venerdì, Aprile 16, 2021
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Quello che tu non vedi, recensione del film con Charlie Plummer

La recensione di Quello che tu non vedi, film con protagonista Charlie Plummer. Disponibile dal 15 marzo su Amazon Prime Video.

Il tentativo di sensibilizzare un pubblico giovanissimo sul tema della malattia non è certo una novità ad Hollywood. Cercare di intraprendere questa strada è di per sé un azzardo: il rischio maggiore è quello di banalizzare problematiche complesse, edulcorandole ad uso e consumo di una platea interessata più che altro ad una visione consolatoria e romantica della realtà. Quello che tu non vedi, in arrivo il 15 marzo su Amazon Prime Video, riesce miracolosamente a schivare le problematiche insite nel filone stesso a cui appartiene. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Julia Walton, e diretto da Thor Freudenthal (Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo – il mare dei mostri) affronta infatti la tematica della malattia mentale con sorprendente delicatezza.

Adam (Charlie Plummer) frequenta l’ultimo anno di liceo e sogna di diventare chef. La passione per la cucina è l’unica cosa che lo aiuta a placare le voci che sente nella sua testa: il ragazzo è affetto da schizofrenia. Dopo la diagnosi (avvenuta a seguito di una spiacevole crisi tra le mura scolastiche), la madre Beth (Molly Parker) e il suo nuovo compagno Paul (Walton Goggins) decidono di iscrivere il ragazzo in un istituto cattolico, così da fargli ottenere il diploma. Qui Adam si innamorerà della giovane studentessa Maya (Taylor Russell) e proverà con tutte le forze a combattere i propri demoni.

Il punto di Quello che tu non vedi è proprio questo: in che cosa consiste combattere i propri demoni? Farli scomparire? Metterli a tacere? O, più semplicemente, imparare a conviverci? Se dapprima Adam sente soltanto delle voci, queste poi si incarnano in tre personaggi veri e propri, che soltanto lui – ovviamente – è in grado di vedere: Rebecca (AnnaSophia Robb), una “figlia dei fiori”, che dispensa consigli sulla vita e sul rapporto con i coetanei; Joaquin (Devon Bostick), il classico amico dongiovanni e naive; e una “guardia del corpo” senza nome (Lobo Sebastian), un energumeno pronto a difendere Adam dai bulli di turno. Si tratta, quindi, di personificazioni bonarie dell’interiorità di Adam, una sorta di strategia involontaria e dettata dalla malattia stessa con cui il ragazzo riesce a rapportarsi al mondo esterno. L’introduzione di queste tre figure appare come un “simpatico” escamotage per alleggerire una tematica altrimenti insostenibile per un pubblico di adolescenti.

Tuttavia, Freudenthal e lo sceneggiatore Nick Naveda non rinunciano ai toni dark, in un crescendo che culmina nella seconda parte del film, poco prima della risoluzione finale. Appare chiaro che gli autori del film non intendano mentire allo spettatore (per quanto giovane esso sia) né tantomento presentare la condizione del protagonista come facilmente arginabile: la malattia di Adam è sgradevole, terrificante, potenzialmente autodistruttiva. Il ragazzo, sin dal principio, è perseguitato anche da una “voce” oscura che tenta più volte di trascinarlo nel baratro, costringendolo alla resa. Un film per ragazzi si trasforma così in un horror, dove l’incubo del giovane Adam è realtà tangibile. Qui, la sola forza di volontà poco può fare (interessante, in questo senso, è la tematica legata all’assunzione degli psicofarmaci); il sostegno e la speranza promessi da una nuova storia d’amore possono essere d’aiuto, ma non sono certo risolutivi.

Anche il tentativo di rifugiarsi nella fede (Andy Garcia interpreta Padre Patrick, inossidabile punto di riferimento spirituale di Adam) appare ad un certo punto insufficiente. Ciò che serve, oltre ad una cura adeguata, è una famiglia disposta veramente all’ascolto e pronta, con coraggio, ad abbandonare certi stigmi (rivelatrice, in questo senso, è la scena in cui il patrigno di Adam nasconde tutti i coltelli da cucina, temendo una potenziale pericolosità del figliastro). La parola d’ordine è cultura: soltanto conoscendo il “mostro” con cui si ha a che fare si può sperare di trovare una via di uscita. Un dialogo con sé stessi è possibile ed auspicabile, ma soltanto a patto di avere alle spalle una solida rete di sostegno: quando si parla di malattie mentali, il concetto di “farcela da soli”, mostrandosi forti a tutti i costi è pericolosamente errato.

Charlie Plummer è abilissimo nel delineare la figura di un giovane tormentato e allo stesso tempo disposto ad affontare l’oscurità con il distacco e l’ironia necessari per sopravvivere. L’ottima prova dei giovani attori (Taylor Russell, in particolare, è straordinaria) viene purtroppo penalizzata da un’assenza di coraggio di fondo: la volontà di inserire, a tutti i costi, l’elemento romantico e i tipici clichès della commedia adolescenziale appare forzata, rendendo di fatto il film un ibrido: un po’ commedia romantica, un po’ dramma, un po’ horror. Se Freudenthal avesse deciso di scavare ulteriormente, e con più decisione, nei meandri dell’animo umano, il film avrebbe potuto rappresentare addirittura un’opera di rottura, in grado di scardinare in maniera decisa i luoghi comuni pre-confezionati cui spesso è sottoposto il pubblico adolescente.

Il pregio principale di Quello che tu non vedi, tuttavia, non viene scalfito dai suoi difetti: aver parlato, senza fronzoli, della malattia mentale e averlo fatto, per giunta, all’interno di quella che si presentava inizialmente come una semplice e banale commedia adolescenziale. È doveroso, dunque, riconoscere il grande merito di Quello che non vedi: Il proposito di sensibilizzazione del pubblico giovane, una volta tanto, è stato in parte centrato.

Guarda il trailer ufficiale di Quello che tu non vedi

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il pregio principale di Quello che tu non vedi non viene scalfito dai suoi difetti: aver parlato, senza fronzoli, della malattia mentale e averlo fatto, per giunta, all'interno di quella che si presentava inizialmente come una semplice e banale commedia adolescenziale. È doveroso, dunque, riconoscere il grande merito di Quello che non vedi: Il proposito di sensibilizzazione del pubblico giovane, una volta tanto, è stato in parte centrato.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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