giovedì, Luglio 29, 2021
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State a casa, recensione del film di Roan Johnson

La recensione di State a casa, il nuovo film di Roan Johnson con Dario Aita, Giordana Faggiano e Tommaso Ragno. Nelle sale dal 1° luglio.

State a casa è il film che segna il ritorno di Roan Johnson dietro la macchina da presa e direttamente sul grande schermo: anni dopo il suo ultimo film (Piuma, 2016) e la fortunata esperienza televisiva targata Sky de I delitti del BarLume, il regista anglo-italiano torna a raccontare una storia di giovani coinquilini – com’era già successo in Fino a qui tutto bene – alle prese con le difficoltà della vita, ma utilizzando come sfondo la surreale situazione storica vissuta globalmente con l’avvento dell’epidemia da Covid-19. Il film, con protagonisti Dario Aita, Giordana Faggiano, Lorenzo Frediani, Martina Sammarco e Tommaso Ragno (visto recentemente ne Il cattivo poeta e Security) sarà disponibile nelle sale dal 1 luglio.

Il mondo là fuori è bloccato da una pandemia, e in lockdown un appartamento a Roma diventa lo stesso di Milano, Napoli, Parigi e New York. Quattro ragazzi sotto i trent’anni condividono proprio quell’appartamento da tempo e, fermati dal contagio, si trovano ad affrontare ombre più grandi che minacciano la loro situazione. L’occasione per fare dei soldi facili a scapito del loro equivoco padrone di casa (Ragno) porterà il film a un crescendo di tensione e delirio, e le scelte quanto le azioni azzardate dei ragazzi diventeranno sempre più ambigue mentre le conseguenze sconvolgeranno i loro sogni e le speranze, le paure e gli amori che vivono trascinandoli in una girandola grottesca.

State a casa è una commedia grottesca intrisa di umorismo nero, lucida e folle nel suo oscuro scrutare nel buco nero dei pensieri inconfessabili e dei desideri più ambigui che si annidano nell’animo umano; l’unico modo per raccontare il lockdown vissuto era attraverso la lente dei generi, che ha focalizzato la sua attenzione sulla pandemia fino a deformarla, per cercare di esorcizzare le paure provate sostituendole con altre. Il film di Johnson è, al momento, uno dei pochi che si è dimostrato capace di saper reinterpretare i fatti, senza limitarsi alla mera cronaca di un evento storico vissuto e subito da spettatori passivi sulla scena della Storia. Con un “black witz” irresistibile, il regista ha esorcizzato (appunto) le incertezze e le paure provate durante il primo, imprevedibile, lockdown sostituendole con altre ben più complesse e pericolose.

Il fascino del film si annida nella sua capacità di spiazzare e sorprendere, avvalendosi del sapiente uso dei canoni di vari generi – commedia, thriller, orrore, suspense, onirico-surreale etc. – per costruire una narrazione complessa e stratificata, che trascina lo spettatore in un progressivo maelstrom sempre più profondo e distorto che si affaccia sull’oscurità dell’insondabile umano, svelando l’essenza più ferina delle persone in una situazione anomala e atipica pronta a coglierli di sorpresa, stordendoli. La naturalezza delle relazioni messe in scena dai protagonisti è capace di creare un’illusione di verità ed estremo realismo, garantito anche dalla (onni)presenza di un piano sequenza indagatore che scruta nelle vite del gruppo, nelle pieghe emotive e private dei ragazzi che incarnano alla perfezione il prototipo dei coinquilini che tutti hanno avuto/conosciuto almeno una volta nella vita.

State a casa è, anche nel titolo, un invito provocatorio e sibillino, nel quale echeggia tanto la raccomandazione che ha scandito il tempo fisico durante il primo lockdown, quanto una strizzata d’occhio da parte del black humour che invita a spiare nelle vite degli altri, ad attraversare un viaggio fuori di testa – e fuori controllo – multi-strato e multi-significato, dove non tutto è come sembra e ogni azione o scelta comporta una lenta discesa in un inferno onirico, disturbante e provocante: si inizia la visione ridendo, per poi progressivamente sostituire il sentimento spensierato con una sottile angoscia, un latente e sinistro sentimento che innesca riflessioni e tensioni. Fino a che punto l’essere umano può spingersi, se calato in una situazione estrema e inedita? Davanti alle tentazioni, sappiamo davvero resistere? E queste riflessioni macroscopiche sulla vita e sul comportamento etico trovano una collocazione ideale grazie al lockdown, uno stallo che ha trasformato le case – e le esistenze – in prigioni da incubo, complice il passare dei giorni.

Con State a casa Roan Johnson conferma il suo talento nel raccontare tanto la vita spensierata di un’intera generazione – quella dei Millennials, immortalata sempre al crocevia tra le difficoltà della crescita e un’eterna adolescenza universitaria – quanto la contaminazione dei generi, che si insidiano nelle crepe del racconto proprio come pericolosi virus, capaci di trasfigurare la realtà deformandone i connotati come in un perturbante freudiano. Forse il continuo gioco di rimandi tra i generi può disorientare nel corso della visione, creando aspettative – e immaginari – difficili da mantenere, ma senza dubbio il film di Johnson incarna uno sguardo atipico sulla pandemia, raro nella sua capacità di raccontare il reale attraverso l’occhio della macchina da presa.

Guarda il trailer ufficiale di State a casa

GIUDIZIO COMPLESSIVO

State a Casa è una commedia grottesca intrisa di umorismo nero, lucida e folle nel suo oscuro scrutare nel buco nero dei pensieri inconfessabili e dei desideri più ambigui che si annidano nell’animo umano; l’unico modo per raccontare il lockdown vissuto era attraverso la lente dei generi, che ha focalizzato la sua attenzione sulla pandemia fino a deformarla, per cercare di esorcizzare le paure provate sostituendole con altre.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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