HomeIntervisteYoung Sherlock, recensione della serie di Guy Ritchie con Hero Fiennes Tiffin

Young Sherlock, recensione della serie di Guy Ritchie con Hero Fiennes Tiffin

Guy Ritchie torna nel mondo di Sherlock Holmes con Young Sherlock, la cui prima stagione sarà interamente disponibile su Prime Video dal 4 marzo.

In una delle scene chiave del coming of age autobiografico The Fabelmans di Steven Spielberg, il protagonista Sammy è intento ad assemblare un filmato fatto di momenti felici della sua famiglia in vacanza. Vuole rallegrare la madre, che sta cadendo sempre più in depressione. Mentre gira la manovella e la pellicola della sua Super 8 scorre sulla giuntatrice per il montaggio, Sammy inizia a notare piccoli dettagli: uno scambio di sguardi, due mani che si toccano teneramente, un sorriso fugace. La manovella continua a girare, avanti e indietro, e finalmente il ragazzo realizza ciò che i suoi occhi, fallaci, non avevano colto, ma che non può invece sfuggire alla macchina da presa: la madre ha un’amante. 

La grande (e non unica) lezione di cinema consegnataci in questo film da Spielberg è chiara: l’obiettivo fotografico cattura tutto ciò che vede, in maniera inequivocabile e inesorabile, e sta a noi decidere dove (e come) dirigere il nostro sguardo. Applicare lo stesso concetto di onniveggenza e infallibilità alla mente umana è impossibile, a meno di non lavorare di fantasia. Qualcuno, alla fine del Diciannovesimo secolo, l’ha fatto, e il risultato non poteva essere che uno e uno soltanto: Sherlock Holmes

Il “palazzo mentale” prende forma e corpo

Il detective più famoso e intelligente del mondo creato dalla penna di Arthur Conan Doyle, un genio sregolato che risolve i casi più intricati in compagnia del fidato amico e assistente John Watson, è esattamente questo: una macchina da presa vivente e pensante, una scheda di memoria dalla capacità infinita, colma di nozioni, dati e ricordi in costante aggiornamento, che per malasorte dei criminali possiede straordinarie abilità logiche e un forte senso etico. E la più recente – l’ennesima, potremmo dire, ma è davvero possibile stancarsi di Sherlock Holmes? – iterazione del personaggio, Young Sherlock, non fa eccezione a questa definizione.

Il diciannovenne Sherlock, interpretato da un ottimo Hero Fiennes Tiffin – sì, potete dimenticare After -, ha una memoria impeccabile, che gli permette di “tornare” quasi fisicamente nei luoghi che ha già visitato per cogliere nuovi indizi, nuove prove, nuovi dettagli utili alle sue indagini. Chi ha visto Sherlock ricorderà le meditazioni del protagonista all’interno del suo “palazzo mentale”: in una delle sue intuizioni migliori, la nuova serie targata Prime Video sembra cogliere lo stesso concetto per dargli forma e corpo, lasciandoci dunque penetrare nella mente, finora sempre così affascinante tanto quanto impenetrabile, del giovane (non ancora) investigatore. Il quale – e forse questa è una condanna, oltre che una benedizione – rivive il suo passato come uno spettatore che riguarda più volte lo stesso film, trovando ogni volta un’interpretazione diversa. 

Il grande ritorno di Guy Ritchie nel mondo di Sherlock

Della serie BBC con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, comunque, c’è in realtà ben poco. Lo Sherlock di Fiennes Tiffin è decisamente meno problematico e la scrittura (dello showrunner Matthew Parkhill) non cerca nemmeno di eguagliare la complessità e la stratificazione estrema delle storie di Mark Gatiss e Steven Moffat. Senza contare che di Watson, qui, non si vede nemmeno l’ombra. Del resto il vero autore di Young Sherlock è un altro, uno che con il personaggio aveva già avuto a che fare oltre quindici anni fa, tra l’altro nello stesso periodo in cui nasceva Sherlock: Guy Ritchie

Nei due adattamenti da lui realizzati nel 2009 e nel 2011 (Sherlock Holmes e Sherlock Holmes – Gioco di ombre), il regista aveva lasciato una forte impronta sul personaggio, rendendolo più action, più alcolizzato, più eroe scapestrato rispetto alla controparte cartacea. Tolto Robert Downey Jr. ed entrato in scena Hero Fiennes Tiffin, questo Sherlock Holmes non sarà ancora un combattente esperto né altrettanto alla deriva, ma conserva diversi tratti del personaggio di quei film. E la serie lo segue a ruota: c’è un mistero, certo, ed è un mistero ben costruito, sempre più intricato e pieno di colpi di scena ben pensati (anche se non sempre messi in scena nel migliore dei modi), ma in Young Sherlock ci sono anche risse, scontri a fuoco, piani di fuga, travestimenti, inseguimenti per le strade di Londra, Oxford, Parigi, perfino Costantinopoli. Quasi come se fossimo in un franchise d’azione alla Mission: Impossible

In effetti sembra proprio che l’intento sia quello di creare un prodotto pop, frizzante e divertente, il tutto in pieno stile Guy Ritchie, il che vuol dire dialoghi rapidi e sferzanti, ritmo serrato, personaggi carichi di un carisma e di una coolness innata e un uso elettrizzante delle musiche, a partire dal brano Days Are Forgotten dei Kasabian che risuona negli opening credits (è quasi sempre un buon segno quando una serie ha una opening, per qualche ragione). Oltre, ovviamente, all’umorismo tipicamente british del regista, che si è sempre sposato molto bene con il personaggio di Holmes. 

Sherlock Holmes e James Moriarty… amici?

Non bisogna pensare, tuttavia, che questo Young Sherlock sia pensato come prequel dei film con Downey Jr. Gli elementi di rottura sono diversi, ma uno in particolare spicca tra gli altri, ed è forse quello fondativo di tutta la serie: Sherlock Holmes e James Moriarty (l’altrettanto bravo Dónal Finn) diventano subito amici. Un’operazione che ricorda parecchio quella fatta da Smallville ormai venticinque anni fa, nella quale le versioni incomplete ed embrionali di Clark Kent/Superman e di Lex Luthor stringevano un legame profondissimo, destinato però a logorarsi gradualmente nel rapporto eroe/nemesi che tutti conosciamo. 

Quella di Smallville era un’epoca diversa per la televisione, dove la longevità maggiore delle serie e il numero di episodi (tre volte quelli di oggi) imponevano tempi di narrazione diversa. È impensabile quindi che Young Sherlock non adotti un approccio più rapido nel mostrare l’allontanamento tra i due arcinemici, di cui già in questi primi otto episodi vengono sottolineate a più riprese le inconciliabili differenze. Eppure, come allora era rinfrescante vedere Clark e Lex sotto una luce diversa, così lo è oggi per Sherlock e James: supportate da due più che convincenti performance, le loro interazioni sono il cuore dell’intero show e ciò che lo rende davvero interessante da vedere, per scoprire come il loro futuro si trasformerà in quel machiavellico “gioco di ombre” che abbiamo imparato ad ammirare.  

Guarda il trailer ufficiale di Young Sherlock

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Guy Ritchie fa il suo ritorno nel mondo di Sherlock Holmes e lo fa in grande stile: Young Sherlock riprende la carica action e avventurosa dei film con Robert Downey Jr., senza dimenticarsi di costruire un fitto e intricato mistero, che coinvolge dalla prima all'ultima puntata. Ma la vera novità è il rapporto d'amicizia tra il giovane investigatore e la sua arcinemesi James Moriarty, che rappresenta il cuore dell'intera serie, grazie anche alle performance dei protagonisti.

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Guy Ritchie fa il suo ritorno nel mondo di Sherlock Holmes e lo fa in grande stile: Young Sherlock riprende la carica action e avventurosa dei film con Robert Downey Jr., senza dimenticarsi di costruire un fitto e intricato mistero, che coinvolge dalla prima all'ultima puntata. Ma la vera novità è il rapporto d'amicizia tra il giovane investigatore e la sua arcinemesi James Moriarty, che rappresenta il cuore dell'intera serie, grazie anche alle performance dei protagonisti.Young Sherlock, recensione della serie di Guy Ritchie con Hero Fiennes Tiffin