C’era una volta a Hollywood, recensione del nono film di Quentin Tarantino

scritto da: Ludovica Ottaviani

Quentin Tarantino è tornato! Con C’era una volta a Hollywood il maestro post-moderno che ha riscritto i confini del pulp e dei generi torna con il suo nono film (il penultimo, secondo le cronache) calando un poker d’assi capitanato da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie al fianco di altri volti noti come Al Pacino, Margaret Qualley, Emile Hirsch, Timothy Olyphant, Austin Butler, Dakota Fanning, Bruce Dern, Kurt Russell, Damian Lewis e  il compianto Luke Perry.

Il film è ambientato nella Los Angeles del 1969 in cui tutto sta cambiando, dove l’attore televisivo Rick Dalton (DiCaprio) e la sua storica controfigura Cliff Booth (Pitt) cercano di farsi strada in una Hollywood che ormai non riconoscono più: Rick è ormai sul viale del tramonto e cerca di sopravvivere nella giungla hollywoodiana, mentre Cliff vive alla giornata, cercando di soddisfare le esigenze del suo “principale”. Ma le loro esistenze si andranno ad intrecciare con la Storia, che ha tra i suoi protagonisti Sharon Tate (Robbie), Polanski e il massacro di Rodeo Drive perpetuato da Charles Manson.

C’era una volta a Hollywood è il film di Quentin Tarantino che, dopo Kill Bill, coincide con una nuova stagione umana e personale del regista, che ha aggirato la boa dei cinquant’anni, si è sposato ed è prossimo a diventare papà: forse anche per via di questi cambiamenti il film finisce proprio per incarnare l’opera della maturità, una riflessione più profonda e articolata sul cinema stesso e sull’amore che il cineasta nutre per la settima arte (come ha raccontato Tarantino stesso, insieme a DiCaprio e alla Robbie durante la conferenza stampa di presentazione a Roma).

Il film è una summa compendiaria totale del “Quentin-pensiero” per quanto riguarda la sua musa: non a caso ritroviamo all’interno tante delle “ossessioni” che lo hanno fatto amare dal grande pubblico, dal feticismo per i piedi femminili passando per le bromance inossidabili e guascone fino all’exploitation gore e alle continue citazioni dei film di genere italiani.

Tarantino gira – rigorosamente su pellicola in 35 mm – il proprio omaggio cinefilo, sentimentale e nostalgico a un mondo che non c’è più; una fiaba sinistra ambientata nel 1969 dove c’è perfino un lieto fine che purtroppo la realtà, pronta sempre a vanificare gli sforzi del sogno, non ha concesso. E dove poteva ambientarsi questa fiaba post-moderna se non nella fabbrica dei sogni stessi, quel sobborgo di una metropoli californiana che si è trasformato nel tempo in “Hollywood”?

C’era una volta a Hollywood conserva già a partire dal titolo quel tocco fiabesco, con tanto di narratore che interviene saltuariamente nelle avventure guascone dei due buddies protagonisti, Rick Dalton e Cliff Booth: attore sul viale del tramonto il primo, sua controfigura e migliore amico il secondo. Rick e Cliff rimandano subito alla mente le coppie celebri del cinema tarantiniano, come Vincent e Jules di Pulp Fiction; ma al contrario dei loro predecessori, i due “ragazzi irresistibili” degli anni ’60 parlano meno, hanno più problemi, contraddizioni e nevrosi; sono irresistibili nella loro fragile umanità, affascinanti e ambigui, lontani dagli standard “fumettosi” ai quali il regista ha abituato il pubblico.

La Sharon Tate riportata in vita da Margot Robbie è candida e radiosa, lontana anni luce dal male e dall’ombra scura della morte: è una post-moderna Alice nel Paese delle Meraviglie che si avventura nella tana di un Bianconiglio sotto acido con l’incanto e la leggerezza di una bambina, il sorriso luminoso di chi si emoziona, per la prima volta, rivedendosi sullo schermo di una sala buia.

Il nuovo film di Quentin Tarantino è un atto d’amore verso il cinema e la sua stessa storia: da sempre avvezzo a decostruire lo spazio e il tempo, qui il regista alza la posta riscrivendo addirittura la Storia stessa (come aveva già fatto in Bastardi Senza Gloria): il risultato è profondo, complesso, stratificato. Tarantino riflette sul meta-cinema, mostra i backstage e il lavoro dietro al “prestigio” finale ma, da buon mago, non rivela fino in fondo i propri trucchi lasciando basito lo spettatore, che resta stordito davanti all’overdose d’immagini, azioni, colori che si susseguono incalzanti sullo schermo; e la già citata sequenza girata all’interno della sala cinematografica – con protagonista la Robbie – è l’incarnazione di anni di studi sul cinema: finalmente Bazin, Metz, Lacan, la semiologia quanto la sociologia e i Film Studies in genere hanno trovato il proprio posto d’onore nella pop culture del XXI secolo.

Il film è forse il meno tarantiniano tra i più recenti, come se Quentin stesso avesse deciso di allontanarsi dalla propria ombra prendendo le distanze, osservando e decostruendo anche il misterioso gioco della macchina cinema: continuano i continui rimandi giocosi tra i generi, con il noir che strizza l’occhio al western post moderno, con una spolverata d’horror e di commedia; la colonna sonora supporta l’azione e s’insinua nella diegesi e la malinconia struggente delle note di California Dreamin’ sulle immagini del tramonto losangelino finiscono per suonare come l’omaggio, allegorico e malinconico, di un grande maestro a un’epoca lontana quanto a un amore immortale come il cinema.

Guarda il trailer di C’era una volta a Hollywood

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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