mercoledì, Luglio 6, 2022
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Gli amori di Anaïs, recensione del film con Valeria Bruni Tedeschi

La recensione de Gli amori di Anaïs, esordio alla regia di Charline Bourgeois-Tacquet con Anaïs Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi. Dal 28 aprile al cinema.

L’ideale “enciclopedia” sul dialogo fra cinema e arti visive si arricchisce di una breve eppure preziosissima voce grazie a Gli amori di Anaïs, da poco in sala con “Officine UBU”. Guardando il garbato esordio alla regia dell’attrice Charline Bourgeois-Tacquet, chi mai immaginerebbe che dietro la biblioteca di Château de Kerduel a Pleumeur-Bodou (Coste d’Armore), ambientazione centrale della storia, si nasconda una camera segreta con le pareti quasi interamente coperte da riproduzioni delle voluttuose creazioni di Édouard-Henri Avril (1849-1928)? Scarse, con rammarico degli studiosi, le informazioni su questa sensibile figura, nativa di Algeri. Allievo dell’École des Beaux-Arts parigina, si affermò, dopo alcune mostre, come illustratore editoriale (es. dei romanzi di Gautier, Flaubert, Uzanne), specializzandosi, sotto lo pseudonimo di Paul Avril, in opere – a tiratura limitata, rivolte ad esclusivi circoli di collezionisti – di florido erotismo, anatomicamente dettagliato ma non volgare, né affettato né avvilente, inscenato con gioiosa carnalità, immortalante nei volti uno stato di estasi indefinibile, assai lontano dall’odierno porno di massa, furioso e irreale. Le illustrazioni per il De figuris Veneris (1906) di Karl Forberg (fortunato compendio di poesia erotica arcaica), quelle ammirabili proprio nella camera del film, segnarono il vertice dell’arte grafica di Avril.

La digressione, ci auguriamo non tediosa, è per far meglio assaporare l’atmosfera e i “colori” che attendono il pubblico una volta acceso il proiettore: Gli amori di Anaïs ambisce ad essere una moderna “fiaba di formazione” non estranea, appunto, al palpito erotico, alle sue “danze” e infinite forme, e insieme un “racconto morale” (nell’accezione del primo Éric Rohmer: di lui si riguardi La collezionista), splendente di una luce seicentesca, francofona nell’intimo. L’amalgama riesce solo in parte (il secondo tempo, inventivo, impaziente come una dichiarazione d’affetto adolescenziale, fresco come uno sfogo di pioggia estivo, arriva dopo un primo troppo macchinoso e compiaciuto) tuttavia il monito, rivolto soprattutto ai giovani, sulla caducità della vita («No, non perdetelo il tempo ragazzi / Non è poi tanto quanto si crede» cantava Branduardi) e l’importanza del perseguimento degli aspetti cruciali del proprio essere (estetico, sessuale, spirituale) giunge all’orecchio stranamente onesto, addirittura toccante.

Studentessa fuori corso, cacciaballe, iperattiva e “dolcemente” nichilista, Anaïs (Anaïs Demoustier, la vedemmo in Gloria mundi di Guédiguian) si presenta subito, senza perifrasi, in tutta la sua birichina nudità. Nessuno come lei si affanna tanto a sembrare occupato: fa la portalettere, la correttrice di bozze, organizza catering (tutti e tre malamente) e, per arrotondare, gestisce pure una casa-vacanze. Ai coetanei inutili e ai vecchi ipocriti e sporcaccioni, occasionali compagni di letto, preferisce i libri: un ritratto di Proust, silenzioso complice, pare strizzarle l’occhiolino all’ingresso. La madre (Anne Canovas) si ammala di cancro ma neppure il pensiero della sua scomparsa atterrisce la nostra (a meno che non lo stia nascondendo bene). L’incontro con Emilie (Valeria Bruni Tedeschi), matura scrittrice, costituirà una svolta nella caotica routine di Anaïs. Un’invincibile forza, forse un destino “pagano” unisce le due donne, portandole a far l’amore sulla battigia, come nereidi in una tela di Max Klinger, come Didone che supplica Belinda di riposarsi sul suo seno, fuggendo così dall’angoscia che l’attanaglia (si ascolta, infatti, in colonna sonora la celebre aria When I am laid in earth dall’opera Didone ed Enea di Purcell) ma… sarà tutto vero ciò a cui stiamo assistendo o è una fantasia dell’irrequieta protagonista, sedotta e “inghiottita” dalle pagine dell’ultimo saggio di Emilie?

Come già accennato, all’opera prima di Bourgeois-Tacquet non sempre riesce di evitare toni altezzosi, goffi cerebralismi e una leggerezza nel discorrere (farfugliare?) di nascita, esistenza e morte che lascia spesso di stucco (benché il copione insinui il sospetto che possa trattarsi dell’ennesima frottola di Anaïs, l’iniziale appuntamento per un aborto fa gelare il sangue per l’indifferenza che lo avvolge). Ciò che la eleva, insieme alla credibilità degli interpreti, è l’abilità nel suggerire – decisive al riguardo le luci di Noé Bach e la colta partitura di Nicola Piovani, influenzata in più di un brano dalle sonorità di Satie – un’atmosfera lontana, paganeggiante, autenticamente sensuale, come non se ne percepiva da tempo sul grande schermo (in un certo senso, anche più del recente Chiamami col tuo nome di Guadagnino).

Non ultima, “bestiolina urbana” rosso vestita, Anaïs è una balzana creatura che non sarebbe affatto dispiaciuta a Luciano Salce se fosse vissuto abbastanza a lungo da rifare La voglia matta negli anni 2000. Riadattando le parole di un critico francese sul personaggio di Francesca (la compianta Catherine Spaak), potremmo pensare anche ad Anaïs come a una dea: «non è compito suo curarsi degli uomini, non le appartengono quelle piccole recite a cui tanto teniamo. Lei, la divinità, deve solo mostrarsi, far sognare la sua bellezza […], vendicarsi di ogni nostro più piccolo appello alla ragione. È il suo apparire la nostra possibilità di salvezza. È la sua irraggiungibilità la nostra perdizione». Lei e la malinconica, bionda Emilie valgono il biglietto d’ingresso.

Guarda il trailer ufficiale de Gli amori di Anaïs

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Opera prima di Charline Bourgeois-Tacquet, Gli amori di Anaïs non sempre riesce ad evitare toni altezzosi e goffi cerebralismi ma la eleva un inventivo secondo tempo, capace di dar forma a un’atmosfera lontana, paganeggiante, autenticamente erotica. Anaïs Demoustier, Valeria Bruni Tedeschi e la bella partitura di Nicola Piovani valgono il biglietto d’ingresso.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Gli amori di Anaïs, recensione del film con Valeria Bruni TedeschiOpera prima di Charline Bourgeois-Tacquet, Gli amori di Anaïs non sempre riesce ad evitare toni altezzosi e goffi cerebralismi ma la eleva un inventivo secondo tempo, capace di dar forma a un’atmosfera lontana, paganeggiante, autenticamente erotica. Anaïs Demoustier, Valeria Bruni Tedeschi e la bella partitura di Nicola Piovani valgono il biglietto d’ingresso.