Domani 3 dicembre arrivano su Netflix gli ultimi episodi della stagione finale de La Casa di Carta, il popolare show Netflix che si appresta a chiudere i battenti dopo cinque stagioni. Di seguito vi proponiamo 15 curiosità che forse non conoscete sulla serie spagnola creata da Álex Pina.
Il cameo di una megastar del calcio
Non è un segreto che La Casa di Carta abbia fan in tutto il mondo. Naturalmente, tra i fan della serie ci sono alcune celebrità, come il maestro Stephen King o la megastar del calcio Neymar. Quest’ultimo, in particolare, ama a tal punto la serie da essere arrivato a contattare la produzione e chiedere di poter prendere parte allo show.
Nella terza stagione della serie, infatti, c’è una scena in cui appare un monaco brasiliano, che si fa chiamare Joao. È dedito alla causa e non ama né calcio né feste. Per coloro che conoscono Neymar, è difficile credere che si tratti di lui, ma in realtà quel personaggio è interpretato proprio dal celebre calciatore.
Anche Il Professore ha un nome in codice che richiama una città
Uno degli aspetti più interessanti della serie è il fatto che i personaggi hanno tutti nomi in codice che richiamano città famose in tutto il mondo, tranne uno. Il Professore è un personaggio totalmente diverso, piuttosto unico, ma forse non tutti sanno che anche lui ha un nome di città non ufficiale: Città del Vaticano.
La città-stato al centro di Roma, così piccola, riservata, chiusa, ma con un potere immenso sul resto del mondo, si adatta perfettamente con il carattere e con il ruolo del Professore. Un altro aneddoto interessante in merito al personaggio è che Álvaro Morte, l’attore che lo interpreta, non porta gli occhiali nella vita reale e ci è voluto un po’ di tempo prima di abituarsi a portargli sul set.
Le prime stagioni sono state girate esclusivamente a Madrid
Durante i primi anni, la produzione è riuscita a cavarsela impiegando budget relativamente modesti. All’inizio il cast non ha mai lasciato le strada di Madrid. Tutto è cambiato drasticamente quando Netflix è stata coinvolta nella realizzazione.
All’improvviso lo show ha avuto accesso a tutta una serie di location assai differenti e decisamente più cospicue, che di fatto hanno contribuito ad accrescere l’appeal sugli spettatori. Gli episodi girati al di fuori della Spagna dopo l’acquisizione della serie da parte del colosso dello streaming hanno davvero permesso agli interpreti di Rio e Tokyo, ad esempio, di trascorrere una splendida vacanza su un’isola remota.
La maschera della serie è ispirata a Salvador Dalì
Salvador Dalì è stato un pittore spagnolo, celebre per le sue opere surrealiste, che ha contribuito a plasmare il mondo dell’arte. Il suo stile bizzarro e la sua visione capitalista antimoderna hanno lasciato un grande segno sia sulla scena artistica spagnola che su quella mondiale.
La Casa di Carta è caratterizzata dalla presenza di una famigerata maschera che presenta il volto dell’artista, un modo per rendere omaggio a lui e alle sue iconiche opere d’arte. La maschera della serie è divenuta popolare in tutto il mondo ed è stata persino utilizzata durante alcune proteste sociali, a conferma dell’impatto culturale della serie.
Il nome di Tokyo è stato ispirato da una maglietta
La trasformazione di Tokyo è uno dei migliori archi narrativi de La Casa di Carta. Il personaggio, infatti, è cambiato tantissimo dall’inizio della serie ad oggi. Una cosa che i fan potrebbero non sapere del personaggio è l’origine del suo nome in codice…
Il nome Tokyo, infatti, si deve al creatore dello show, Álex Pina, che una volta si è presentato al cospetto di uno dei produttori esercutivi, Jesus Colmenar, indossando una semplicissima maglietta con la scritta “Tokyo”. Da qui ha avuto inizio tutto.
Non si poteva girare nella vera Zecca di Stato
All’inizio, il team dietro la serie ha avuto l’idea di girare una grande scena presso la Zecca Reale di Spagna, che è gestita dal Ministero Spagnolo dell’Economia e degli Affari. Sfortunatamente, nonostante tutti gli sforzi, non sono stati in grado di ottenere il permesso di girare al suo interno, così la produzione ha dovuto ripiegare su una location più o meno simile.
Fortuna vuole che Madrid sia caratterizzata da molti edifici storici che si somigliano tra loro: alla fine, la scelta è ricaduta sul Consiglio nazionale delle ricerche spagnolo (CSIS). La produzione ha solo avuto bisogno del permesso per girare un paio di scene all’esterno, poiché il resto delle riprese è stato realizzato in uno studio.
Il titolo originale doveva essere Los Desahuciados
Una delle cose più importanti quando si costruisce il concept di una serie è il titolo, che deve essere il più accattivante possibile. Il titolo originale della serie in spagnolo è La Casa de Papel, anche se all’inizio doveva essere molto diverso.
Il creatore Álex Pina, infatti, aveva scelto Los Desahuciados, che in inglese significa The Outcasts, ossia gli emarginati, gli esclusi. Successivamente, il titolo è stato cambiata in La Casa de Papel, poiché la Royal Mint che i protagonisti stanno derubando nella scena d’apertura del pilot della serie non è altro che una “casa di carta”.
Il titolo inglese non è una traduzione fedele
Quando è stato scelto il titolo La Casa de Papel per il mercato spagnolo, bisogna occuparsi della scelta di quello per il mercato americano. Alla fine, si è optato per Money Heist, che non ha nulla a che fare con il titolo originale.
Se avessero voluto prestare fede al titolo originale spagnolo, la versione in lingua inglese della serie si sarebbe dovuta intitolare The House of Paper. La logica dietro il titolo Money Heist – traducibile come “furto di denaro” – è che i personaggi vengono coinvolti in una rapina alla Royal Mint. All’inizio, il pubblico credeva che La Casa de Papel e Money Heist fossero due serie distinte.
Gli sceneggiatori non hanno pianificato l’evolversi della storia
Alcune serie vengono scritte dall’inizio alla fine, dalla prima all’ultima puntata, ancor prima della messa in onda dell’episodio pilota. Per La Casa di Carta le cose sono andate diversamente, poiché gli sceneggiatori non hanno mai pianificato l’evolversi della storia dall’inizio.
La filosofia alla base dello show è stata quella di testare prima le reazioni del pubblico di fronte a certe scelte narrative e poi decidere cosa sarebbe accaduto dopo, un modo sì rischioso ma anche molto eccitante di sviluppare una serie estremamente popolare come La Casa di Carta. È interessante sapere che gli attori non avevano idea di come si sarebbero evolute le cose in relazione alla storia principale e ai loro personaggi: l’attrice Alba Flores, ad esempio, fino all’ultimo minuto non era a conoscenza dell’inevitabile destino di Nairobi.
La serie ha rischiato di essere cancellata
La serie ha fatto il suo debutto la prima volta a maggio del 2017. All’inizio gli ascolti erano molto alti, ma con il passare del tempo hanno iniziato a calare e il gran finale è stato un flop. Con meno della metà dei numeri iniziali (quattro milioni di spettatori), la serie ha rischiato di essere cancellata, fino a quando non è intervenuta Netflix.
La popolarità della serie è aumentata a una velocità così elevata che nessuno ha più dubitato della realizzazione di una terza e di una quarta stagione, poiché lo spettacolo era ormai diventato celebre in tutto il mondo. È incredibile pensare che le ultime stagioni hanno rischiato di non vedere mai la luce se non fosse stato per l’intervento di Netflix.
La produzione ha usato centinaia di tute rosse
A parte la maschera di Dalì, La Casa di Carta ha reso popolari anche le sorprendenti tute rosse indossate da ladri e ostaggi nella serie. Il costumista Carloz Diez ha avuto un gran bel da fare, poiché doveva non solo assicurarsi che tutti i membri del cast avessero sempre una nuova scorta di tute rosse, ma doveva anche sostituirne costantemente centinaia a mano a mano che la serie andava avanti.
Oltre 600 tute sono state realizzate appositamente per la serie, poiché il cast tende a rovinarle abbastanza velocemente, considerando quanti proiettili devono schivare ogni giorno sul set.
Tokyo non doveva essere la voce narrante
È difficile immaginare qualcun altro che funge da voce narrante della serie, poiché Tokyo ha ormai cementato il suo posto di voce affidabile che gli spettatori possono ascoltare anche nei momenti più frustranti della serie. Tuttavia, nei piani originali nessuno aveva pensato a Toky come voce narrante, e all’ultimo minuto si optò per un cambio di rotta.
All’inizio, infatti, i produttori della serie voleva che fosse Il Professore a narrare l’intera storia. Tuttavia, le cose cambiarono quando gli stessi si resero conto di quanto il cast fosse dominato da uomini. Inoltre, non volevano dare al personaggio ancora più importanza, visto il ruolo così rilevante che già aveva all’interno della serie.
È stata la serie più vista su Netflix nel 2020
Da quando rischiava di essere cancellata, La Casa di Carta è riuscita a diventare la serie più vista su Netflix nel 2020. Lo scorso anno, infatti, la serie ha raggiunto i 65 milioni di visualizzazioni, a testimonianza della sua popolarità a livello internazionale.
Con il debutto della seconda parte della stagione finale, previsto per domani 3 novembre, i fan scopriranno finalmente se la serie riuscirà a concludersi in maniera soddisfacente, regalando un finale all’altezza degli standard stabiliti dalle stagioni precedenti.
Un attore dalla “risata volgare”
Se c’è una cosa che i fan ricorderanno sempre del personaggio di Denver è il fatto che la sua risata riassume perfettamente la sua personalità. Non ha bisogno di dire nulla: gli spettatori lo riconoscerebbero a un miglio di distanza. La sua risata unica è stata in realtà una scelta intenzionale, poiché il team dietro lo show voleva per la parte qualcuno la cui personalità corrispondesse alla versione immaginata del personaggio.
La sceneggiatura inviata durante i casting menzionava che l’attore che avrebbe interpretato Denver doveva essere in grado di ricreare una “risata volgare”. Fortunatamente, Jaime Lorente era più che disposto ad accettare la sfida.
Arturo ha impugnato un vero lanciafiamme
I fan non dimenticheranno mai il teso confronto tra Arturo e la banda, poiché l’ingannevole oratore motivazionale si trovava in un punto vantaggioso in un deposito di armi. L’intera scena ha richiesto diverse settimane per essere girata, poiché le complesse angolazioni e il numero di armi presenti sul set significavano che tutti dovevano essere al meglio in ogni momento.
Enrique Arce, l’attore che interpreta Arturo, ha effettivamente usato un vero lanciafiamme durante la scena in cui cammina verso la banda nello stretto corridoio. È stata un’impresa a dir poco impressionante da realizzare, considerando come lo spazio chiuso ha reso probabilmente molto più difficile resistere al calore delle fiamme mentre si doveva trasportare un’arma così ingombrante.
















