sabato, Settembre 18, 2021
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Malignant, recensione del nuovo horror diretto da James Wan

La recensione di Malignant, il nuovo horror diretto da James Wan, creatore del franchise di The Conjuring. Dal 2 settembre nelle sale.

Malignant è il titolo dell’horror che riporta di nuovo, dietro la macchina da presa, il talento visionario di James Wan: l’ex enfant prodige del moderno cinema dell’orrore, l’uomo che ha creato tanto le saghe di The Conjuring e Insidious quanto il franchise di Saw, torna con una nuova – e disturbante – follia visionaria che vede protagonisti alcuni volti ben noti del “Wan-verse” come Annabelle Wallis (già vista nel primo Annabelle) e Ingrid Bisu (The Conjuring – Per ordine del diavolo, The Nun – La vocazione del male).

Malignant è disponibile nelle sale italiane a partire dal 2 settembre grazie alla Warner Bros. Pictures. Nel film, Madison (Wallis) è una donna con un presente problematico e un marito violento: ma la sua routine inizia ad essere ulteriormente sconvolta da una serie di terrificanti visioni, nelle quali assiste – impotente – a dei violenti omicidi. Quando scopre che quelle visioni non sono soltanto incubi ma delle immagini reali, Madison cerca di indagare sempre più a fondo, scoprendo che dietro quelle morti orrende si nasconde un’oscura figura che appartiene al suo passato, tale Gabriel, che è tornato a cercarla dopo anni.

Malignant è un’esperienza visionaria e visiva: eccessivo, cinefilo, pirotecnico e roboante, il film di Wan è un saggio sul genere horror e sulla stessa macchina-cinema, che il regista padroneggia come un navigato esperto di una new wave che porta, sulle proprie spalle, il peso delle esperienze degli autori precedenti, di decenni di audiovisivo che è stato rielaborato, assimilato e infine trasformato in qualcosa di completamente diverso, sotto l’egida del post-modernismo. Perché la vera chiave di lettura per interpretare l’ultima fatica di James Wan è proprio quella della citazione, del gusto derivativo tanto caro ai fasti contemporanei, immortalati in un tunnel divertito di complici strizzate d’occhio rivolte agli spettatori, di cult nominati nel corso dell’azione e battute che stemperano i toni rendendo evidente la capacità, da parte del cinema odierno, di non prendersi mai troppo sul serio.

La sceneggiatura scritta da Akela Cooper (che ha già collaborato con Wan) gioca con i topoi del genere creando una storia divertissement, un giocattolo interattivo che stimola la curiosità dello spettatore, solleticando inoltre il palato gourmet degli esperti del settore, degli addetti ai lavori e degli appassionati. Nel labirinto di specchi che riflettono citazioni, rimandi, riferimenti cult e indizi nascosti, trovano spazio rimandi alla gloriosa stagione slasher degli anni ’80, con la colonna sonora che occhieggia sorniona a quella epica della saga di Venerdì 13; ma anche al body horror di David Cronenberg, ai film su possessioni diaboliche, esorcismi, scienziati pazzi e infestazioni (che Wan ben conosce, come dimostra un incipit che rimanda subito al primo capitolo di The Conjuring per atmosfere e suggestioni). C’è spazio per tutti nel nuovo universo creato dal regista: un universo, appunto, che si palesa fin da subito come una frattura creativa in un continuum ininterrotto di saghe e franchise, un unicum (al momento) dal sapore più contenuto che rimanda subito alle origini horror di Wan.

Ma Malignant non si ferma alla struttura della storia, capace di decostruire in modo intelligente e acuto i topoi, utilizzandoli a proprio vantaggio, confondendo la percezione dello spettatore che si aspetta un iter tradizionale prima di rimanere spiazzato dagli eventi: a rendere più intrigante la trama contribuisce la costruzione dei personaggi, solo in apparenza tradizionali “marionette” da manovrare in un’atmosfera horror (c’è la final girl, il poliziotto tutto d’un pezzo, la protagonista fragile e perseguitata, il villain terribile etc.). In realtà i personaggi sono pronti a rivelare, soprattutto in alcuni casi specifici, una “profondità mainstream” che sostiene la morale del film, quell’essenza intrinseca che si esplica nel terzo e ultimo atto, in un epilogo adatto al grande schermo ma non per questo meno d’impatto, coerente fino in fondo con le premesse e i messaggi veicolati fin dalle prime battute.

Malignant è quindi capace di intrattenere, spaventare, disturbare e perfino divertire, restituendo allo spettatore il piacere sottile tipico dell’orrore intelligente, del gioco consapevole, della sospensione dell’incredulità che è capace di creare proprio con il suo pubblico, conducendolo per mano alla scoperta di un incubo perturbante che perde quasi subito i contorni del reale per avvicinarsi a quelli della macchina-cinema. Un’essenza confermata dalla maestria di Wan dietro la macchina da presa, che ostenta quella sicurezza da esperto mestierante (di qualità) capace di raccontare, ancora una volta, una storia tradizionale attraverso la lente deformante del genere e della propria percezione, aggiornando topoi e cliché alla contemporaneità.

Guarda il trailer ufficiale di Malignant

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Malignant è un’esperienza visionaria e visiva: eccessivo, cinefilo, pirotecnico e roboante, il film di Wan è un saggio sul genere horror e sulla stessa macchina-cinema, che il regista padroneggia come un navigato esperto di una new wave che porta, sulle proprie spalle, il peso delle esperienze degli autori precedenti, di decenni di audiovisivo che è stato rielaborato, assimilato e infine trasformato in qualcosa di completamente diverso, sotto l’egida del post-modernismo.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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