sabato, Novembre 26, 2022
HomeRecensioniIl bambino nascosto, recensione del film con Silvio Orlando

Il bambino nascosto, recensione del film con Silvio Orlando

La recensione de Il bambino nascosto, il nuovo film di Roberto Andò con protagonista Silvio Orlando. Dal 3 novembre al cinema.

Per la settima volta Roberto Andò, classe ’59, ha tenuto fede alla sua idea di cinema: timido e volenterosamente letterario, ostile ma “a bassa voce” per poi essere, all’improvviso, attraversato da luci sinistre e gemiti di febbrile, insolita carnalità. Tuttavia Il bambino nascosto segna un passo falso nell’itinerario dell’autore palermitano. Ispirata a un suo recente romanzo omonimo (‘La Nave di Teseo’; 2020) e presentata fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, la pellicola non manca di tatto nel cogliere fragilità e dolorosi pudori umani né di intriganti soluzioni visive (le scenografie portano la firma del bravo Giovanni Carluccio) ma paga cara la sua triplice ambizione, essere cioè al tempo stesso: (1) la cronaca di una presa di coscienza etica prima ancora che civile sulla cultura del crimine; (2) una parabola sull’abbruttimento dell’età presente, il suo rifiuto quando non proprio il dileggio della Bellezza incarnata, nel caso in esame, dalla Poesia, la Musica e il Piacere del Corpo; (3) l’incontro di un uomo non più giovane, fragile e incompreso, con il figlio mai avuto e segretamente desiderato… Sentieri, questi tre, lasciati tutti purtroppo a metà.

Il primo e il terzo sentiero presentano le tracce della storia che maggiormente colpiranno critici e pubblico. Gabriele Santoro (Silvio Orlando), severo docente di piano in quel di Napoli, pur stimato dai colleghi viene dagli stessi considerato un inguaribile orso mentre il fratello maggiore (Gianfelice Imparato), arrogante gip, lo ritiene non più che un fallito a cominciare dal luogo in cui vive e, in un certo senso, si è “messo al riparo” dal mondo: una piccola palazzina sulla quale si staglia l’ombra della camorra. La routine del nostro, oscillante fra svogliate ripetizioni pomeridiane, chiacchere con il fido accordatore Nunzio (Tonino Taiuti) e Diego (Lino Musella), suo vecchio allievo e fra i più dotati prima che cattive compagnie lo degradassero a “marchettaro”, viene spezzata dal brusco arrivo di Ciro (Giuseppe Pirozzi), il figliolino testa calda di un sottoposto del capo mafia di quartiere, “colpevole”, insieme a un amichetto, di aver giocato un tiro mancino alla moglie del boss rivale. Nessuno del posto sa che il ragazzino si trovi nell’appartamento di Santoro e il docente, accettando di dargli rifugio, ha comunque firmato la sua condanna a morte… Quali saranno, allora, le sue prossime decisioni? La libertà individuale è davvero così preziosa da non poter essere scambiata con la felicità o la salvezza di altri? Come estirpare quel “pezzetto di malavita”, segretamente annidato dentro ognuno di noi?

Se questa “strana coppia”, il Professore e lo Scugnizzo, riesce a toccarci senza ristagnare nel tedioso o nel programmatico lo si deve unicamente al mestiere di Orlando e alla spontaneità del tredicenne Pirrozzi: le scene dei loro giochi e reciproche sfide a imitare Totò e versi d’animali non solo fanno ridere di gusto ma lasciano intuire che il vero “bambino” del titolo è quello che da troppo tempo i grandi, appunto, “nascondono”, scordando che senza di esso (e le sue pipì notturne di impotenza e paura, di cui non bisogna vergognarsi) è ben difficile potersi ritenere ancora “umani”. Ciò premesso, fra i due personaggi non c’è, a ben vedere, un vero “incontro” e il velato stimolo di miglioramento che la situazione dovrebbe generare (cultura, parola ed esperienza da una parte, incultura, prepotenza e avventatezza dall’altra) si risolve in un più facile sprone a “mostrare gli attributi” se si vuol sopravvivere al mondo (lo stesso che, in fondo, Lele rivolgeva al maestro Sperelli in Io speriamo che me la cavo: «Voi state cambiando, non io: altre due settimane con me e imparavate a campà pure avuje!»).

Brulicante di più curiose suggestioni è, invece, il secondo sentiero dove Roberto Andò si sente visibilmente più a suo agio. Il viaggio filmico nel ventre di Napoli è, infatti, un pretesto per parlare, come su accennato, della “morte della bellezza” nel tempo presente: ascoltiamo, ad esempio, l’anziano padre di Gabriele, Massimo (Roberto Herlitzka), recitare Le ricordanze di Leopardi e la sua mente, riposare sul rimpianto di gesti, saperi e affetti migliori. Gabriele è poi un esteta e un omosessuale, in cui confluiscono echi dello scrittore Patroni Griffi e di Pasolini (non sono casuali gli apporti di Maurizio Calvesi alla fotografia e dell’attore Francesco Di Leva, presenze ricorrenti nella filmografia “pasoliniana” di Aurelio Grimaldi): suona “Träumerei” di Schumann («[…] il sogno ineffabile di un’età dell’oro stemperata in canto» R. Chiesa), è a modo suo affamato di candore, inorridito dalla volgarità, dal pressapochismo, dall’imperfezione, costretto a rinnegare sé stesso, a mortificarsi e a scorgere giusto con la coda dell’occhio il minuto ma già scolpito (e intollerabilmente “virile”) addome di Ciro, riflesso nell’armadio a specchio: immagine interdetta, apparizione di un “regno”, la giovinezza, dove l’uomo non ha più, com’è ovvio che sia, diritto di passo. Deboli spettri di un cinema e di una letteratura lontani, fertilmente ambigui (Patroni Griffi e Pasolini, certo, ma anche Mauro Bolognini). Oggi inconcepibili.

Consigliamo, infine, i lettori di riscoprire i due migliori film di Andò: Il manoscritto del Principe (2000), suo esordio, e il noir Sotto falso nome (2004), con Anna Mouglalis, Greta Scacchi e Daniel Auteuil.

Guarda il trailer ufficiale de Il bambino nascosto

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Per la settima volta Roberto Andò ha tenuto fede alla sua idea di cinema: timido e volenterosamente letterario, ostile ma “a bassa voce”. Tuttavia, Il bambino nascosto segna un passo falso nel bel percorso del regista palermitano.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

- Advertisment -
Per la settima volta Roberto Andò ha tenuto fede alla sua idea di cinema: timido e volenterosamente letterario, ostile ma “a bassa voce”. Tuttavia, Il bambino nascosto segna un passo falso nel bel percorso del regista palermitano. Il bambino nascosto, recensione del film con Silvio Orlando