lunedì, Agosto 8, 2022
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Black Beauty, recensione del film con Mackenzie Foy

La storia della Walt Disney non è stata caratterizzata esclusivamente dal cinema d’animazione. Se i cartoon sono stati e sono tutt’ora l’asset principale della major, per troppo tempo pubblico e critica hanno guardato con sufficienza alla moltitudine di produzioni in live action. È quasi una storia parallela, quella dei film Disney non animati, iniziata nel 1946 con il controverso I racconti dello zio Tom (in realtà pastiche tra animazione e riprese “dal vero”), e proseguita tra alternanza di generi (principalmente commedie ed adventure movies) e curiose sperimentazioni (specie negli anni ’80). Dagli anni ’90, però, il “Film Disney” è divenuto quasi un genere a sé stante, contraddistinto – indipendentemente dalla storia raccontata – da ingredienti peculiari: in primis l’attenzione rivolta ai buoni sentimenti e l’utilizzo di meccanismi narrativi (ormai rodati) capaci di generare le cosiddette emozioni primarie. Da questo punto di vista, il film originale Black Beauty – Autobiografia di un cavallo, dal 27 novembre in esclusiva su Disney+, è la massima espressione di tale genere, essendo contraddistinto da tutti gli elementi distintivi di un prodotto di questo tipo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Anna Sewel pubblicato nel 1877, trasposto al cinema innumerevoli volte a partire dall’epoca del muto, il film Disney di Ashley Avis (sia regista che sceneggiatrice) si concede qualche libertà rispetto al testo da cui trae ispirazione. Non solo, infatti, disloca l’azione dall’Inghilterra vittoriana agli odierni Stati Uniti, depotenziando oltretutto lo spirito critico del romanzo, vero e proprio j’accuse contro la violenza perpetrata nei confronti dei ronzini nella seconda metà dell’800 (nel film ciò che rimane è un blando tema “ecologista”), ma rilegge soprattutto la storia da un punto di vista femminile. Una scelta, quest’ultima, che se da un lato riflette il rinnovato interesse della cultura contemporanea (non solo quella cinematografica) nel privilegiare uno sguardo matriarcato-centrico, dall’altro asseconda la necessità di essere maggiormente affine al pubblico a cui (potenzialmente) si rivolge.

Black Beauty è un cavallo “mustang”, ovvero nato e cresciuto in libertà. Con il suo branco scorrazza nelle ampie praterie dello Utah, finché l’uomo non mette fino all’idillio. Separata dalla madre, Beauty viene acquistata da John (Iain Glen), un allevatore che lavora presso un maneggio situato nello stato di New York. Il suo spirito ribelle mal si addice, però, al ranch nel quale è confinata. Nessuno sembra in grado di addomesticarla, almeno fino a quando John non accoglie la nipote Jo (Mackenzie Foy, già figlia di Bella e Edward nella saga di Twilight), rimasta orfana di entrambi i genitori. Con il tempo, la ragazza stringe un legame indissolubile con Beauty, ma quando un incendio devasta il maneggio, il proprietario si troverà costretto a vendere la puledra, la quale passerà di padrone in padrone, allontanandosi sempre di più da Jo…

Partiamo con una constatazione: Black Beauty – Autobiografia di un cavallo è un film sfacciatamente canonico. Non serve essere uno spettatore “esperto” o smaliziato per capire fin dall’inizio quale sarà l’epilogo della storia d’amicizia tra Jo e la sua mustang. Eppure, nonostante il numero considerevole di cliché adoperati e qualche soluzione narrativa un po’ troppo strumentale (ad esempio, l’incendio che funge da turning point), il film di Ashley Avis fa il suo dovere: commuovere lo spettatore. Che siate di lacrima facile o meno (chi scrive si annovera fieramente tra coloro che appartengono alla prima categoria), il film non vi lascerà certamente indifferenti, quantomeno a livello emotivo.

Pur non essendo originale da un punto di vista drammaturgico, Black Beauty – Autobiografia di un cavallo è comunque un film onesto, che oltretutto funziona. Non si lascia andare a sequenze troppo “smielate”, ma si prende il tempo necessario per descrivere il rapporto tra il cavallo e Jo, dal primo imprinting al germogliare di una fiducia reciproca che darà vita a un rapporto esclusivo: «Sei la mia famiglia», sussurra Jo a Beauty, con la quale condivide il trauma della perdita dei genitori. Senza contare che il film riesce nell’impresa – e questo, a ben vedere, è un grande merito (forse addirittura il principale) – di rendere credibile la voce over della puledra, mai invadente e pedante, ma sempre funzionale al racconto. Questo almeno per quanto riguarda l’edizione originale, dove a prestare la voce a Beauty è la bravissima Kate Winslet (in italiano doppiata da Nicoletta Romanoff, sulla carta non proprio la stessa cosa).

Se il dicembre prospettato da Disney+ ai propri abbonati sarà una lunga marcia di preparazione – tra omaggi natalizi e non (dal 3, Mulan sarà finalmente free!) – all’evento clou del 25 dicembre, ovvero la presentazione del nuovo film Disney-Pixar Soul, Black Beauty ne è una degna anticipazione nel segno dello spettacolo edificante. Un film capace di scaldare i cuori e “riempire” gli uggiosi pomeriggi di questo freddo e plumbeo autunno, da vedere rigorosamente con kleenex a portata di mano.

Guarda il trailer ufficiale di Black Beauty

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Pur non essendo un film originale, Black Beauty è capace di scaldare i cuori e "riempire" gli uggiosi pomeriggi di questo freddo e plumbeo autunno, da vedere rigorosamente con kleenex a portata di mano.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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