierà il gesto: interrogata in ospedale dagli agenti di polizia con al fianco la Giustiziera stessa, non ancora traditasi, all’invito di quest’ultima «Racconta ciò che hai visto. Qualunque cosa accada non aver paura, di’ loro la verità» la giovane se ne esce con un astuto «Nessuno ho visto… e Nessuno ha visto me». L’episodio, lo ricorderete, viene da Il buio nell’anima (2007) di Neil Jordan e ad impersonare Chloë era Zoë Kravitz.

Difficile stabilire se l’omaggio al trucco di Ulisse sia una trovata dell’attrice (alla seconda esperienza sul set) mentre ripeteva le battute assieme alla Foster o fosse previsto dal copione. Allo scrivente piace, tuttavia, pensare che la famiglia Kravitz non sia del tutto estranea alla cultura greca (il padre Lenny intitolò uno dei suoi successi Eleutheria che significa “libertà” ed è un epiteto di Hera e Artemide): spiegherebbe meglio perché Zoë (artisticamente maturata, negli ultimi 17 anni, sotto la guida di registi quali Andrew Niccol e Steven Soderbergh) abbia scelto di fare dei canti nono e decimo dell’Odissea il fulcro di Blink Twice (dal 22 agosto in sala con Warner Bros.), riuscito solo in parte eppure apprezzabile, ambizioso esordio dietro la cinepresa; fantasiosamente reinterpretati dalla sceneggiatura (firmata insieme a E.T. Feigenbaum) sono lo sbarco sull’Isola dei Lotofagi e il banchetto drogato della Maga Circe.

Mai consegnare alla tenebra lo studio del Passato, gli errori (individuali o collettivi), il senno, la compassione (ritenuta a torto una debolezza): sono le fondamenta dell’essere. Mai permettere a forze subumane di ridurci a un che di “porcino”, amorfo, violabile da ogni orifizio. Mai impigrire il terzo occhio (“blink twice” si traduce “batti due volte le palpebre se sei in pericolo” ma potrebbe alludere pure a certi scatti oculari grazie ai quali si aprono, così vuole il folklore, rapidi squarci sulla dimensione occulta delle cose) che obbliga la Realtà a lasciar cadere la maschera, mostrandosi per quel che è. Mai, neppure se il tutto viene accettato nella speranza di un domani migliore o di raccogliere dalle tavole più ricche quelle poche briciole di felicità.

La famiglia Kravitz non è estranea alla cultura greca

L’avventura di Frida (l’espressiva Naomi Ackie), timida inserviente d’albergo ed eroina della storia, porta a tali conclusioni. Nessuno sbadiglio o falso moralismo. Soltanto il Mito che, ancora una volta, getta un fascio di luce sulle moderne paure: lo schermo dello smartphone che “ipnotizza” Frida ogni pomeriggio prima di recarsi al lavoro altro non è che una “finestra” affacciata su nuovi, desiderabili giardini di “loto artificiale”; in mezzo ai fiori (carnosi petali scarlatti, da essi si ricava un profumo ribattezzato senza troppa fantasia “Desideria”) passeggia Slater King (Channing Tatum), capitano d’industria aitante come il divo di una telenovela, che invita Frida e l’amica e collega Jess (Alia Shawkat) a varcare la soglia della finestra e raggiungerlo su quest’isola rigogliosa dove le cure del dott.

Rich (Kyle MacLachlan) asciugano ogni lacrima e il Passato, la Tristezza non hanno diritto di passo. Le “voci” di Stacy (Geena Davis), Heather (Trew Mullen), Sarah (Adria Arjona) e Camilla (Liz Caribel) si mescolano a quella di King: «Dimenticare è il vero dono» è il motto della balzana, in fondo amichevole comitiva. Impossibile resistere: Frida e Jess non saranno più comparse, come il loro capo (Aaron Himelstein) pretendeva ai rinfreschi, bensì primattrici e signore. Il Paradiso fiorito di King non delude: inebrianti spezie, letti con morbide coperte, cibi e vini pregiati. Le scenografie di Roberto Bonelli e Derek A. Hecker Díaz (Apocalypto), i costumi di Kiersten Hargroder (In time) e le luci di Adam Newport-Berra (la serie tv Euphoria) danno forma al dorato miraggio.

L’euforia, però, cede a mano a mano il posto all’inquietudine nel cuore delle due ospiti, soprattutto Jess. Perché ogni giornata sull’isola scorre identica e chi ne gode sembra ignaro dei fatti di ieri, anche piccoli? Perché alcuni oggetti, macchie sugli abiti e lividi, di origine misteriosa, sulla pelle vanno e vengono all’improvviso? Perché la domestica (María Elena Olivares) si ostina a chiamare Frida “coniglio rosso”? Jess intanto scompare nel nulla e Frida, per fortuna, non si incammina da sola verso il “risveglio”: la combattiva Sarah e, a sorpresa, le stesse Heather e Camilla la seguiranno… e perfino un benigno Serpente che, a dispetto del Libro della Genesi, col suo morso forse farà diventare la Donna davvero simile a Dio…

Una riflessione che avrebbe richiesto ben altra sensibilità

Le opere prime sono spesso frenate dal timore di non riuscire ad esprimere appieno con le immagini le proprie intuizioni, preferendo la fretta, l’accumulo di effetti, le inutili esplicitazioni. Blink Twice lo dimostra: nella seconda metà il film arranca, inabissandosi sempre più, tra crocifissi e fallici idoli pagani, sotto il peso di una riflessione che avrebbe richiesto ben altra sensibilità: il ratto e lo stupro divini quali espressioni massime del Dominio.

Dee minori, comuni fanciulle mortali finalmente si rivoltano, aiutate dalla malia della macchina-cinema, contro Zeus o Jahvè che sia: la straniante presenza, nel prologo e nell’epilogo, di una riproduzione in bronzo della Pietà vaticana non è casuale. Mentre le fiamme divorano tutto e l’Isola-Mondo grida allo scorticamento del “divino autocrate” come pure dei suoi sgherri e fedeli (C. Slater, H.J. Osment, L. Hawke, C. Costa, S. Rex), Frida spiazza il pubblico: anziché dare il colpo di grazia al deposto Re (“King”) che per lungo, troppo tempo ha travestito la sua lugubre fatuità da Forza e inconfutabile Legge («Lui decide, così com’è sempre stato» farnetica Stacy)… la Donna (Ultima e Prima insieme) ne abbraccia il corpo logoro quasi fosse, sull’esempio del marmo del Buonarroti, un bimbo da cullare.

Frida (in lei risuona il nordico “Frieden”, “pace”) come madre universale, generatrice di vita, di un nuovo ordine che occhieggia tra le rovine di ciò che stato? Facile, addirittura ridicolo. Nella Pietà del 2024 non v’è infatti alcun segno di sacro ricongiungimento con la Madre o di “silenzioso trionfo” sul dolore e l’orrore. Pasticciando con oziosa blasfemia sul motivo biblico, il gesto del cullare (un cullare “chimico”, nel nostro caso) suggerisce qui che il vero dono oggi non sia «dimenticare» quanto la presa del Potere incluso quello di far scendere, appunto, l’Oblio su qualsiasi cosa: avvenimento, persona, popolo, idea o conoscenza. E nell’Oblio, nel Controllo mantenerli fino a che i venti della Storia non soffieranno altrove, fino a quando il “festino” e i relativi incantesimi dureranno.

Zoë Kravitz si gongola al pensiero che un simile Potere passi in futuro nelle mani femminili, da secoli piagate, ma il nero sarcasmo che inietta è sufficiente da ammonirci che pur sempre di Potere si tratta e la purificante chiarezza di sguardo, comune ad ogni anelito di rivolta in qualunque epoca, occupa giusto l’intervallo fra due battiti di palpebra. Perché, che cos’è “Desideria”, fragranza coercitiva della mente, se non una variazione sulla “consolatoria” torta avvelenata de Lo scopone scientifico di Comencini? Da menzionare, infine, le musiche di Chanda Dancy (Whitney – Una voce diventata leggenda) e il buon lavoro sul sonoro di Jon Flores (Il racconto dei racconti).

Guarda il trailer ufficiale di Blink Twice

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Blink Twice è un ambizioso thriller venato di horror, riuscito solo a metà, dove l’esordiente Zoë Kravitz, aiutata da azzeccati riferimenti all’Odissea (l’Isola dei Lotofagi, il banchetto di Circe), riflette sulla dissoluzione della Memoria in nome di un eterno, festoso Presente, l’urgenza di distinguere oggi il Reale dall’Irreale e, non ultimo, l’impervio tema del ratto e dello stupro divini, tra paganesimo e cristianesimo. Ottime, le prove di Naomi Ackie e Channing Tatum.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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