Non sono molte le serie televisive che, quando finiscono, lasciano un vuoto tale nel palinsesto delle emittenti da costringere queste ultime a cercare di replicarne il modello (e il successo). Ancora prima di Game of Thrones, Lost e Twin Peaks sono stati le capostipiti in tal senso: entrambi fenomeni globali di massa che avevano creato aspettative troppo grandi perfino per loro stesse, la serie ideata da J.J. Abrams e Damon Lindelof e quella di David Lynch e Mark Frost hanno visto diversi tentativi di emulazione, molti dei quali fallimentari. Ma le cose potrebbero cambiare, grazie alla novità che quest’anno ha colto tutti di sorpresa: Widow’s Bay.
La nuova erede di Lost e Twin Peaks?
Il titolo prende il nome dall’isola del New England su cui è ambientato lo show creato da Katie Dippold per Apple TV. Il sindaco Tom Loftis (Matthew Rhys) vorrebbe renderla una popolare meta turistica e balneare, ma si scontra con le convinzioni di Wyck Crawford (Stephen Root) sull’esistenza di una maledizione che pervade il luogo e minaccia gli abitanti. Inizialmente scettico, Tom verrà presto provato della realtà delle superstizioni e, insieme a Wyck e all’assistente Patricia (Kate O’Flynn), indagherà sui segreti dell’isola per liberarla dai suoi orrori.
Escludendo il setting e la presenza del sovrannaturale, Widow’s Bay ha in realtà poco in comune con i risvolti narrativi di Lost o Twin Peaks. Non c’è nessuno schianto aereo o indagine di omicidio, nessuna stanza rossa o pericoli della natura selvaggia da affrontare, né la pretesa di tessere una rete di misteri altrettanto fitta. Le dimensioni stesse del cast sono più contenute, così come il minutaggio e il numero di episodi. Tuttavia, tutte e tre possiedono una qualità rara: quella di generare infinite quantità di interrogativi e teorie, le cui risposte arriveranno solo accompagnate da ulteriori domande.

Un irresistibile mix tra commedia e horror
Un po’ come per gli abitanti dell’isola, una volta entrati in Widow’s Bay è difficile abbandonare le sue coste, nonostante un inizio di stagione procedurale in cui la storyline orizzontale non emerge immediatamente. Il mix tra commedia e horror è però irresistibile, e già questo basta come motivo di elogio, in quanto l’accostamento tra due generi così diametralmente opposti è talmente fragile da rischiare di frantumarsi al primo cambio di tono fuori posto. L’equilibrio della scrittura di Dippold (che viene dalla sitcom Parks and Recreation) è invece sorprendente: priva di evidenti sbavature, sa quando far ridere e quando spaventare ed eccelle in entrambi i campi.
L’elemento horror a sua volta vive in una situazione potenzialmente pericolosa, perché è come se la serie volesse fondere, in sole dieci puntate, non solo Twin Peaks e Lost ma tutto il cinema dell’orrore esistente con – per non farsi mancare nulla – la vastità letteraria dell’opera di Stephen King. Qui entra in gioco il talento di Hiro Murai, il regista principale della serie, che prende questo enorme bagaglio culturale e riesce a non far sembrare il tutto un mero gioco citazionistico fine a sé stesso, conferendo al contrario a ogni sequenza di terrore una propria autonomia.
L’imprevedibilità (e buona parte del divertimento) di Widow’s Bay non risiede quindi più di tanto nei colpi di scena – comunque ben congegnati e ben gestiti -, ma nella mappatura di nuovi percorsi del brivido e nella rielaborazione di quelli già esistenti. Si passa così da un hotel che rievoca i fantasmi di Shining e IT a un episodio slasher che omaggia Michael Myers di Halloween; dalla nebbia ostile di The Mist e The Fog del pilot a una puntata ambientata nel 1700 (diretto dal Ti West di Pearl e MaXXXine) che pesca a piene mani dal folk horror in stile The Witch.

Un cast in stato di grazia in una serie imperdibile
A tenere insieme l’intera operazione ci pensa un cast superlativo, guidato da un Matthew Rhys in stato di grazia. L’attore è sempre stato tra i fuoriclasse più sottovalutati della sua generazione, ma non era così bravo dai tempi di The Americans. Segue i cambi di passo della sceneggiatura con maestria assoluta e porta la sua performance a uno stato fluido capace di impeccabili tempi comici, di grande spessore drammatico e di puro sgomento e paura.
Non meno memorabile il burbero personaggio di Stephen Root, che si allontana rapidamente da ogni stereotipo e costruisce un’ottima chimica con Rhys. Ma a rubare la scena in più di un’occasione sono le interpreti femminili: in primis Kate O’Flynn in una deliziosa e bizzarra versione di Shelley Duvall che passa da vittima di bullismo a potenziale carnefice a meravigliosa ed esilarante final girl; ma anche Betty Gilpin, protagonista dell’episodio flashback, e K Callan nei panni di un’adorabile anziana signora che forse è più di quel che sembra.
Trattandosi solo della prima stagione, è ancora presto per determinare il destino di Widow’s Bay. Crollerà su sé stessa, o riuscirà a ritagliarsi un posto d’onore tra le (poche) serie di qualità dall’inizio alla fine? Di certo, sappiamo che il mistero di fondo è appena stato scalfito, e Katie Dippold sembra avere le spalle abbastanza larghe da sobbarcarsi la responsabilità di condurre la sua creatura fuori dalle acque più torbide. Per il momento, quindi, non ci resta che goderci questa piccola, imperdibile perla di serialità, e attendere con impazienza un seguito.


