Una commedia horror che affonda le mani nel sangue ma anche nelle dinamiche familiari più oscure. È questo il cuore pulsante di Finché morte non ci separi 2 (Ready or Not 2: Here I Come in originale), presentato ieri a Roma dalle attrici Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton, protagoniste di un incontro stampa ricco di aneddoti, riflessioni e momenti anche molto personali.
Fin dalle prime battute, è emerso chiaramente quanto il progetto sia stato per entrambe qualcosa di più di un semplice sequel (il primo film è uscito nel 2019). Newton racconta di aver accettato senza esitazioni: «Ho detto sì al progetto perché i registi sono dei geni. Avevo già lavorato con loro (in Abigail, NdR) e mi hanno detto che avevano scritto questo film per me: è stato un grandissimo onore».
A convincere l’attrice, oltre alla fiducia nei registi, anche l’amore per il primo capitolo: «Ero già una grandissima fan dell’originale. Quando mi hanno chiamata per il sequel, ho letto la sceneggiatura e ho subito colto l’occasione».
Oltre il puro intrattenimento
Ma se l’entusiasmo è stato fin da subito condiviso, il film – come ha sottolineato Gellar – va ben oltre il puro intrattenimento. «È ciò che lo rende interessante: puoi vederlo come un viaggio divertente oppure coglierne i livelli più profondi», spiega l’attrice. «Il cinema prende problemi reali e li affronta in modo non ovvio. Qui usiamo l’horror e la commedia per parlare del desiderio di potere, di cose le persone sono disposte a fare per ottenerlo e mantenerlo».
Al centro, inevitabilmente, la famiglia, com’era già accaduto nel capitolo precedente: «È un’esplorazione dei rapporti e degli obblighi che si creano all’interno di quella struttura».

Ricercare l’umanità anche nei ruoli più estremi
Un approccio che si riflette anche nella costruzione dei personaggi. Sarah Michelle Gellar insiste sull’importanza dell’umanità, anche nei ruoli più estremi: «Non voglio mai una caricatura. Anche i personaggi cattivi devono avere una ragione. Se io non credo nelle loro motivazioni, non posso chiedere al pubblico di farlo».
E proprio in merito al suo passaggio ad un ruolo più oscuro ammette con ironia: «Essere cattivi è sicuramente molto più divertente», ricordando però come «nessuno di noi sia buono o cattivo al 100%».
Il dialogo con i giornalisti scivola poi inevitabilmente su Buffy l’Ammazzavampiri, la serie e il ruolo che l’hanno resa iconica. Durante le riprese, ha raccontato, qualcosa è riaffiorato anche sul set: «Ho guardato Kathryn e ho detto: quella faccia mi sembra familiare… Ho riconosciuto un’immagine di Buffy. Anche i capelli, l’acconciatura. Era un modo per rendere omaggio ai fan».
L’importanza del lavoro di squadra
Kathryn Newton, dal canto suo, porta nel film una forte componente fisica: «Mi ha dato l’opportunità di mostrare le mie capacità fisiche come attrice, ed è stata una delle cose più divertenti». L’attrice promette tantissime sorprese: «Sapete che ci sarà tanto sangue e delle esplosioni, ma non sapete come né quando».
Sul set, però, a dominare non è stata solo l’azione, ma anche un forte spirito di squadra. Le scene più riuscite – raccontano le due interpreti – sono proprio quelle corali: momenti condivisi con un cast affiatato che hanno reso il lavoro “fondamentale” e particolarmente coinvolgente.

Nicholas Brendon e il tema dell’eredità artistica
Non manca un passaggio più intimo quando si parla della recente scomparsa di Nicholas Brendon, co-star di Gellar in Buffy. L’attrice si ferma, riflette e risponde con grande misura: «È una tragedia quando perdi una persona, ancora di più quando accade troppo presto. Lui ha portato tanta gioia e questa continuerà a vivere». Un ricordo che lega passato e presente, e che riporta al tema dell’eredità artistica.
Proprio sul rapporto con il pubblico, l’attrice rivendica una libertà conquistata negli anni: «L’amore dei fan è incredibile e non mi condiziona, anzi mi rende più libera. Non voglio essere vista in un solo ruolo, per questo scelgo personaggi diversi». La bussola resta semplice: «Scelgo un film se mi diverte, se lo guarderei anche senza esserci dentro».
David Cronenberg e la rinuncia alla CGI
Tra gli incontri più sorprendenti sul set, quello con il maestro David Cronenberg, presenza che ha inizialmente intimorito il cast: «Eravamo nervosissime, poi entusiaste. Si sentiva proprio un cambio di energia», racconta Gellar. «Ma lui voleva essere trattato come un attore qualsiasi».
La lavorazione, però, non è stata priva di sfide. Girato in appena 30 giorni, Finché morte non ci separi 2 ha richiesto grande concentrazione, anche per la scelta di rinunciare alla CGI: «Tutto è reale, anche le esplosioni. Questo cambia completamente il lavoro sul set», sottolinea Gellar. Eppure, paradossalmente, la difficoltà più grande è stata un’altra: «Quando lavori con persone con cui stai così bene, è difficile non ridere».

L’horror? Un’esperienza condivisa senza regole
Al centro della storia restano comunque i legami familiari, spesso conflittuali. Gellar riflette sul rapporto tra gemelli e identità: «È un legame che non puoi capire se non lo vivi. Quando si spezza, è un’esplorazione molto interessante». Newton invece racconta il rapporto costruito con la protagonista Samara Weaving: «È diventata davvero come una sorella per me. L’ho copiata in tutto, è una leader fantastica».
E se c’è un elemento che accomuna tutto il racconto, è l’amore per il genere horror. «Mi piace perché non ci sono regole», spiega Gellar. «Puoi fare tutto: commedia, dramma, azione. È una celebrazione della creatività e del lavoro di squadra».
Un lavoro che trova il suo senso ultimo nella reazione del pubblico. «Se una persona esce dal cinema e dice “Ce l’abbiamo fatta”, allora abbiamo fatto il nostro lavoro», conclude l’attrice. Perché, in fondo, è proprio questa la forza dell’horror: «Ti permette di staccare dal mondo, di vivere un’esperienza condivisa. Salti, ridi insieme agli altri. Ed è questo che rende il cinema così importante».
Finché morte non ci separi 2 arriverà nelle sale italiane dal 9 aprile, pronto a riportare sul grande schermo una miscela sempre più rara: intrattenimento puro e, sotto la superficie, uno sguardo lucido – e spietato – sui rapporti umani.


