Un giovane uomo, nel giorno del suo compleanno, scopre di avere un tumore alla gola provocato da una malattia sessualmente trasmissibile. Il suo nome è Nino, da cui viene anche il titolo del lungometraggio diretto da Pauline Loquès, vincitore del premio César alla miglior opera prima.
Tra incontri casuali, feste private e sale d’attesa d’ospedale, questo personaggio silenzioso, quieto, introverso e forse un po’ depresso si aggira per le strade di Parigi – ha perso le chiavi di casa – come una presenza invisibile che tocca e influenza chiunque entri in contatto con lui. E viceversa.
Anche Théodore Pellerin, l’attore che lo interpreta, non sembra molto diverso. Calmo, pacato, educato, eppure (a differenza di Nino) piuttosto loquace nelle risposte, si siede con noi per parlare di questo ruolo, per il quale ha ricevuto molte attenzioni a livello internazionale e si è aggiudicato il premio César alla migliore promessa maschile.
Classe 1997 e di origini canadesi, ha iniziato la sua carriera nel 2014, prendendo parte a numerosi progetti, tra cui ricordiamo È solo la fine del mondo del connazionale Xavier Dolan, Beau ha paura di Ari Aster e le serie Netflix The OA e Maid. Sempre in una serie, On Becoming a God, ottiene il suo primo ingaggio da protagonista, condividendo lo schermo con Kirsten Dunst.
Dopo Nino, Pellerin è ora sulla mappa dei talenti emergenti, e anche se a noi racconta che finite le riprese ha sentito il bisogno di “fuggire” dalla recitazione e dal cinema, in realtà si è già aggiudicato altri ruoli di primo piano: lo vedremo, per esempio, al fianco di Marion Cotillard nel prossimo film di Nicole Garcia, Milo, e in Cry to Heaven di Tom Ford.
Nino invece, dopo la presentazione alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes 2025, e dopo l’anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma 2025, arriverà nelle nostre sale dal prossimo 30 aprile, distribuito da Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures. Per l’occasione, vi proponiamo di seguito il nostro incontro con l’attore.

Nino è un un film estremamente potente, anche perché il protagonista fa un percorso un po’ alla rovescia rispetto a quello che vediamo spesso quando viene fatta una diagnosi di malattia: di solito ci si chiude, invece lui è come se stesse già vivendo in una specie di bozzolo in cui si proteggeva, e la malattia in qualche modo lo porta a riaprirsi agli altri.
T.P.: «In realtà lui si sarebbe volentieri chiuso in casa per tre giorni, se non fosse che perde le chiavi e quindi non riesce a entrare dentro casa. Proprio questo espediente narrativo era molto, molto importante ai fini del film, perché lui così è costretto a girovagare per Parigi. E si trova quindi nel caos della metropoli, circondato da tantissime persone sconosciute e dal rumore, dove si diventa anonimi. Ma, soprattutto, dove ogni tanto si incontrano casualmente delle persone. Quindi sicuramente la perdita delle chiavi lo obbliga a “entrare” nella vita, ed era una cosa molto importante a livello di storia.»
Tra tutte le relazioni che Nino instaura nel film c’è questo rapporto quasi invisibile con il padre defunto, che poi emerge in altri contesti, nel problema della donazione dello sperma, che riguarda la sua futura paternità, e nelle scene con il figlio della ex compagna di classe. Come hai affrontato questo aspetto?
T.P.: «È buffa questa cosa che dici, perché prima di cominciare a girare, quando parlavo con Pauline, la regista e sceneggiatrice del film, le ho detto che secondo me qualche scena sul padre, sulla paternità e sulla genitorialità forse sarebbe stato meglio toglierla. Pensavo che ce ne fossero troppe. E lei mi ha risposto: “Davvero?”. Poi, rileggendo la sceneggiatura, si è resa conto anche lei che questo tema era molto, molto importante. Ma è come se le fosse venuto di getto, senza neanche pensarci, come se l’avesse scritto istintivamente.
Io stesso penso che questo fosse un tema centrale e che fosse, oltretutto, la chiave per spiegare il perché Nino, anche prima dell’annuncio di questa malattia, sembra essere al di fuori della vita, come se fosse scollegato, sconnesso. Sappiamo che ha perso il papà quando era molto piccolo e questo ci fa capire perché è diventato l’uomo che vediamo. Non mi piacciono i film che spiegano troppo le cose, e questo non è tra quelli, ma questo tema è quello che conferisce un’unicità e un senso a tutta la storia. Anche perché diventare genitori rappresenta proprio uno slancio verso la vita, è qualcosa di immenso, di talmente forte che trascende proprio la nostra stessa vita.
Credo che Nino, ancor prima di sapere di avere questa malattia, fosse uno che pensava molto spesso alla morte, alla sua mortalità, e magari aveva anche contemplato l’ipotesi di un suicidio. Nel momento in cui la possibilità della morte diventa reale, allora il suo approccio alla vita cambia totalmente. E con esso anche l’idea di diventare padre in futuro. E poi c’è quell’episodio in cui la sua amica gli dice che voleva donare gli ovuli, ma aveva paura di essere talmente nevrotica che gli ovuli stessi avrebbero ereditato quella nevrosi. Anche lui, forse, ha paura che il suo sperma contenga la morte e la sua malattia.»

Nino è un personaggio chiuso in sé stesso, tuttavia possiede anche la forza della verità: è molto onesto, non ha paura di vivere i suoi silenzi in pubblico, e questa è una cosa che viene apprezzata perché, come vediamo, è anche molto amato. Come ti sei approcciato a un ruolo di questo tipo?
T.P.: «Per me la cosa fondamentale, prima di cominciare le riprese del film, era capire chi fosse Nino prima dell’annuncio della malattia. Che rapporto avesse con la vita, con la sua esistenza. Ad esempio, com’è questa casa, questo suo appartamento che non compare mai? Vederlo ci avrebbe dato un’idea di come Nino conduce la sua vita, no? Non appena scopre questa diagnosi così terribile, invece, la sua prospettiva verso la vita cambia totalmente da un momento all’altro: tutte le banalità e le frivolezze della vita quotidiana perdono totalmente di importanza, e la sua esistenza assume un nuovo peso, una nuova trasparenza. L’imminenza della morte gli fa percepire le cose, le persone che lo circondano in maniera totalmente diversa.
Non direi che sia totalmente passivo, anche se non è tanto propenso all’azione. Diciamo che è quasi uno spettatore. Non è mai solo, però: è circondato da tante persone e vive in questo turbinio di feste, di parole, di abbracci, di baci, che riceve restando molto in silenzio. È come se si facesse un po’ da parte, come se si lasciasse trasportare. E con un personaggio del genere, visto che gli altri attori e le altre attrici erano bravissimi nei ruoli che interpretavano, è come se fossi diventato io stesso spettatore.»

Questo film è fatto di tante piccole relazioni, tante piccole situazioni che si creano, e sono tutte molto intime e molto genuine. Come avete costruito questo aspetto del film insieme al resto del cast e anche alla regista?
T.P.: «Sicuramente in gran parte questo è merito dell’intelligenza di Pauline e della direttrice del casting, perché hanno scelto veramente gli attori perfetti per ogni singolo ruolo. Hanno creato degli incontri che sembravano veri, e molte volte si gioca tutto lì: tu cerchi di creare una coppia di attori al cinema e non è sicuro che funzioni. Magari la scena è bella, ma non è detto che nasca davvero questo sentimento di “verità”.
In questo caso ci sono riusciti, quindi sicuramente ogni attore e ogni attrice era perfetto per il ruolo che ha interpretato e, come dicevo prima, vista la loro bravura io mi sono messo quasi all’ascolto degli altri, ho seguito il loro talento e il loro modo di recitare. Inoltre la sceneggiatura era scritta in una maniera perfetta. E poi anche il modo di lavorare di Pauline è molto accogliente e pieno d’amore nei confronti dei suoi attori, permettendo loro di aprire veramente la propria anima, il proprio spirito. E, a volte, di andare anche oltre quello che probabilmente avrebbero fatto in un’altra situazione, con un altro regista.»
Hai già lavorato tantissimo, hai fatto tantissimi film, però sei anche in film molto attesi adesso, come il nuovo film di Tom Ford e il nuovo film di Nicole Garcia. Come stai vivendo questo momento della tua carriera? Che cosa cerchi, ora che c’è anche un grande riconoscimento pubblico del tuo talento? È cambiato qualcosa nel modo in cui ti approcci ai film?
T.P.: «Devo dire che è successa una cosa un po’ strana, proprio subito dopo la fine delle riprese di Nino: vista l’intensità delle riprese e la maniera in cui erano girate, che mi avevano portato a ignorare per tanto tempo la banalità e la frivolezza delle cose (un po’ come il mio personaggio), finite le riprese non avevo più voglia di recitare al cinema. Era come se volessi fuggire. Adesso quindi cerco di accettare i film solo quando mi rendo conto che non posso non farli, come nel caso di Nino. In questo momento ho un po’ questa tendenza. È come se seguissi questo istinto di volermi un po’ nascondere, di essere al di fuori delle cose, andando proprio in direzione opposta rispetto alla grande esposizione che sto avendo proprio grazie a questo film e ai premi che ho ricevuto.
Detto questo, Nino è un film che ho amato tantissimo, ho adorato la sceneggiatura, le riprese, le persone con le quali ho girato. Sembrano tutte frasi fatte, ma è davvero così. E il fatto che questo film sia ricevuto dal pubblico in questa maniera, che abbia commosso il pubblico a tal punto, non può che farmi piacere, perché è una cosa rara. E non vorrei sembrare sgradevole nei confronti degli altri registi con cui ho lavorato, però è raro anche che io abbia amato così tanto un film nel quale ho lavorato. Quindi che il film abbia successo sicuramente mi rende orgoglioso e felice.»


