Dopo la conclusione della traballante Fase Cinque, passata fra alti (Guardiani della Galassia Vol. 3, Thunderbolts*) e bassi (Ant-Man and the Wasp: Quantumania, Captain America: Brave New World), e la sempre più evidente superhero fatigue che ha colpito il pubblico anche più affezionato, i Marvel Studios sono in piena fase di riassetto. Un ritorno alle origini, se vogliamo, con meno titoli legati al loro ormai sconfinato universo narrativo da fare uscire nel corso dell’anno, sia al cinema che su piattaforma (eh sì, perché nel mentre sono arrivate anche le serie tv ad inflazionare ulteriormente il mercato di prodotti supereroistici).
Una miniserie dedicata a un personaggio minore
Il ritrovato mantra di Kevin Feige & Co. sembrerebbe essere “meno quantità, più qualità”, con un occhio di riguardo ai brand più popolari (i film di prossima uscita già annunciati sono tutti dedicati a Spider-Man e agli Avengers). Ma rimangono ancora da smaltire diverse produzioni seriali dedicate a personaggi minori, il cui sviluppo è iniziato anni addietro, durante la bulimica frenesia di rimpinguare il catalogo dell’allora nascente Disney+ (prendete l’esempio della recente Ironheart).
Rientra sotto questa categoria anche Wonder Man, serie disponibile in esclusiva su Disney+ dal 28 gennaio sotto il banner Marvel Spotlight (pensato per show che presentano storie più contenute, godibili anche senza una profonda conoscenza della corposa continuity dell’MCU). Produzione di otto episodi creata da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli, American Born Chinese), anche regista delle prime due puntate, insieme a Andrew Guest (Brooklyn Nine-Nine, Hawkeye).

Di cosa parla Wonder Man
Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) è uno dei tanti attori falliti arrivati a Hollywood inseguendo il sogno del successo. L’occasione per svoltare arriva con il provino per Wonder Man, remake di un film cult degli anni ’80 a lui particolarmente caro. Ma il giovane uomo non è come tutti gli altri. Simon, infatti, racchiude dentro di sé un’energia devastante, pronta ad esplodere quando perde il controllo. Segreto che tiene ben nascosto vista la “Doorman Clause”; legge che, dopo un terribile incidente, ha reso praticamente impossibile l’assunzione di persone dotate di poteri sui set cinematografici.
Ma la Damage Control, agenzia governativa che si occupa di prevenire i danni causati dai super umani, gli è col fiato sul collo. L’agente P. Cleary (Arian Moayed, già apparso in Spider-Man: No Way Home e Ms. Marvel), infatti, ha affidato a Trevor Slattery (Ben Kingsley), attore che aveva vestito in passato i panni del Mandarino, il compito di avvicinarlo e ottenere la sua fiducia per trovare le prove utili ad incastrarlo, tutto questo in cambio di uno sconto di pena.

Una produzione seriale strana
Oggetto strano questa Wonder Man, serie che assomiglia più alla recente The Studio, di e con Seth Rogen, che a un classico prodotto dal soggetto supereroistico. Una commedia che si diverte a ironizzare sulla fabbrica dei sogni hollywoodiana, con i suoi meccanismi e le sue fissazioni. Ci si fa beffe di cose come gli attori con il pallino per il Method acting (Simon viene licenziato dal set della nuova stagione di American Horror Story a causa della sua eccessiva pignoleria) e i registi europei artistoidi, venuti a rivoluzionare e nobilitare il blockbuster hollywoodiano attraverso la propria personale sensibilità (Zlatko Burić, il dittatore di Boravia del Superman di James Gunn).
Fra cameo e citazioni cinefile
Come in The Studio, anche Wonder Man ha la sua quota di cameo di personaggi dello spettacolo nel ruolo di loro stessi. Naturalmente i nomi sono più modesti rispetto a quelli presenti nella serie Apple (non aspettatevi che Scorsese appaia in una produzione Marvel, viste le sue famigerate dichiarazioni sui cinecomics). Dopo l’apparizione di Kevin Bacon in Guardiani della Galassia Holiday Special, scopriamo che anche Josh Gad e Joe Pantoliano – con il suo appartamento tappezzato di poster di Baby Birba – Un giorno in libertà – esistono nell’MCU.
Aspettatevi l’usuale carrellata di citazioni cinefile e strizzatine d’occhio, non solo a riferimenti filmici scontati (il film di Wonder Man è a metà strada fra la serie di pellicole dedicate a Superman con protagonista Christopher Reeve e un episodio dei Power Rangers), ma anche a opere più ricercate, seppur popolari. Come la più volte citata The Studio nel suo episodio dedicato a Chinatown, anche qui si ha il pallino per i capolavori della New Hollywood (Un uomo da marciapiede di John Schlesinger viene citato più volte).

Una bromance al centro della storia
Cuore dell’intera storia è il rapporto che si viene a instaurare fra il giovane attore Simon e il più navigato Trevor, che diventa una sorta di mentore per il protagonista, quest’ultimo totalmente ignaro dei suoi veri intenti. Naturalmente, anche Trevor inizierà ad affezionarsi al suo pupillo, portandolo a chiedersi se portare a termine la sua missione sia la cosa giusta da fare. Una classica bromance da buddy movie, genere che l’MCU aveva già toccato in Iron Man 3 di Shane Black, film dove proprio il personaggio interpretato dal premio Oscar Ben Kingsley era stato introdotto per la prima volta.
Un prodotto che lascia disorientati
Wonder Man ha sicuramente degli elementi interessanti, ma è un prodotto che lascia perlopiù disorientati. Una serie che rischia di risultare troppo poco supereroistica per i fan dell’MCU (l’azione e gli effetti speciali sono ridotti davvero all’osso), oltretutto con connessioni quasi nulle al quadro più ampio dell’universo narrativo, e troppo grossolana per confrontarsi con l’umorismo brillante di produzioni come The Studio. La durata, inoltre, è spropositata per questo tipo di storia; la metà della sua lunghezza complessiva di quattro ore (la miniserie è composta da otto episodi di mezz’ora) sarebbe stata più che sufficiente per raccontare un soggetto del genere.


