Partiamo da un fatto, anzi due. Il primo: negli Stati Uniti, il mastodontico episodio conclusivo di Stranger Things, che ha goduto di una distribuzione cinematografica in oltre 600 sale, nel suo unico giorno di programmazione ha incassato circa 30 milioni di dollari, superando Avatar: Fuoco e Cenere. Il secondo: come all’uscita del Volume 1 lo scorso 26 novembre, quando The Rightside Up (questo il titolo del finale) è stato rilasciato su Netflix, nella notte di Capodanno, la piattaforma è andata in tilt per qualche minuto a causa dell’eccessivo numero di accessi simultanei.
Fin qui, nessuna sorpresa. La popolarità e l’hype raggiunti dal kolossal televisivo creato dai Duffer Brothers non sono una novità, né che questa quinta e ultima stagione avrebbe facilmente frantumato ogni record stabilito in precedenza. Ora, però, bisogna fare i conti con un terzo, inequivocabile fatto: Stranger Things è finita. Niente più Hawkins, niente più Upside Down, niente più poteri psichici, Demogorgoni, Mind Flayer o orrorifiche avventure di ragazzini in bicicletta. E dopo dieci anni, cinque stagioni e quarantadue episodi di straordinario successo, è arrivato il momento di chiedersi: siamo pronti per andare avanti?

Il finale emozionante di un’opera generazionale
Quando uno show così longevo e amato giunge a conclusione, a prescindere dalla qualità effettiva di quest’ultima, la sensazione iniziale è sempre la stessa: spaesamento, confusione, l’incessante domanda “E adesso? Come dovrei proseguire la mia vita?”. Se poi, come in questo caso, si assiste a una chiusura del cerchio totale, non priva di inciampi lungo il percorso – parecchi, in queste ultime otto puntate – ma comunque emozionante e dal sapore agrodolce, non si può che provare anche un senso di soddisfazione accogliente, confortante. Un tepore che emerge sotto le lacrime e gli occhi lucidi e risponde alla domanda “Ne è valsa la pena?” con un sonoro “Sì”.
Questo è stato il finale di Stranger Things. Al di là dei problemi di scrittura, delle retcon tardive, di una messa in scena a tratti inverosimile, delle polemiche sulla visibile crescita degli attori, dell’eccessiva mole di personaggi e del rifiuto quasi categorico di ucciderli, i fratelli Duffer non si sono dimenticati dell’identità di fondo, imprescindibile, della loro creatura. No, non il rappresentare una sorta di mostro di Frankenstein televisivo – nel senso letterale, cioè un revival moderno degli elementi migliori dell’horror e della fantascienza anni ‘80, da E.T. di Spielberg a La cosa e Halloween di Carpenter, fino a IT e Stand By Me di Stephen King -, ma l’essere un’opera generazionale, in grado di entrare nel cuore di chiunque.
Un lungo addio
Delle due ore di durata di The Rightside Up, infatti, solo la prima è dedicata all’epico – e a dirla tutta un po’ frettoloso – scontro finale con Vecna. Il resto dell’episodio è un lungo addio ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nel corso di questa decade: Mike, Will, Dustin, Lucas, Max, El, Jonathan, Nancy, Robin, Steve, Jim, Joyce e tutti gli altri. Non poteva essere altrimenti, perché quei personaggi non sono altro che lo specchio di noi stessi: genitori che hanno visto crescere e maturare i propri figli e si ritrovano all’improvviso in case troppo grandi; giovani uomini e donne che hanno inseguito i propri sogni, lasciandosi alle spalle legami profondi che promettono di continuare a coltivare nel tempo; ragazzi che hanno completato la loro campagna di Dungeons & Dragons e sono pronti ad affrontare quella successiva, nel mondo reale.

Un ponte tra due epoche
L’altra sensazione predominante, dopo la visione dell’episodio, è che esisterà un prima e un dopo Stranger Things. Nel 2016 Netflix era una realtà nuova, sperimentale, innovativa; Game of Thrones, la serie seminale del decennio scorso, non si era ancora conclusa, e l’industria del piccolo schermo stava entrando nel pieno della peak TV e della mania del binge watching, con una sovrabbondanza di produzioni tale da diventare incontrollabile. Nel 2026, dopo l’inevitabile battuta d’arresto della pandemia e gli scioperi degli sceneggiatori e attori hollywoodiani del 2023, vedere un’altra serie fare quello che hanno fatto i Duffer sarebbe una sorpresa.
Stranger Things è stato dunque un ponte tra due epoche, che ha saputo fiorire e distinguersi in un mercato quasi saturo. Un caso più unico che raro (in tempi recenti) di proprietà intellettuale originale che si è resa istantaneamente cult e si è in rapidamente trasformata in un franchise transmediale – tra libri, videogiochi, podcast, gadget, giocattoli e, pare, un futuro spin-off – che non ha nulla da invidiare a universi come l’MCU, Harry Potter, Star Wars e Il Signore degli Anelli.
Lo ha fatto grazie a una sapiente costruzione di un’estetica e di un mondo affascinanti, curati al minimo dettaglio, ma anche grazie a un cast corale eccezionale, dal quale sono emersi dei veri e propri talenti – Sadie Sink (Max) e Noah Schnapp (Will) su tutti, ma anche la new entry Nell Fisher (Holly) e lo spesso sottovalutato Jamie Campbell Bower (Henry/Vecna) – che ci auguriamo di vedere sempre più spesso.

“Io ci credo”
Vedremo ancora una così fortunata combinazione di elementi? Forse no, o almeno non in un’opera nata da un’idea originale. Del resto Netflix sembra ormai – come le varie Disney+, Prime Video, Paramount+ e HBO Max, con l’eccezione di Apple TV+ e delle sue Scissione, Ted Lasso e la recente Pluribus – molto più orientata allo sfruttamento di IP affermate che all’investimento in storie nuove e innovative: la guerra azionistica con Paramount per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery non è che la punta dell’iceberg di questa politica. Non ci saranno Adolescence o Baby Reindeer che terranno: per i prossimi anni a trainare gli abbonamenti della piattaforma saranno prodotti come Mercoledì, il live action di One Piece e il già annunciato spin-off americano di Squid Game. Il passato sembra l’unica via sicura, l’unica strada percorribile.
Ecco allora che la scena finale di Stranger Things, con Mike che esce dal suo iconico scantinato per l’ultima volta e osserva malinconico la sua eredità, trasmessa ora a una nuova generazione, è emblematica. Proprio i Duffer, che fin dalla sua prima stagione hanno fatto loro il fattore nostalgia, lo hanno cullato e spremuto fino all’ultima goccia, ci stanno dicendo che forse, di nostalgia, ne abbiamo avuto abbastanza. Forse adesso è tempo di dare frutto alle nostre esperienze e guardare al futuro. È possibile? “Io ci credo”, dice Mike ai suoi amici. E voi?


