sabato, Novembre 27, 2021
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È stata la mano di Dio, recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino

La recensione di È stata la mano di Dio, il nuovo film di Paolo Sorrentino dal 24 novembre al cinema e dal 15 dicembre su Netflix.

È stata la mano di Dio è il titolo che segna il ritorno di un maestro indiscusso del cinema italiano contemporaneo come Paolo Sorrentino (Premio Oscar® per La Grande Bellezza) dietro la macchina da presa, a un anno di distanza dalla serie tv The New Pope.

Questa volta Sorrentino si ricongiunge con la propria terra – la Campania, e in particolare con la “sua” Napoli – per scavare nel proprio passato tra autobiografia, cinema e illusione, accompagnato sul grande schermo dal sodale Toni Servillo e, tra gli altri, da Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo e il giovanissimo Filippo Scotti. Proprio quest’ultimo ha ricevuto il Premio Marcello Mastroianni come migliore attore emergente alla 78a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che ha insignito il film del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Il film uscirà nelle sale il 24 novembre prima di approdare su Netflix dal 15 dicembre.

È stata la mano di Dio segue la storia di un ragazzo, Fabio detto “Fabietto”, nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Una vicenda costellata da gioie inattese, come l’arrivo della leggenda del calcio Diego Maradona, e da un dramma altrettanto inatteso e dirompente. Ma il destino trama dietro le quinte e gioia e tragedia s’intrecciano, indicando la strada per il futuro di Fabietto in un groviglio di ricordi, coincidenze fortuite e segni del destino che si uniscono sullo sfondo di una Napoli mozzafiato dove la famiglia, lo sport e il cinema diventano i cardini ideali di questo racconto di formazione sull’amore e sulla perdita.

È stata la mano di Dio è un viaggio, lieve e complesso, attraverso il tempo e il flusso dei ricordi, segnato dalla capacità propria del cinema di poter riavvolgere il nastro degli eventi in qualunque momento, interrompendo lo scorrere inesorabile della corrente per fermare l’attimo e consegnarlo all’eternità della settima arte. Cristallizzare un ricordo, rendendolo immortale, è la ricerca alchemica e pazza condotta dai cineasti fin dalla notte dei tempi, una spinta verso l’ignoto – e insondabile – delle profondità della psiche che li ha spesso visti coinvolti nell’eterno conflitto tra realtà e illusione, impegnati nella trasposizione della prima sul grande schermo senza perderne l’essenza, mentre si evocano grandi giochi di prestigio di celluloide.

Con È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino è riuscito nella titanica impresa di immortalare il tempo trasformandolo in un racconto per immagini, infondendolo di vita brulicante e imitando la più grande contraddizione dell’esistenza, quella giostra sublime (e, allo stesso tempo, tragica) tra dramma e commedia, costantemente in bilico tra i due. Il film è un racconto di formazione che mostra i cruciali anni di svolta nella vita di Fabietto, catturato nelle istantanee fotografiche al crepuscolo tra la spensierata adolescenza e una crescita dolorosa e repentina.

Un’entrata nell’età adulta segnata da un crudele rito di passaggio che non lascia vincitori ma solo vinti, spazzando via di colpo il passato e aprendo le porte ad un futuro gravido di possibilità ma dominato dall’incertezza; attraverso il film, quindi, Sorrentino mette a nudo la sua anima d’uomo d’arte spogliandosi degli orpelli stilistici che lo hanno consacrato, senza però mai perdere quel gusto estetico che lo ha trasformato in un maestro contemporaneo.

è stata la mano di dio
Set of “The hand of God” by Paolo Sorrentino. Photo by Gianni Fiorito.

Nel suo tentativo di confrontarsi con un grande (ed ingombrante) modello come Federico Fellini, suo grande punto di riferimento citato a più riprese nel corso del film (ma anche della sua intera filmografia), il regista napoletano riesce nell’impresa di superare il maestro, infondendo la propria, personale, versione di e Amarcord di una vita nuova, pulsante e inarrestabile, vitalistica e dolorosa.

I due titoli felliniani già citati, ma anche Giulietta degli spiriti: il cinema del maestro romagnolo aleggia nel corso dell’intera opera, ma è proprio la presenza di Fellini a vegliare sull’intero progetto come un fantasma benevolo e sciamanico, capace di regalare la perla di pensiero definitiva per interpretare la settima arte: (…) Il cinema non serve a niente, però ti distrae dalla realtà! La realtà è scadente!”, parafrasando uno dei tanti splendidi momenti del film.

Ma quella di Fellini non è l’unica grande ombra che avvolge È stata la mano di Dio, perché l’altra è talmente forte da aver segnato perfino il destino del titolo: Diego Armando Maradona è un’entità sfuggente e mitologica nel corso dell’intera durata della visione, una vera e propria apparizione (pari a quella mistica di San Gennaro) carnale e salvifica, in grado di risparmiare al protagonista Fabietto l’orrore della morte, ingannandola con la velocità di un palleggio, un dribbling e un gioco tattico. Sorrentino bagna se stesso nel fiume dei ricordi per mostrare al pubblico le radici del suo cinema, per trovare la chiave di volta universale per decifrare un mondo audiovisivo complesso e stratificato, citazionista e derivativo, brulicante di vita e suggestioni, ironico e struggente.

E la malinconia che induce tanto al riso quanto al pianto si sposa con la poesia dei paesaggi mostrati, con una Napoli che diventa protagonista e parte integrante di questo racconto di formazione: una Napoli immortalata a tutte le ore, dal mattino pieno all’alba passando per le luci della sera che danzano sulla superficie dell’acqua. Acqua che irrompe nella colonna sonora, orchestrale e sentimentale, che lascia però spazio a dei silenzi narrativi che sono parte integrante della drammaturgia, vuoti colmati dal rumore pieno dello sciabordio delle onde che culla e fa sospirare l’anima.

È stata la mano di Dio è un viaggio doloroso nella vita per provare, un’ultima volta, a riavvolgere il nastro del tempo di un passato fondamentale e fondante, capace di influenzare ancora il presente con il suo peso. E Sorrentino lo compie attraverso il suo sguardo sornione ed estetizzante, derivativo e sensibile, l’unico in grado di raccontare una storia che affonda le radici nel proprio privato, consegnandola all’immortalità della settima arte.

La vicenda personale che muove il film si trasforma presto in narrazione universale capace di inglobare tutti, perché ogni singolo spettatore ritroverà una parte di sé nelle famiglie mostrate sullo schermo, nelle domeniche afose passate davanti alla tv a vedere la partita, nel tifo selvaggio allo stadio, nelle contraddizioni che animano anche le migliori coppie, nei pranzi di famiglia che si trasformano in surreali palcoscenici per stranezze ed eccentricità di ogni tipo. Ed ecco quindi che il privato di uno diventa quello di molti, immortalato in un processo induttivo che parte dal caso particolare per raccontare l’universalità della commedia della vita.

Guarda il trailer ufficiale di È stata la mano di Dio

GIUDIZIO COMPLESSIVO

È stata la mano di Dio è un viaggio doloroso nella vita per provare, un'ultima volta, a riavvolgere il nastro del tempo di un passato fondamentale e fondante, capace di influenzare ancora il presente con il suo peso. E Sorrentino lo compie attraverso il suo sguardo sornione ed estetizzante, derivativo e sensibile, l'unico in grado di raccontare una storia che affonda le radici nel proprio privato, consegnandola all'immortalità della settima arte.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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