Ogni famiglia ha i suoi segreti, soffocati dall’eco di questioni irrisolte che troppo spesso si cerca di risolvere tra le pareti domestiche. Ogni membro di solito aspetta solo la prima buona occasione disponibile che incontra per sciogliere i nodi causati da anni di dubbi e domande alle quali si cerca, disperatamente, di dare una risposta.
Partendo da questi presupposti il drammaturgo, attore e regista francese Jean Luc Lagarce cercò di portare in scena un tipico esempio di dramma d’interni familiare, salvo conferire alla tematica nuovo smalto grazie al sapiente studio condotto sulla lingua – così semplice, diretta ma allo stesso tempo originale nella sintassi e veicolo di un pensiero profondamente complesso – che lo hanno trasformato, fino alla sua prematura morte nel 1995, nel terzo autore teatrale più adattato per la scena di tutti i tempi, dopo Shakespeare e Moliére.
È Solo la Fine del Mondo, una sua pièce del 1990, si trasforma attraversando la lente colorata del caleidoscopio del canadese Xavier Dolan, classe 1989, vero e proprio enfant prodige amato dal pubblico e dalla critica, approdato al suo primo film della maturità. E lo fa con serietà, abbandonando gli eccessi visivi della propria immaginazione iperattiva ai quali ci aveva abituato, scegliendo di affidarsi più alla parola e all’intensità delle dolenti interpretazioni.
Louis (Gaspard Ulliel) è un giovane scrittore che ha lasciato, da dodici anni, la propria casa natia senza farvi più ritorno: la necessità di un opprimente segreto da rivelare lo spinge a tornare proprio dalla famiglia per una domenica, durante la quale ritroverà suo fratello Antoine (Vincent Cassel), inquieto e brusco; sua moglie Catherine (Marion Cotillard), riservata e materna; sua sorella minore, Suzanne (Léa Seydoux), turbolenta ragazza che non ha mai conosciuto, e infine sua madre (Nathalie Baye) la quale, attraverso i suoi eccessivi comportamenti pittoreschi, cerca di tenere unita la famiglia almeno per un giorno. Ma i conflitti sono pronti a deflagrare, proprio come l’incerto tempo estivo che sembra avvolgere la loro infinita giornata d’attesa.
È Solo la Fine del Mondo è un film di suggestioni: che siano esse evocate dalle immagini, dalle parole o dai comportamenti, ogni dettaglio non è casuale e sembra suggerire qualcosa di diverso, più profondo, nascosto dietro la fitta coltre di bugie, segreti, difficoltà e “non detti” dietro i quali si è trincerata la famiglia protagonista, in fin dei conti archetipo di ogni nucleo familiare alle prese con le classiche dinamiche conflittuali.
Dolan presta il suo genio ad un dramma d’interni, da kitchen sink: piega il suo talento ribelle e visionario alla forza degli sguardi, restringe coscienziosamente le inquadrature riducendo tutto a primi e primissi piani, dettagli e particolari claustrofobici; sceglie di mostrarci il sudore, le rughe d’espressione, le imperfezioni sui volti e sui corpi dei cinque protagonisti, cinque anime smarrite alla ricerca della verità che non troveranno mai. Ogni personaggio è portatore di una grande rivelazione, ma le loro parole tradiscono omissis e tentennamenti, riducendo tutte le buone intenzioni delle loro anime inquiete a quotidiani tentativi di dialogo immortalati nella loro banalità.
Dolan dimostra di essere non solo un ottimo regista tecnico, ma un vero e proprio “direttore d’attori” (parafrasando il francese), in grado di orchestrare con abile maestria i corpi dolenti di un superbo cast di fuoriclasse, senza mai rinunciare al suo personalissimo tocco. Solo lui può accompagnare il lirismo perfetto delle immagini frammentarie della memoria al beat kitsch di una canzone disco dance del 2002, fondendo un tocco alla Malick con i riferimenti pop con i quali è cresciuto, da buon ventisettenne dotato di un’inspiegabile e lungimirante visione del mondo.


