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The Fabelmans, recensione del film di Steven Spielberg

La recensione di The Fabelmans, il nuovo film di Steven Spielberg con Michelle Williams e Paul Dano. Dal 22 dicembre al cinema.

The Fabelmans è il nuovo coming of age drama diretto da Steven Spielberg; una sorta di autobiografia romanzata, ispirata alla vita dello stesso regista, disponibile dal 22 dicembre anche nelle nostre sale. Un soggetto personale che vede il ritorno dell’autore anche nelle vesti di sceneggiatore – non succedeva da A.I. – Intelligenza artificiale, del 2001 – affiancato dall’ormai fedele collaboratore Tony Kushner (il famoso drammaturgo aveva già scritto per Spielberg Munich, Lincoln e il recente remake di West Side Story).

Non è mai facile parlare del lavoro di un gigante del cinema del calibro di Steven Spielberg, autore che più di tutti – insieme all’amico George Lucas – ha rappresentato l’anello di congiunzione tra la New Hollywood e i grandi blockbuster d’intrattenimento degli anni ’80 (oltre al lavoro come regista, ha anche prodotto successi come I Goonies e Ritorno al futuro). Un autore cinefilo totalmente innamorato del grande schermo, non solo in quanto forma d’arte, ma soprattutto come magica fabbrica dei sogni, capace di intrattenere ed emozionare milioni di spettatori.

Proprio con l’innamoramento del piccolo Sammy (Mateo Zoryon Francis-DeFord), alter ego di Spielberg, inizia The Fabelmans; la malattia del cinema colpisce il bambino durante la visione in sala de Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille. Dall’infanzia all’adolescenza (Gabriel LaBelle), Sam coltiva la sua passione, incoraggiato dalla madre Mitzi (Michelle Williams), nonostante lo scarso entusiasmo del padre Burt (Paul Dano), che lo vorrebbe ingegnere. Una storia di crescita e maturazione, fino all’entrata nell’età adulta, vista attraverso il magico obiettivo di una cinepresa 8 mm.

Il globo terracqueo del logo della Universal lascia presto spazio alla luna e a Elliott sulla sua bicicletta volante, trasformandosi in quello della Amblin: questo è un film di Steven Spielberg, al 100% figlio della mente del suo autore, pregno della sua poetica. Mentre alcuni dei cineasti suoi coetanei si sono da subito concessi pellicole amarcord – Bogdanovich con L’ultimo spettacolo, Lucas con American Graffiti – celebrando, tra nostalgia e malinconia, gli anni della loro giovinezza, il papà de Lo squalo ha evitato progetti simili, lasciando sedimentare anni di esperienza, film dopo film.

Una toccante celebrazione del Cinema

Il risultato è che in The Fabelmans si può ritrovare quasi tutta la poetica del cinema di Spielberg; una sorta di autoanalisi alla riscoperta delle suggestioni che, sin dalla più tenera età, hanno influenzato la sua opera. Ci sono le avventure con gli scout nel deserto dell’Arizona, a caccia di scorpioni, che ricordano il setting del bellissimo prologo di Indiana Jones e l’ultima crociata, con protagonista il compianto River Phoenix; i racconti di guerra del padre, ispirazione fondamentale per pellicole di ambientazione bellica come Salvate il soldato Ryan.

C’è soprattutto la famiglia, croce e delizia durante tutta la giovane esistenza di Sam, centro di gravità a cui ruota attorno una parte consistente della filmografia del regista (il trauma dovuto al divorzio dei genitori lo ha portato alla catarsi creativa alla base di E.T. – L’extra-terrestre, film manifesto del suo cinema per ragazzi). Un nucleo familiare scisso tra l’anima artistica della madre, pianista mancata, e quella scientifica del padre, ingegnere informatico che arriverà a lavorare per la IBM. Esemplare la scena iniziale, dove, nell’intento di spiegare al piccolo Sammy cosa sia il cinema, la madre afferma “i film sono sogni”, mentre il padre cerca di illustrargli il funzionamento tecnico di una proiezione.

The Fabelmans è, sopra ogni cosa, una celebrazione del Cinema; efficace macchina immaginifica in grado – a volte a costo di solitudine e sofferenza, come spiegato dallo zio Boris (Judd Hirsch) – sia di svelare una verità sfuggente (è montando un filmino delle vacanze che il protagonista apprende della relazione tra la madre e il miglior amico del padre, interpretato da Seth Rogen), che di plasmarla a nostro piacimento per risollevarci dalle nostre pene, se non addirittura di esorcizzarle. Un’arma potente, con cui si possono anche sconfiggere degli idiotici bulli antisemiti, mostrandogli chi sono davvero o quello che potrebbero essere.

Un’opera sia intima che grandiosa, capace di parlare a tutti attraverso temi universali, come la famiglia e la crescita, ma anche di esaltare il pubblico più cinefilo, con i suoi riferimenti alla filmografia di Spielberg e alla storia del cinema in generale. C’è anche uno spassoso cammeo di David Lynch, autore del bizzarro per antonomasia, nel ruolo del più classico dei registi americani: il leggendario John Ford.

Guarda il trailer ufficiale di The Fabelmans 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Steven Spielberg, con The Fabelmans, realizza un coming of age che è anche una sorta di autoanalisi di tutta la sua filmografia; una ricerca delle suggestioni della sua giovinezza che hanno ispirato larga parte della sua opera. Una toccante celebrazione del Cinema, potente macchina immaginifica, che tocca anche temi universali come la famiglia e la crescita.
Marco Scaletti
Marco Scaletti
Prima sono arrivati i fumetti e i videogiochi, dopo l'innamoramento totale per il cinema e le serie tv. Consumatore onnivoro dei generi più disparati, dai cinecomics alle disturbanti opere del sommo Cronenberg | Film del cuore: Alien | Il più grande regista: il succitato Cronenberg o Michael Mann | Attore preferito: Joaquin Phoenix | La citazione più bella: "I gufi non sono quello che sembrano" (I segreti di Twin Peaks)

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