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Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente, recensione del film con Rachel Zegler

La recensione di Hunger Games: La ballata dell'usignolo e del serpente, il film di Francis Lawrence con Rachel Zegler e Tom Blythe. Dal 15 novembre al cinema.

Tornare nell’universo degli Hunger Games è un gesto nostalgico che custodisce, in sé, lo stesso respiro epico del nóstos, del ritorno malinconico verso “la casa”, le origini da cui tutto ha avuto inizio e mai, come questa volta, in senso sia artistico che letterario. Perché la saga diretta da Francis Lawrence (regista di tre dei quattro film originali) per il grande schermo, adattando il lavoro pantagruelico di Suzanne Collins in ambito letterario, ha segnato il genere Young Adult e un ulteriore spartiacque nell’industria cinematografica: fino a quel momento, infatti, pensare ad una protagonista femminile forte, indipendente e dinamica come Katniss Everdeen in un universo simile (destinato soprattutto ai più giovani), sembrava un’utopia.

Un sogno irrealizzabile diventato realtà, conquistando nuove frontiere di popolarità e consapevolezza, spalancando le porte a saghe ed eroine nuove, figlie dei nostri tempi. Forse per tali motivi l’annuncio dell’arrivo del prequel Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente poteva sembrare una mossa azzardata, fuori tempo massimo, frutto di mere esigenze commerciali. In un’epoca di sequel, reboot e remake, nella quale l’opera d’arte ha dimostrato le infinite potenzialità – e i limiti – della propria (stanca) riproducibilità, questo prequel è nato sotto un’egida di infausta diffidenza. Spazzata, però, subito via dai risultati: perché ritrovare, al cinema, il connubio tra Lawrence e Collins significa tornare non solo all’essenza della saga, ma anche al cuore di un progetto che accarezzerà non solo la nostalgia dei fan storici, ma anche la curiosità dei nuovi trepidanti adepti.

Nelle sale dal 15 novembre, Hunger Games: la ballata dell’usignolo e del serpente è ambientato anni prima degli eventi raccontati nel primo capitolo delle avventure di Katniss. Sessantaquattro anni prima di diventare il tirannico presidente di Panem, il diciottenne Coriolanus Snow è l’ultima speranza per il buon nome della sua casata in declino: un’orgogliosa famiglia caduta in disgrazia nel dopoguerra di Capitol City. Con l’avvicinarsi della decima edizione degli Hunger Games, il giovane Snow teme per la sua reputazione poiché nominato mentore di Lucy Grey Baird, la ragazza tributo del miserabile Distretto 12. Ma quando quest’ultima magnetizza l’attenzione dell’intera nazione di Panem cantando con aria di sfida alla cerimonia della Mietitura, Snow comprende che potrebbe ribaltare la situazione a suo favore. Unendo i loro istinti per lo spettacolo e l’astuzia politica, Snow e Lucy mireranno alla sopravvivenza dando vita a una corsa contro il tempo che decreterà chi è l’usignolo e chi il serpente.

Una danse macabre di potere, viralità, interessi e politica

Per approcciarsi alla visione di questo prequel incentrato sull’ascesa dell’animo machiavellico del (futuro) presidente Coriolanus Snow non è necessario aver visto l’intera saga, ma è fondamentale un ripasso minimo (e una conoscenza parziale) per poter apprezzare l’essenza del progetto, i vari easter eggs, i rimandi seminati lungo il percorso e infine l’epicità, in negativo, della creazione di un grande villain. Interpretato nella saga originale da un incommensurabile Donald Sutherland, ad ereditare qui l’arduo compito è l’emergente inglese Tom Blyth, che dimostra di avere il physique du rôle giusto per incanalare le emozioni contrastanti che dipingono il personaggio di Snow: sentimenti tempestosi, rimorsi, ambizioni e rabbia che collidono verso un unico obiettivo, ovvero la sopravvivenza.

Perché Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente dietro lo schema distopico, la confezione squisitamente kitsch e Young Adult, è un inquietante trattato di socio-antropologia sull’arte della sopravvivenza, che mette in scena il tradizionale “homo homini lupus” di Hobbes attraverso la lente deformante della settima arte. Una storia di finzione per raccontare la realtà che ci circonda: con un effetto ben più dirompente rispetto perfino alla saga originale, questo prequel mostra la “creazione” dei rituali Hunger Games, le macchinazioni dietro le quinte, le sfide crudeli per conquistare il plauso del pubblico. E in una società come la nostra sempre più mediatica, trasmigrata sui social (alla ricerca di quotidiani brividi a buon mercato), l’eterna lotta tra i Distretti e Capitol City sembra una gigantesca allegoria del presente, una danse macabre di potere, viralità, interessi e politica.

Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente. Photo Credit: Courtesy of Lionsgate

A rendere ancor più interessante questo concept è la presenza degli attori chiamati a dare credibilità a personaggi già ben scritti sulla carta, complessi e sfaccettati nelle loro idiosincrasie: il già citato protagonista Blyth accanto a Rachel Zegler, ma anche il premio Oscar Viola Davis, Peter Dinklage, Hunter Schafer, Jason Schwartzman e Fionnula Flanagan. Volti, corpi, sguardi di un gioco al massacro per la sopravvivenza, nel quale la posta è davvero alta e ghiotta, pronta a mettere tutti di fronte alla seduzione del controllo per acquisire potere.

Se sui mefistofelici comprimari c’è poco da aggiungere, complici le interpretazioni eclettiche della Davis, di Dinklage ma anche di Schwartzman (nel solco dell’eccentrico Stanley Tucci della saga originale), è necessario però aggiungere qualcosa sulla creazione dei personaggi del giovane Coriolanus Snow e di Lucy Gray Baird, protagonisti indiscussi della vicenda narrata. Ben lontani dall’essere delle semplici pedine in una cervellotica scacchiera di alleanze e tradimenti, Snow e Lucy sono due facce della stessa medaglia: due sopravvissuti alle crudeltà dell’esistenza pronti a tutto pur di restare a galla ancora un’altra volta, facendolo nel modo più spettacolare e incisivo possibile. Entrambi sono due indimenticabili incarnazioni adornate di luci ed ombre, dipinti tra le contraddizioni tipiche dell’essere umani in un mondo cinico e spettacolare.

Lucy Gray, lontana dall’essere lo stereotipo dell’ennesima eroina forte e indipendente, è un personaggio libero e complesso, inafferrabile e proprio per questo motivo ancor più affascinante. La presenza di Rachel Zegler nei suoi panni è, di sicuro, complice di tale costruzione; tra l’altro, l’attrice torna a prestare la sua splendida voce a distanza di anni dal West Side Story diretto da Spielberg. D’altra parte, il Coriolanus Snow di Tom Blyth sfrutta la fisicità del giovane attore per delineare la progressiva genesi del villain, come se l’eleganza e la dialettica non fossero altro che gabbie create ad hoc per rinchiudere “la bestia”, l’istinto animale che alberga nell’oscurità di alcuni spiriti inquieti.

Il crescendo epico dell’irreversibile tragedia greca

A fronte di un ritmo che tende a sfilacciarsi soprattutto nella parte finale, sfaldandosi come le radici di un qualunque stelo di katniss – come Lucy Gray mostra a Coriolanus in una delle scene del film –, Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente riesce nell’impresa apparentemente impossibile non solo di rilanciare un franchise della metà dei primi anni duemila ma di traghettarlo, addirittura, in una dimensione più “adulta” e sinistra, trasformandolo in un amaro coming of age che sfrutta il set up e un’abbondante prima parte del secondo atto per raccontare, attraverso allegorie, metafore e correlativi oggettivi, le follie di un mondo alla deriva distopico eppure così realistico, inquietante e disturbante.

Quando supera il middle point di tensione narrativa abbracciando la fedeltà narrativa e scegliendo di adattare, fino in fondo, il romanzo omonimo della Collins sabota volontariamente il proprio ritmo incalzante e vertiginoso, ma senza perderlo mai. Anzi, recuperandolo in un finale in cui – senza fare spoiler! – la nascita dell’antieroe ha il crescendo epico dell’irreversibile tragedia greca.

Guarda il trailer ufficiale del prequel di Hunger Games

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A fronte di un ritmo che tende a sfilacciarsi soprattutto nella parte finale, sfaldandosi come le radici di un qualunque stelo di katniss – come Lucy Gray mostra a Coriolanus in una delle scene del film –, Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente riesce nell’impresa apparentemente impossibile non solo di rilanciare un franchise della metà dei primi anni duemila ma di traghettarlo, addirittura, in una dimensione più “adulta” e sinistra, trasformandolo in un amaro coming of age che sfrutta il set up e un’abbondante prima parte del secondo atto per raccontare, attraverso allegorie, metafore e correlativi oggettivi, le follie di un mondo alla deriva distopico eppure così realistico, inquietante e disturbante.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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