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The Bear è un capolavoro, dall’inizio alla fine

Arrivata al capolinea, non aveva più niente da dimostrare. E invece alla quinta stagione The Bear si è superata, consacrandosi nell'Olimpo della serialità televisiva.

“Every second counts”. Ci è stato ripetuto all’infinito, fin dalla prima – o forse era la seconda? – stagione di The Bear, mentre un timer avanzava inesorabile e nella cucina di Carmen Berzatto (Jeremy Allen White) si scatenava l’inferno. “Doors! Yes, chef! Hands! Fuck you! No, fuck YOU!”. Tic, tac, tic, tac. “Hands! Hands! Hands! Yes, chef! And fuck you, chef!”. Urla, sbraiti, risse sfiorate, sudore, ansia, attacchi di panico. Poi, il silenzio. Il servizio è finito, andate in pace. E non disperate: domani sarà peggio! 

Ogni secondo conta

“Every second counts” lo sa bene anche Christopher Storer, che di The Bear è creatore, produttore, sceneggiatore e regista. Lo show targato FX e Hulu è infatti un orologio svizzero di perfezione, studiato al millimetro e realizzato con precisione chirurgica. E con l’arrivo della sua conclusione, possiamo finalmente dirlo: The Bear è un capolavoro. Di scrittura, di recitazione, di regia, di montaggio. Di umanità. È la Mad Men, la Breaking Bad, la I Soprano della Gen Z, e sarà molto difficile trovare una serie in grado di superarla in questo decennio. Forse solo Pluribus e Scissione potrebbero esserle pari, ma bisognerà aspettare ancora un po’ per averne la conferma. 

C’è chi ha accusato la terza e quarta stagione di aver perso tempo, di aver trasformato il gioiello televisivo che erano le prime due in un brodo lento, prolisso e inconcludente. Niente di più falso: anche quando The Bear ha premuto il tasto pausa sul destino traballante del ristorante, diramandosi in brevi e toccanti parentesi extranarrative e concentrandosi su pochi personaggi alla volta, è rimasta una serie straordinaria. Già solo per il fatto di essere riuscita, dopo aver messo l’asticella della qualità così in alto, a restare lassù, in cima, e talvolta perfino a superare sé stessa. 

Come in questa incredibile stagione finale, tutta ambientata in una singola giornata, l’ultima (?) per il ristorante quasi fallimentare di Carmy, che in realtà ha deciso di non voler più essere uno chef. Come al solito lui, Sydney (Ayo Edebiri), Richie (Ebon Moss-Bachrach), Tina (Liza Colon-Zayas), Marcus (Lyonel Boyce), Natalie (Abby Elliott), Luca (Will Poulter) e tutti gli altri affronteranno imprevisti su imprevisti e cercheranno di sopravvivere al loro servizio più impegnativo. Con poco cibo, poco personale, ancora meno soldi e tantissima passione.  

FX’s The Bear. CR: FX

The Bear alla massima potenza

Arrivata al capolinea, The Bear non deve inventarsi più nulla. Lo stile della serie è ormai consolidato: il susseguirsi ultrarapido di immagini, il ritmo frenetico dei dialoghi, la commistione impeccabile tra la profonda introspezione psicologica e una comicità strana, improntata sul cringe, sull’idiozia e sull’incapacità dei personaggi di esprimersi come vorrebbero. E allora, per quanto la quinta stagione non faccia altro che ribadire tutto questo alla massima potenza – con l’aggiunta della catarsi emotiva dei due episodi conclusivi – lo fa con maestria tale da non poter lasciare indifferenti. 

Solo uno come Storer, del resto, riesce a girare in una cucina come se stesse facendo un film di guerra. Solo lui – stiamo esagerando, di sicuro ce ne sono altri, ma passateci l’iperbole – sa generare tensione e immersione totale in quel modo, muovendosi così liberamente in un ambiente stretto, chiuso, claustrofobico e sovraffollato qual è il ristorante. E alternando l’eccesso di montaggio all’assenza di montaggio, con sequenze lunghissime – a volte interi episodi – in piano sequenza che rendono palpabile, tangibile il senso di urgenza che anima i protagonisti. 

Non a caso la struttura della stagione si rifà a The Pitt, a sua volta ripescata e rielaborata da 24, il serial di spionaggio con Kiefer Sutherland dove a ogni puntata corrispondeva un’ora nel mondo narrativo. Qui la scansione temporale è più fluida, ma l’impianto da thriller rimane. Un thriller che è anche commedia e dramma familiare, che non ha paura di rallentare quando necessario e ha costruito, nell’arco di cinque stagioni e 47 episodi, una tela di relazioni stratificata e vastissima tra personaggi uno più memorabile dell’altro. Anche quelli minori; anche quelli visti solo in un paio di occasioni; e anche quelli – come il Mike di Jon Bernthal – la cui assenza pesa più della loro presenza. 

FX’s The Bear. CR: FX

Goodbye, chef

Ecco perché, nonostante in questo ciclo finale manchi l’episodio “raduno di famiglia”, dove tutti i Berzatto si riuniscono per una qualche occasione speciale, e nonostante alcune guest star delle stagioni precedenti non ricevano un vero e proprio addio, grazie alla scrittura sopraffina di Storer possiamo quasi immaginare da soli, nella nostra mente, le loro scene di commiato. Forse addirittura le loro intere vite future. Allo stesso modo, non serve far vedere se Carmy lascerà davvero il mondo culinario: basta un monologo, una riflessione a voce alta che grazie a uno strepitoso Jeremy Allen White – la sua performance, nel complesso, resterà nella storia del piccolo schermo accanto a quella di Ayo Edebiri ed Ebon Moss-Bachrach – diventa una confessione a cuore aperto. 

Si è sempre elogiato The Bear per il suo estremo realismo. Per l’approccio quasi documentaristico con cui mette in scena le difficoltà della ristorazione, la loro scarsa sostenibilità economica, lo stress, le pressioni, i conflitti interni ed esterni, le discussioni, e la lista potrebbe continuare a lungo. Giustissimo. Eppure la serie è “vera” per ben altri motivi. Lo è perché racchiude – o meglio ha sempre cercato, usando la cucina come pretesto – una verità specifica: l’essenza più intima dell’essere umano. È negli sguardi commossi dopo un enorme sforzo collettivo, in un abbraccio sentito tra due individui che nutrono profondo affetto e stima reciproca, o in due mani che si intrecciano a formare un nuovo legame, che si trova l’anima più pura di The Bear

Dopo cinque anni passati a soffrire, a barcamenarsi tra mille problemi, a non sapere come arrivare al domani, finalmente Carmy, Syd, Richie e gli altri superano tutti gli ostacoli che si frappongono loro davanti. Lo fanno insieme, collaborando come mai avevano fatto prima. Solo così possono giungere al loro obiettivo, che non è tanto tenere aperto il ristorante o ottenere la stella Michelin, ma mantenere unita la famiglia. Perché è questo che sono sempre stati, ed è così che li ricorderemo: una enorme, complicata, traumatizzata, litigiosa e bellissima famiglia. Indimenticabile.

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