Di tutti gli autori che si sono fatti strada in questo ventennio di “prestige television”, forse nessuno come Ryan Murphy si è dimostrato altrettanto versatile e prolifico. Tra serie medical, poliziesche, musical, horror e crime, la lista di progetti con la sua firma è troppo lunga per essere elencata qui, ma giusto per citarne alcuni: Glee, American Horror Story, The Watcher e Monster, delle cui tre stagioni la più famosa è quella su Jeffrey Dahmer. Niente sembra in grado di fermarlo dal partorire nuove idee, tanto che The Shards è già la sua terza serie quest’anno – dopo The Beauty e Love Story – e la sesta da ottobre 2025 a questa parte.
Nella Los Angeles anni ’80, tra teen drama e serial killer
Quasi sempre in coppia con un altro sceneggiatore (di solito Ian Brennan), questa volta Murphy ha scelto come partner lo scrittore Bret Easton Ellis, e per ovvie ragioni: The Shards è tratta dal suo ultimo romanzo (in italiano Le schegge), che unisce elementi di fiction ad altri fortemente autobiografici. Ambientata a Los Angeles nel 1981, la serie racconta l’ultimo anno di liceo di Ellis (interpretato da Igby Rigney) e dei suoi amici, tra l’arrivo di un nuovo studente, Robert Mallory (Homer Gere, figlio di Richard), e i primi omicidi del serial killer “The Trawler”, che prende di mira i liceali dei sobborghi benestanti della città.
Nella poetica di Murphy c’è spesso l’idea di prendere uno spaccato della società americana, con un nucleo centrale forte e collocato in un’epoca precisa, e di svelarne le contraddizioni, i segreti, le ipocrisie. Anche quando non si parla di pluriomicidi e schizofrenici, a emergere sono soprattutto le perversioni della psiche e le sue paranoie, che si traducono in ritratti di personaggi repressi, incapaci di esprimersi, e la cui mente danneggiata non è che il sintomo di un corpo sociale malato nel profondo, i cui traumi si trasmettono di generazione in generazione.

La distruzione della borghesia americana
The Shards racchiude tutto questo, all’interno di una confezione estetica luminosa, sgargiante, lussuosa. Siamo negli anni ‘80, il periodo della rinascita e della riaffermazione reaganiana del sogno americano. E per di più siamo a Los Angeles, che nel mondo del cinema è sinonimo di Hollywood, il luogo dove quel mito che sembrava essersi perso con la guerra nel Vietnam e le proteste sessantottine stava venendo ricostruito attraverso storie di eroismo e di redenzione. I confini tra bene e male, tra bianco e nero, tornavano a farsi netti – erano gli anni di Star Wars e Indiana Jones -, in un tentativo di tenere insieme il tessuto della realtà, che iniziava a frantumarsi con il postmodernismo di Blade Runner e di Shining.
Non è un caso che la serie si apra proprio con Bret che entra in un cinema per vedere l’horror di Stanley Kubrick, dove incontra per la prima volta il ragazzo che diventerà la sua ossessione, Robert Mallory. Il quale, tempo dopo, sosterrà di non essere mai entrato in quella sala. È il primo passo verso la distruzione di quel mondo borghese perfetto, sfarzoso e principesco, che può trasformare anche la ragazza più stramba della scuola – perfino il bullismo qui si fa con stile – nella reginetta del ballo. Quando però cala il sole, ecco che invece emergono i proverbiali (e quasi letterali) scheletri nell’armadio.

I corpi mutilati di un bellissimo (e ottimo) cast
I corpi bellissimi, giovani e sensuali dei protagonisti rischiano così di essere torturati, deformati e mutilati dal neonato serial killer, che si preannuncia alle sue vittime con telefonate nel cuore della notte dove lascia udire solo il proprio respiro. Ma è una presenza reale, o un semplice delirio collettivo? The Shards sa come essere più di una semplice caccia al colpevole, lasciandosi alle spalle più indizi che risposte, con il rischio di deludere qualcuno ma crogiolandosi nel potere del mistero. Del resto si tratta, almeno sulla carta, di una prima stagione, e non di una miniserie autoconclusiva come molte delle recenti opere murphyiane.
La serie targata FX e Disney+ preferisce condurre le proprie indagini sul declino morale dei personaggi, che più scendono in basso nelle loro spirali psicologiche personali e più ammaliano nella loro avvenenza. In questo The Shards fa davvero un ottimo lavoro sul cast, a partire da Igby Rigney, che riesce a sostenere il peso di un personaggio molto complesso, districandosi egregiamente tra la sua omosessualità nascosta, il suo bisogno di essere riconosciuto nella sua (apparente) maturità intellettuale precoce e il dilemma tra la sua attrazione nei confronti di Robert e sospetti sul suo conto.
Se lui e Homer Gere sono magnetici, non sfigurano nemmeno Kaia Gerber, Graham Campbell e Hayes Warner nei panni di Susan Reynolds, Thom Wright e Debbie Schafer. Quest’ultima, tra l’altro, è l’unica di cui vediamo le figure genitoriali, interpretate da Wes Bentley e Evan Rachel Wood, forse il personaggio più affascinante di tutti, spettro decadente del passato e oracolo di un possibile futuro. Di altri adulti c’è poca traccia, come se l’unica eredità lasciata a questi ragazzi fossero le enormi ville in cui vivono, così vuote da dover essere riempite costantemente da feste mondane, e una dipendenza incurabile da sostanze stupefacenti e sesso.
Ryan Murphy non delude (di nuovo)
In definitiva, The Shards è l’ennesima, interessante serie di Ryan Murphy, al netto di un finale incerto i cui dubbi sono rimandati alle prossime stagioni. Curata nella sceneggiatura e nella messa in scena – Murphy dirige anche due episodi su nove – e convincente nelle performance. Inquietante quando serve ma comunque dosata nel gore e nella violenza, coniuga brillantemente l’impronta dello showrunner più potente della televisione moderna (parola di Wikipedia) e quella di Bret Easton Ellis, mantenendo i costanti monologhi interiori che ne caratterizzano lo stile. Come in American Psycho, il suo romanzo più famoso, di cui The Shards a tratti sembra quasi un prequel spirituale. O semplicemente la sua versione teen.


