lunedì, Gennaio 25, 2021
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The Undoing, recensione della miniserie con Nicole Kidman

La recensione di The Undoing - Le verità non dette, miniserie con Nicole Kidman e Hugh Grant. Dall'8 gennaio su Sky e in streaming su NOW TV.

The Undoing – Le verità non dette è il titolo della nuova serie evento – già considerata un instant cult – targata HBO e che approderà, a partire dal prossimo 8 gennaio, su Sky e in streaming su NOW TV. Nata come un adattamento del romanzo omonimo di Jean Hanff Korelitz (edito però con il titolo originale You Should Have Known e vero caso letterario del 2014), The Undoing vede la presenza, in qualità di autore e showrunner, di David E. Kelley, già fautore dei successi di Ally McBeal e Big Little Lies.

Dietro la macchina da presa della miniserie, troviamo la mano salda e lo sguardo malinconico di Susanne Bier, Premio Oscar e reduce dal successo televisivo della miniserie The Night Manager. Per raccontare questa sinfonia claustrofobica di intrighi, tradimenti e omicidi, la regista si è affidata alla sensibilità degli strepitosi protagonisti: Nicole Kidman, Hugh Grant (visto recentemente in The Gentlemen), Donald Sutherland, Lily Rabe, Édgar Ramírez, Noah Jupe e l’italiana Matilda De Angelis (protagonista del recente L’incredibile storia de LIsola delle Rose).

Grace Fraser (Kidman) conduce una vita praticamente perfetta a Manhattan. Psicoterapeuta affermata, abita in una bella casa e ha una splendida famiglia composta dal marito Jonathan (Grant) – acclamato e stimato oncologo pediatrico – e Henry (Jupe), il figlio dodicenne che frequenta una scuola privata d’élite nell’esclusiva Upper East Side. Ma all’improvviso un abisso si apre nella vita della donna: una morte violenta, quella della giovane e seducente Elena Alves (De Angelis) e un marito che scompare nel nulla. Messa di fronte a una catena di terribili rivelazioni, Grace capisce che potrebbe forse non conoscere affatto suo marito, né tantomeno la sua versione della storia.

The Undoing – Le verità non dette dimostra subito (come se ce ne fosse bisogno) le ragioni per cui è diventata immediatamente un cult: la capacità di attraversare trasversalmente i generi, contaminandoli; il cast spettacolare che restituisce alcune delle performance più intense del piccolo schermo contemporaneo e una capacità si scrittura che scava nel buio contraddittorio dei “vizi privati” della buona borghesia newyorkese. Tra feste annoiate, abiti glam, scuole esclusive e ricche aste di preziosi oggetti d’arte, quell’Upper East Side di Manhattan che molti avevano imparato a conoscere tramite Gossip Girl mostra il suo lato più adulto, corrotto, perverso. Niente è come sembra sotto il plumbeo cielo della Grande Mela e le apparenze ingannano, nascondendo la verità perfino agli occhi più attenti.

E gli occhi più perspicaci – come del resto lo sono anche le sue percezioni – sono quelli di Grace: moglie tradita, madre ferita, donna psicologicamente sotto attacco (e sotto accusa), prende in prestito da Nicole Kidman i ritrovati ricci rossi e l’impassibilità altera dell’animale fiero ma ferito, in ascolto per carpire la prossima mossa fatale dell’avversario. A fare da controcanto a Grace c’è il brillante Jonathan, che eredita da Hugh Grant fascino e battuta pronta, nonché il disturbante carisma capace di sedurre chiunque, convincendolo della propria versione dei fatti. Una coppia in apparenza perfetta, ma spaventata all’idea che quell’augurio “…e vissero felici e contenti” possa presto trasformarsi in un incubo: e proprio come nelle tragedie greche, un alone di disgrazia aleggia sulle loro teste “coronate” da moderni imperatori della città che non dorme mai.

La Bier ridimensiona il proprio tocco melodrammatico dietro la macchina da presa, mostrandosi invece abile nella capacità di scavare nel cuore tormentato dei protagonisti, svelandone il progressivo tracollo del muro di terracotta dietro il quale hanno confinato le proprie spaventose idiosincrasie, fragile recinto usato per tagliare fuori dalle loro scintillanti vite i demoni che li animano. La regia asseconda i cambi di registro e di tono, facendo vivere allo spettatore – attraverso i sei episodi di cui si compone la serie – un ottovolante emotivo vissuto tra aule di tribunali, lussuosi appartamenti ed esclusive scuole private. L’altalena delle emozioni, ma anche dei codici attraverso i quali si racconta la vicenda dei Fraser, perché quasi ogni episodio segue un ritmo diverso, una narrazione che risponde ad altri canoni.

Sei episodi e diversi viaggi nel cuore dei generi: in The Undoing – Le verità non dette si passa in modo disinvolto da un set-up patinato, a tratti disturbante per la sua perfezione, per poi approdare alla dirompente esplosione del dramma vero e proprio, un dramma a tinte fosche macchiato di sangue e sesso. Il thriller si insinua nelle crepe fragili della facciata perfetta, catalizza l’attenzione sulla ricerca del colpevole fino a sfiorare il dramma più intenso e, infine, il più classico dei legal thriller, un duello che si consuma tra arringhe, prove e accuse davanti ad una giuria.

The Undoing – Le verità non dette non brilla per la trama innovativa ma, al contrario, fa della tradizione un proprio punto di forza, finendo per raccontare una classica dinamica di coppia in modo moderno ed avvincente; un modo figlio tanto del linguaggio televisivo – con i suoi tempi e ritmi – quanto del post-modernismo cinematografico che ha permesso alla grammatica del grande schermo di infrangere certe regole, riscriverle e garantire infine allo spettatore la possibilità di spiare nelle vite degli altri, evocate dagli attori trasformati per l’occasione in prodigiosi amplificatori delle emozioni umane.

Guarda il trailer ufficiale di The Undoing

GIUDIZIO COMPLESSIVO

The Undoing – Le verità non dette dimostra subito le ragioni per cui è diventata immediatamente un cult: la capacità di attraversare trasversalmente i generi, contaminandoli; il cast spettacolare che restituisce alcune delle performance più intense del piccolo schermo contemporaneo e una capacità si scrittura che scava nel buio contraddittorio dei “vizi privati” della buona borghesia newyorkese.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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