Quanto potrà mai dirci di nuovo, nel 2020, una miniserie tv dedicata a Dracula? In fin dei conti si parla di un personaggio di origine letteraria che al cinema e in televisione ha trovato un terreno a lui congeniale, tanto da apparire in più di 150 tra film, film tv, e serie televisive (ad oggi).
Dai classici (di genere) Universal negli anni ’30 fino al cinema d’autore (si pensi ad esempio a Werner Herzog e a Francis Ford Coppola), il vampiro che Bram Stoker creò ispirandosi ad un personaggio storico realmente esistito, il famigerato “impalatore” Vlad Tepes II, ha solleticato la fantasia di autori cinematografici e gli incubi degli spettatori, divenendo uno dei villain più famosi della storia del cinema, aprendo anche la strada alla fortuna dei vampiri sul grande (e piccolo) schermo.
Eppure, guardando la nuova serie (all’apparenza autoconclusiva) firmata dagli sceneggiatori britannici Mark Gatiss e Steven Moffat, Dracula, prodotta dalla BBC e distribuita in Italia da Netflix, si rimane stupiti dal fatto che le tre puntate (da 90 minuti) che la caratterizzano riescano a proporre un’immagine “nuova” del malefico conte, partendo dal racconto di Stoker per cercare però di discostarsene fin dall’inizio.
I due sceneggiatori non sono naturalmente nuovi a trasposizioni di questo genere, essendo i creatori dell’acclamata serie Sherlock, ispirata a un altro celebre personaggio letterario, l’investigatore privato Sherlock Holmes, partorito dalla mente di Arthur Conan Doyle. Ma quanto riescono a fare con il loro Dracula è davvero sorprendente, perché non era assolutamente facile trovare un nuovo punto di vista per raccontare le vicissitudini di un personaggio che si è tramutato ben presto in icona ed ha influenzato l’immaginario del grande pubblico.

Nel corso degli anni, sono stati tanti i registi e gli sceneggiatori che hanno preso spunto dal romanzo di Stoker per raccontare sul grande schermo le disavventure del conte. Se nel romanzo dello scrittore britannico la figura di Dracula, per quanto costantemente evocata, non è quasi mai al centro della scena e si ritaglia sostanzialmente solo il ruolo di antagonista, al cinema il vampiro ha acquistato fin da subito una fisicità del tutto nuova, figurando molto spesso come protagonista assoluto della narrazione, pur mantenendo la sua connotazione negativa.
Ad essere attratto dal personaggio non fu però esclusivamente il cinema di genere, come ci si aspetterebbe, ma anche quello autoriale. Si pensi, ad esempio, che una delle prime trasposizioni cinematografiche – che è una profonda rilettura del romanzo – porta la firma di uno dei più importanti esponenti del cinema espressionista tedesco, Frederich W. Murnau. Il suo Nosferatu (1922) colpisce ancora oggi per le straordinarie scelte stilistiche che ne hanno fatto uno dei capolavori della settimana arte, e la sua influenza è testimoniata anche dal fatto che un altro grande autore, Werner Herzog, lo celebrò realizzandone un sontuoso remake con protagonista Klaus Kinski, Nosferatu, il principe della notte (1978).
Grande successo ebbero anche le prime pellicole prodotte in lingue inglese, le quali sono ricordate non solo per le qualità estetiche, ma anche per la creazione del Dracula icona cinematografica, resa possibile anche dalle affascinanti interpretazioni dei due attori che più di tutti lo incarnarono: Bela Lugosi e Christopher Lee (il Saruman della trilogia Il Signore degli Anelli di Peter Jackson). Il primo, che interpretò il personaggio per la prima volta a Broadway alla fine degli anni ’20, divenne il volto “americano” del vampiro a partire dalla prima trasposizione firmata Universal: Dracula di Todd Browing (1931). Il secondo invece fu il Dracula della serie di film prodotti dall’inglese Hammer che iniziò nel 1958 con Dracula il vampiro di Terence Fischer e si concluse nel 1973 con I satanici riti di Dracula di Alan Gibson.
Non sono naturalmente mancate neppure le riletture in chiave parodica, a cominciare da quel piccolo gioiello rappresentato da Per favore, non mordermi sul collo! di Roman Polanski, film galeotto che fece conoscere al regista quella che sarebbe diventata la sua futura (e purtroppo sfortunata) sposa: Sharon Tate.
In generale, però, Dracula è giunto fino a noi nelle vesti di paladino delle forze oscure. Un personaggio certamente terrificante, ma dotato anche di uno charme tutto personale. Vedere per credere quella che è sicuramente la trasposizione del romanzo di Stoker più famosa degli “ultimi” anni, ovvero Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola (1992). Interpretato da un magnetico (e fascinoso, bisogna dirlo) Gary Oldman, il film del regista italoamericano, benché omaggi fin dal titolo l’autore letterario, è capace di discostarsene profondamente, non solo aggiungendo un’interessante sottotrama (il passato del conte e la somiglianza di Mina con la sua vecchia sposa morta suicida), ma facendo proprio il racconto attraverso una messa in scena che, in sostanza, ne fa (giustamente) più un “film di Coppola” che una “trasposizione del romanzo di Stoker”.
Per non parlare, infine, della ripresa del personaggio nella serialità televisiva contemporanea: tra la rilettura del personaggio offerta dalla poco fortunata serie prodotta dalla NBC nel 2013 (cancellata dopo la prima stagione), dove il conte era interpretato da Jonathan Rhys Meyers, al ruolo da Deus ex Machina che il personaggio assume nella serie Penny Dreadfull (2014-2016), dove – per inciso – non compare fisicamente che alla fine della terza (ed ultima stagione), interpretato da Christian Camargo.

Il sintetico e certamente non esaustivo excursus sulla figura di Dracula al cinema ci aiuta a comprendere ancora di più le difficoltà incontrate da Mark Gattis e Steven Moffat nell’affrontare una nuova rivisitazione del personaggio. Rispetto alle trasposizioni (fedeli o infedeli, poco importa) precedenti del romanzo, i due autori britannici riprendono alcune caratteristiche proprie del personaggio cinematografico, a cominciare dal fascino che il conte emana nei confronti dei personaggi e degli spettatori. Non è certamente casuale, da questo punto di vista, che sia stato scelto come protagonista il fisicamente statuario attore danese Claes Bang (già visto un paio di anni fa in The Square, film che trionfò al Festival di Cannes).
Al contempo, pur non rinunciando alle atmosfere puramente horror (specie nella prima puntata), una delle peculiarità della serie è il costante utilizzo del registro comico-grottesco, che investe in modo particolare la figura del conte. È un po’ come se il certe momenti il personaggio di Dracula tradisse una certa consapevolezza circa la propria aura iconica, accettando i propri cliché determinati dall’immaginario popolare (dai quali, come si evince dal terzo episodio, è persino condizionato), e giocando costantemente con la sua caratterizzazione e le aspettative degli spettatori. Così, tra una vittima e l’altra, il conte si concede anche il tempo per scherzare su se stesso e sulla percezione che gli altri – i personaggi in scena, certo, ma sopratutto gli spettatori – hanno di lui.
Un altro aspetto non secondario è legato a quanto si diceva anche all’inizio, ovvero alla capacità della serie di discostarsi dal materiale letterario d’origine. Sebbene inizialmente lo spettatore sia invitato a seguire le disavventure dell’avvocato londinese Jonathan Harker (John Heffernan) alla corte del conte, la storia di questi e della fidanzata Mina (Morfydd Clark) diviene fin da subito marginale. Per non parlare degli altri personaggi mortali del romanzo: alcuni vengono modificati e ripresi solo nell’ultimo episodio (è il caso, ad esempio, di Lucy); altri invece, come il professore Abraham Van Helsing, cambiano profondamente.
Nella serie tv, infatti, a mo’ di contraltare di Dracula viene creato un personaggio ad hoc, che naturalmente prende spunto da uno di quelli più celebri del romanzo (come si evince dal cognome): la suora Agatha Van Helsing (Dolly Wells). Personaggio non strumentale, ma con una sua “anima”, Agatha diviene per Gattis e Moffat una sorta di nemesi naturale del conte, capace di accompagnarlo per tutto il corso della narrazione (e qui non andiamo oltre, perché il rischio spoiler è dietro l’angolo).
Questa capacità di rielaborazione del personaggio, sommato alla capacità dei due sceneggiatori di costruire la serie realizzando tre puntate molto diverse tra loro, ma tutte di altissimo livello (sì, anche la terza, da molti dileggiata, è davvero notevole e per certi versi sorprendente), fanno del Dracula di Gattis e Moffat un’opera assolutamente da non perdere; un nuovo tassello nella storia della figura del vampiro più famoso dell’immaginario della cultura di massa.


