Da una ventina d’anni a questa parte, con la sempre più crescente popolarità delle serie tv e l’avvento delle varie piattaforme, abbiamo assistito a un sovvertimento delle vecchie gerarchie culturali e dei loro spazi canonici. I film che uscivano nei cinema, un tempo, erano visti come la forma d’intrattenimento audiovisivo principe, con una maggiore dignità culturale rispetto ai prodotti per il piccolo schermo. Ora la situazione è sicuramente molto più “fluida”, con film di autori importanti (The Irishman), o con budget e aspirazioni da blockbuster (The Electric State), pronti ad uscire direttamente in streaming e serie di prestigio con vere e proprie première d’alto profilo in sala e nei festival.
Anche nella forma, le produzioni seriali hanno nettamente accorciato la distanza con le opere cinematografiche, lasciandosi definitivamente alle spalle il periodo in cui erano composte, quasi esclusivamente, da primi piani in campo-controcampo dalla fotografia scialba. Molte serie tv sono ormai dei veri e propri lunghi film ad episodi, con prodezze tecnico-formali capaci di rivaleggiare con quelle delle migliori pellicole (il celebre piano sequenza della prima e indimenticabile stagione di True Detective).
Una serie sul mondo del cinema
Viviamo, ormai da diversi anni, in un’epoca d’interscambio costante tra i due media, dove anche il cinema ha subito la fascinazione della serialità (l’MCU e i suoi vari emuli). Normale che in questo scenario trovi spazio una serie come The Studio, che fa proprio del mondo del cinema il suo soggetto. Dieci episodi, disponibili in streaming su Apple TV+, diretti dal dinamico duo formato da Seth Rogen e Evan Goldberg (Facciamola finita, Tartarughe Ninja: Caos Mutante), anche accreditati come ideatori e sceneggiatori insieme all’esordiente Frida Perez e a Peter Huyck e Alex Gregory (Infiltrati alla Casa Bianca – White House Plumbers).
A differenza di film come Effetto notte e show come Entourage, The Studio si allontana dal classico punto di vista di chi lavora sul set e vive il red carpet da protagonista (in primis, registi e attori), scegliendo di sposare quello dei dirigenti di una grossa casa di produzione hollywoodiana. Una storia con protagonisti, quindi, quelli che di solito, in questo tipo di narrazioni, sono percepiti come i cattivi della situazione, pronti ad ostacolare la visone artistica degli autori per mere questioni economiche.

La trama di The Studio
Dopo il licenziamento della sua mentore Patty Leigh (Catherine O’Hara), l’executive Matt Remick (Rogen) viene messo a capo degli storici Continental Studios dal CEO Griffin Mill (Bryan Cranston). Il lavoro dei suoi sogni, vagheggiato per tutti i vent’anni in cui ha faticosamente scalato la catena alimentare dello studio hollywoodiano. Un ruolo già di base pieno di gravose responsabilità, che la natura di inguaribile cinefilo di Matt, disposto a tutto pur di piacere a registi e interpreti, rischia di rendere ancora più arduo.
Il nuovo dirigente dovrà imparare sulla sua pelle quanto sia difficile bilanciare le proprie aspirazioni artistiche con le necessità economiche, collezionando una figura barbina dietro l’altra. Non è per niente facile essere “l’uomo dei no” della fabbrica dei sogni, con il compito ingrato di disattendere le aspettative degli entusiasti creativi dietro ai diversi progetti in sviluppo (lo spassoso episodio che coinvolge un Martin Scorsese piangente).
Raccontare un contesto di lavoro
Prima che un’ironica riflessione sul mondo di Hollywood, The Studio è una di quelle serie che raccontano un contesto lavorativo, con le sue dinamiche interne e i vari rapporti interpersonali che si vengono a creare. Caratteristica che avvicina la creatura di Rogen e Goldberg a produzioni come la storica The Office, richiamata anche dal titolo simile. E proprio l’ufficio è il luogo prediletto da The Studio, dove si svolgono la gran parte delle vicende raccontate.
Un setting che, di sicuro, non ispira dinamismo. Problema a cui i due registi hanno deciso di ovviare attraverso l’impiego di lunghi e articolati piani sequenza. La macchina da presa che segue l’azione è in costante movimento, incollata sui protagonisti mentre discutono animatamente o corrono da una riunione all’altra, sempre accompagnati da una frenetica colonna sonora jazzosa, ad opera del batterista Antonio Sánchez (Birdman). Una formula che rende efficacemente la tensione e il peso delle decisioni impellenti che Matt e gli altri sono chiamati a prendere in modo rapido e deciso. Scelte che, se sbagliate, potrebbero costare allo studio centinaia di milioni di dollari.

Un manager che si considera un artista
Al centro di queste peripezie, un personaggio fantozzianamente inetto e smidollato, troppo pavido per farsi valere con le forti personalità con cui ha a che fare. Come se non bastasse, anche con una spiccata propensione nel scavarsi la fossa da solo. Più che un professionista del settore, sembra un superfan senza alcun controllo, incapace di prendere una qualsivoglia decisione con il dovuto distacco. Uno di quei cinefili onnivori della scuola tarantiniana, per cui le vecchie gerarchie culturali non contano più niente (per lui, commedie anni ’80 come Mannequin e Weekend con il morto hanno la stessa dignità di pellicole come Il padrino).
Un manager che non si considera solamente un semplice amministratore, ma un vero e proprio artista, parte integrante del team creativo dietro alla realizzazione del film (l’ottavo episodio, ambientato durante la cerimonia dei Golden Globe, dove Matt smania per essere citato nel discorso di ringraziamento di Zöe Kravitz. Unico riconoscimento a cui può aspirare, visto che gli executive non vengono premiati e non sono presenti nemmeno nei titoli delle pellicole).
Una satira sull’attuale status di Hollywood
The Studio, naturalmente, porta avanti anche una satira sull’attuale status dell’industria hollywoodiana, sempre a caccia della prossima formula vincente per sbancare il box office. Una delle principali linee narrative di questa prima stagione è, infatti, dedicata all’ossessione degli studio per i blockbuster legati a brand famosi, lanciata dal successo di Barbie di Greta Gerwig. Un perfetto sogno bagnato inter-promozionale, da cui sia la casa di produzione che lo sponsor possano trarre beneficio (l’improbabile missione di Matt e dei suoi è quella di realizzare una pellicola dedicata alla Kool-Aid, bevanda solubile molto popolare negli States, a cui vengono associati nomi quali Wes Anderson e Guillermo del Toro).
Ma i vizi dello showbiz messi in scena sono veramente tanti, dai casting forzatamente inclusivi, fatti per paura di poter offendere qualcuno, ai registi maniacalmente perfezionisti, con cui è impossibile ragionare. Un carosello di siparietti a cui hanno accettato di partecipare tante guest di lusso (il succitato Scorsese, Ron Howard, Charlize Theron), spesso disposte anche a fare la figura delle persone difficili e sgradevoli. Il tutto raccontato con un gusto squisitamente divertito e cinefilo, non solo nella scrittura, ma anche nella forma (si gioca con gli stilemi dei generi hollywoodiani, come il neo-noir alla Chinatown del quarto episodio). The Studio è una serie che, per quanto possa suonare un ossimoro, sprizza amore per il cinema da tutti i pori, riuscendo nel mentre anche a strappare più di una risata.


