Tiger King: perché la docu-serie Netflix ci affascina così tanto?

scritto da: Diego Battistini

Il 20 marzo Netflix ha reso disponibile sulla propria piattaforma una docu-serie che ha avuto in breve tempo un successo clamoroso: Tiger King. Diretta da Eric Goode e Rebecca Chaiklin, l’opera è divenuta ben presto un caso mediatico che ha entusiasmato milioni di spettatori in tutto il mondo. Ad affascinare non è stato tanto il tema trattato – o i temi trattati, perché sono davvero molteplici -, quanto i singolari personaggi descritti durante il corso delle puntate (7, più un episodio speciale disponibile in streaming dal 12 aprile).

Al centro della narrazione vi è naturalmente “sua maestà” Joe Exotic, al secolo Joseph Allen Schreibvogel: imprenditore, allevatore di felini di grandi dimensioni (tigri, leoni, leopardi, ecc.), cantante country, nonché aspirante mandante di un omicidio. Ma, fin dalla prima puntata si intuisce quanto sia riduttivo considerare Tiger King come una serie incentrata esclusivamente su quello che è a tutti gli effetti il suo protagonista. La serie, infatti, sembra procedere in modo “casuale”: parte con un intento specifico, ma è come se ad un tratto si trovi costretta a percorrere altre strade, e a raccontare le storie di altri personaggi legati alla vita e al lavoro di Joe.

La prima puntata della serie testimonia proprio questo aspetto. La genesi di Tiger King è infatti frutto della pura causalità. Mentre Eric Goode sta realizzando, insieme alla sua troupe, un servizio sulla vendita di serpenti velenosi negli Stati Uniti, si imbatte in un piccolo collezionista di animali esotici che ha appena acquistato un raro giaguaro delle nevi. Un incontro che rappresenterà per Goode e Rebecca Chaiklin un primo passo verso un viaggio in un mondo letteralmente ai confini della realtà dove protagonista è un bestiario di umanità emarginata in cerca di riscatto, così psicolabile da lambire la follia.

Tiger King inizia quindi come un’inchiesta sulla compravendita di grandi felini e animali negli Stati Uniti, un’attività oltretutto non regolamentata dalle leggi nazionali e quindi legale a tutti gli effetti. Questo “buco legislativo” ha portato nel corso degli anni alcuni esemplari di homo americanus a costruirsi una sorta di Eden alternativo, creando parchi a tema ospitanti le più disparate specie animali: tigri, leoni, linci, pantere, scimmie, persino elefanti. Parchi che non sono esclusivamente un vezzo personale, ma che rappresentano delle vere e proprie imprese capaci di fatturare migliaia di dollari. E questo grazie ai visitatori che ogni anno vi si recano in queste strutture e accettano di pagare biglietti di ingresso che possono costare centinai di dollari, ma anche, se non soprattutto, grazie alla vendita degli stessi animali allevati nei parchi.

Eppure, ben presto l’inchiesta relativa alla detenzione di bestie selvatiche passa in secondo piano. Il perché è sotto gli occhi di tutti. Mano a mano che i registi presentano i protagonisti umani della storia è chiaro che questi rubino immediatamente la scena. Oltre a Joe, infatti, Tiger King stana un gruppo di soggetti altrettanto bizzarri, tra i quali è doveroso citare almeno Bhagavan “Doc” Antle, altro collezionista di animali esotici, e l’animalista (molto sui generis, a dire il vero) Carole Baskin, strenua paladina dei diritti degli animali nonché unica sospettata dell’omicidio del marito milionario.

L’uscita della serie ha naturalmente sollevato polemiche. Un po’ per la spettacolarizzazione dello sfruttamento degli animali, non solo da parte dei “cattivi” (Joe e Antle), ma anche da parte dei “buoni” come Carole, che comunque tiene gli animali stipati in gabbie minuscole e certamente poco accoglienti; un po’ perché in fin dei conti i registi rifiutano di prendere una posizione etica definita riguardo ai personaggi e alle loro azioni, finendone anch’essi affascinati.

Ed ecco che qui si apre uno dei primi interrogativi riguardo al successo di una docu-serie interessante come tante altre prodotte da Netflix nel corso degli anni (si pensi all’ottima Wild Wild Country, sulla comune del maestro spirituale Osho negli Stati Uniti, oppure a Making a Murder): perché Tiger King ci affascina così tanto? Sicuramente da una parte c’è l’interesse nei confronti di una storia sconosciuta ai più, probabilmente anche alla maggior parte del pubblico americano; una storia che oltretutto è raccontata dalla serie in modo avvincente.

Ma probabilmente il vero motivo per cui non riusciamo a rinunciare alla visione della serie Netflix è perché siamo affascinati dalla descrizione di un gruppo di freaks, di diversi, di personaggi borderline che quasi stentiamo a credere che possano esistere veramente. E nei confronti di questi personaggi ai margini proviamo sentimenti contrastanti: fascino, certamente, ma anche un misto di paura e orrore. Non riusciamo a smettere di osservare i loro gesti, i loro tic, rimaniamo colpiti dal loro accento, dal loro modo di fare, pendiamo letteralmente dalle loro labbra quando raccontano la loro storia – o meglio, la loro versione della loro storia; insomma siamo in qualche modo attratti verso di loro, ma più ci avviciniamo a queste figure più ci assale un sentimento perturbante – nel senso freudiano del termine – che ci accompagna per tutta la visione e non ci abbandona mai, neppure nelle sequenze più esilaranti, come i trashissimi video musicali di Joe.

Non si tratta naturalmente di una novità. Il cinema nel corso della sua storia ha indagato più volte l’inquietante attrattiva umana nei confronti del diverso. Tod Browning, ad esempio, quando negli anni ’30 diresse quel capolavoro immortale di Freaks (titolo chiaramente evocativo) giocò consciamente con il mortifero appeal che i cosiddetti fenomeni da baraccone (donne barbute, uomini spillo, ecc.) suscitavano nel pubblico dell’epoca. E, in fin dei conti, Tiger King appare un’opera sulla stessa lunghezza d’onda. Un’opera complessa, inquietante, disturbante, che ci pone a confronto con una realtà che facciamo fatica a comprendere, e che proprio per questo ci colpisce e ci fa – sotto sotto – paura.

E sarà interessante vedere come la bizzarra storia raccontata dalla serie Netflix sarà affrontata attraverso il genere fiction nell’annunciata serie prodotta dalla CBS. Passerà probabilmente un po’ di tempo prima di avere la possibilità di guardare sul piccolo schermo il progetto affidato allo showrunner Dan Lagana (American Vandal), ma una cosa è certa: la notizia del coinvolgimento di Nicolas Cage, che interpreterà nientepopodimeno che Joe Exotic, ci fa sperare che la serie CBS possa essere non tanto una replica del documentario Netflix – cosa che sarebbe davvero sterile – ma un viaggio allucinato ed introspettivo capace di rivelarci forse una nuova prospettiva attraverso cui osservare le vere bestie protagoniste di questa vicenda surreale: gli esseri umani. E, da questo punto di vista, Cage appare davvero l’attore perfetto per impersonare sul grande schermo la follia latente di Joe e dei suoi “fratelli”.

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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