venerdì, Gennaio 21, 2022
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7 donne e un mistero, recensione del film di Alessandro Genovesi

La recensione di 7 donne e un mistero, film con Margherita Buy, Sabrina Impacciatore e Micaela Ramazzotti. Nelle sale dal 25 dicembre.

7 donne e un mistero è il titolo dell’atteso film italiano diretto da Alessandro Genovesi che debutterà nelle nostre sale proprio il giorno di Natale, colorando il 25 dicembre di venature gialle e noir degne dell’universo di Agatha Christie. Basandosi sull’originale francese di François Ozon (Estate 85) – intitolato però 8 donne e un mistero – e mantenendo solo la linea più investigativa epurata da ogni numero musicale, Genovesi recupera l’essenza dell’opera teatrale di Robert Thomas da cui è tratto orchestrando sullo schermo le performance di un cast all star al femminile, composto da Margherita Buy, Diana Del Bufalo, Sabrina Impacciatore, Benedetta Porcaroli, Micaela Ramazzotti, Luisa Ranieri (vista di recente nel film di Paolo Sorrentino, È stata la mano di Dio) e con Ornella Vanoni.

Ambientato nell’Italia degli anni ’30, il film racconta le concitate ore che seguono l’inspiegabile omicidio di un imprenditore nonché marito, padre e capofamiglia, che accende i riflettori su un variopinto gruppo di donne. Quest’ultime, dopo essersi riunite nella villa di famiglia per celebrare insieme la vigilia di Natale, si trovano costrette ad affrontare e rivelare l’un l’altra segreti e sotterfugi per cercare di risolvere un mistero che le riguarda tutte, perché considerate le uniche sospettate dell’omicidio: tra di loro, chi sarà l’assassina?

7 donne e un mistero sceglie di rielaborare in modo cosciente – e fedele, almeno sotto alcuni aspetti – il film di Ozon, abbracciando però una via completamente diversa: se l’originale si snodava attraverso il terreno sottile del noir più torbido contaminato dalla pittoresca vena del musical, l’adattamento di Genovesi opta per la rassicurante via della commedia gialla, incalzante nei toni ma incapace di adattare il proprio contenuto alla forma ricercata e impeccabile, finendo per trasformarsi in un divertissement. Certo, un divertimento elegante e irresistibile, complice una scenografia che sfrutta il concetto di horror vacui saturando lo spazio – e, di conseguenza, gli occhi del pubblico – di dettagli opulenti e perfetti, di colori sgargianti che ricreano palette cromatiche specifiche per ogni personaggio: dal blu passando per il verde, il viola, il rosso e il nero, i colori accesi aumentano perfino l’impatto del piacere retinico coinvolto nella visione.

La bellezza suntuosa e seducente della forma riflette anche l’affiatamento del cast: sette donne pronte a dialogare tra loro, a scambiarsi battute fulminanti al vetriolo celebrando, in tal modo, i ritmi indiavolati tipici di una certa tradizione umoristica (come quella della commedia ungherese) tanto da tenere sempre viva la fiamma dell’attenzione, catalizzata dal dispiegarsi della trama e dell’intrigo al centro della vicenda. Un espediente narrativo, quello dell’indagine e del misterioso omicidio, che serve piuttosto come elemento meta-teatrale per svelare il ventaglio di menzogne dietro le quali si sono nascoste le sette donne, ognuna portatrice sana di un intrigo e di bugie inconfessabili pronte a deflagrare di colpo.

Un velo di Maya – parafrasando Schopenhauer – di verità malcelate viene squarciato dalla stretta integrità aristotelica, che costringe le sette protagoniste a passare una giornata insieme, confrontandosi tra segreti e realtà difficili da ammettere e al profumo di canditi e cannella, tipici elementi di un Natale che aleggia nell’aria della vecchia dimora-museo dove sono confinate. E quella forzata convivenza, nata dalla necessità, si trasforma progressivamente in una terapia di gruppo per donne finalmente capaci di liberarsi dei fardelli che portano con loro, recuperando con il corso del film una consapevolezza che sfocia pian piano nell’orgoglio di essere donna, nella complicità ritrovata e in un’indipendenza che le libera dall’ombra di una figura maschile senza nome o volto, spostando i riflettori sull’indefinita complessità del femminino.

A fronte della voglia di realizzare un film declinato completamente al femminile, capace di mostrare attrici nostrane in ruoli inediti irresistibili (come la “terribile nonna” interpretata dalla Vanoni), 7 donne e un mistero non riesce a focalizzare il proprio potenziale dissipandolo tra forme smaglianti e raffinatezze estetiche, battute ciniche e misteri irrisolti; il lato freudiano e morboso dell’opera di Ozon, coadiuvato dall’inedita vena musicale che permetteva alle canzoni di presentare realmente i personaggi nella loro essenza, è stato completamente spazzato via. È il genere della commedia a vincere questa mano al tavolo verde, riconfermando un trend tutto italiano del nostro grande schermo, capace di optare sempre per sfumature più “leggere” e piacevoli anche quando l’arma affilata del genere permetteva proprio di risolvere i misteri di una borghesia bigotta, affetta da congenite idiosincrasie figlie dei tempi che provava a raccontare (come accadeva in 8 donne e un mistero).

Nel remake italiano, l’Italia degli anni ’30 è solo uno sfondo celato dietro una porta sempre chiusa, avvolto da una neve perenne; l’attenzione è focalizzata tutta sulle sette protagoniste e sul giallo, sull’annunciata morte dell’unico uomo della famiglia, reo di aver infranto il silenzioso patto di non belligeranza firmato tra le donne, che solo attraverso il lutto trovano loro stesse e la libertà di emanciparsi. Un’interpretazione più profonda che non riesce a scalfire l’estetica patinata e l’impeccabile meccanismo alla base del divertissement di 7 donne e un mistero, un kammerspiel declinato in chiave brillante che prova a scrutare nell’insondabile universo femminile.

Guarda il trailer ufficiale di 7 donne e un mistero

GIUDIZIO COMPLESSIVO

7 donne e un mistero sceglie di rielaborare in modo cosciente e in parte fedele il film di Ozon, abbracciando però una via completamente diversa: se l’originale si snodava attraverso il terreno sottile del noir più torbido contaminato dalla pittoresca vena del musical, l’adattamento di Genovesi opta per la rassicurante via della commedia gialla, incalzante nei toni ma incapace di adattare il proprio contenuto alla forma ricercata e impeccabile, finendo per trasformarsi in un divertissement.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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