mercoledì, Maggio 19, 2021
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Zero, recensione della nuova serie originale italiana Netflix

La recensione di Zero, nuova serie originale italiana Netflix in 8 episodi, nata da un'idea di Antonio Dikele Distefano. Disponibile dal 21 aprile.

Zero è la nuova serie originale targata Netflix Italia: un prodotto molto atteso soprattutto per la portata innovativa del suo messaggio, senza contare la precisa scelta di un cast composto per la maggior parte da giovani attori di seconda generazione, italiani dalle origini multietniche che ben rappresentano la varietà del mondo che ci circonda. La serie in otto episodi, creata dallo scrittore Antonio Dikele Distefano e ispirata al suo romanzo Non ho mai avuto la mia età, è pronta a debuttare dal 21 aprile sulla nota piattaforma VOD, portando una rivoluzione nel mondo dello storytelling televisivo odierno grazie al messaggio inclusivo e alla normalizzazione (della realtà) che vuole mostrare, come è stato raccontato durante la conferenza stampa di presentazione del prodotto.

Zero racconta la storia di un timido ragazzo, Omar (Giuseppe Dave Seke), che vive nel Barrio di Milano con suo padre e sua sorella Awa (Virginia Diop): un quartiere periferico dal quale vorrebbe andar via, mentre cerca di raccogliere abbastanza soldi lavorando come rider e dividendosi tra casa sua, il centro e la grande passione per il fumetto. Ma la sua vita viene stravolta quando scopre, casualmente, di avere uno straordinario superpotere: quello di diventare invisibile. Non un supereroe, ma un eroe moderno che impara a conoscere i suoi poteri quando il suo quartiere si trova in pericolo, minacciato da misteriosi vandali. Zero dovrà quindi indossare gli scomodi panni dell’eroe (suo malgrado) e, nella sua avventura, scoprirà l’amicizia di Sharif (Haroun Fall), Inno (Madior Fall), Momo (Richard Dylan Magon), Sara (Daniela Scattolin) e forse anche l’amore di Anna (Beatrice Grannò).

Zero è davvero una splendida, inaspettata (e attesa) rivoluzione: giocando abilmente con l’immaginario dei fumetti, dai quali attinge a piene mani per estetica e drammaturgia, riesce a raccontare la realtà cristallizzando il presente in un’istantanea pulsante di vita, passione e voglia di riscatto. La freschezza e la modernità travolgono la serie in ogni singolo dettaglio, suggerendone la genesi giovane e “di gruppo”: solo la coesione sinergica tra autori, registi, sceneggiatori, case di produzione e cast ha infatti potuto permettere la nascita di questo piccolo gioiello della serialità, che si colloca nel solco (post) moderno di una nuova narrazione del presente. Abbandonati i toni seri e austeri della denuncia sociale, del documentario o del dramma, Distefano e co. optano per la via della “leggerezza” capace di raccontare, con il linguaggio del genere, le contraddizioni imprevedibili che contraddistinguono la nostra quotidianità.

Pur rivolgendosi ad una fascia specifica di pubblico, che comprende soprattutto i Millennials e la Generazione Z, Zero finisce per dialogare vivacemente con tutti gli spettatori narrando una storia universale, nella quale confluiscono tante sotto-trame particolari che arricchiscono il grandioso affresco della commedia umana contemporanea, una babele che ha costruito la propria peculiarità sulle differenze mentre sta ancora cercando la via più efficace per abbatterle, normalizzando il bello della diversità. Ogni spettatore potrà ritrovare qualcosa di se stesso nelle avventure dei vari protagonisti, nei loro problemi, nei dubbi che li affliggono e che dipingono un’articolata metafora della vita nel 2021, nella quale l’irruzione dei superpoteri – e quindi dell’elemento fantasy – non fanno altro che aumentarne la complessità.

Le quattro regie dei registi coinvolti – Paola Randi, Ivan Silvestrini, Margherita Ferri e Mohamed Hossameldin – si intersecano tra loro in modo fluido, tracciando una linea guida comune lungo la quale muoversi, pur mantenendo per ognuno le proprie peculiarità stilistiche ed estetiche; complice è anche la fotografia di Daniele Ciprì, impeccabile e urbana, patinata e pop tanto da consegnare la serie tra le braccia accoglienti sia della settima che della nona arte. Tra gli autori, oltre a Distefano, figura anche Menotti, a sua volta sceneggiatore di un cult come Lo Chiamavano Jeeg Robot diretto da Gabriele Mainetti: e proprio con quest’ultimo condivide l’atmosfera, ma soprattutto la volontà di raccontare la periferia (e il mondo) attraverso un occhio particolare, che è quello del fumetto e che permette all’elemento irreale – o fantastico – di fare breccia nella normale quotidianità, stravolgendola e permettendole di tirare fuori la sua essenza.

È così che Omar, da sempre schivo e riservato, “incastrato” in una realtà dalla quale vuole scappare ed emergere ad ogni costo, si ritrova investito di un dono inaspettato: l’invisibilità, fumettistico contrappasso della sua condizione esistenziale. Ma parafrasando Spider-Man, “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, e Zero imparerà a sue spese qual è il significato di questa frase. In un vero e proprio “viaggio dell’eroe”, il protagonista crescerà insieme ai suoi amici, cercando di acquisire progressivamente una consapevolezza civica, sociale e personale; mettendo a fuoco che oggi “l’impresa eccezionale è essere normali”, perché è proprio la normalità il primo passo per una rivoluzione volta a rendere la società più inclusiva e proiettata nel futuro.

Guarda il trailer ufficiale di Zero

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Zero è davvero una splendida, inaspettata (e attesa) rivoluzione: giocando abilmente con l’immaginario dei fumetti, dai quali attinge a piene mani per estetica e drammaturgia, riesce a raccontare la realtà cristallizzando il presente in un’istantanea pulsante di vita, passione e voglia di riscatto.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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