venerdì, Gennaio 21, 2022
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The Morning Show Stagione 2, recensione della serie con Jennifer Aniston

La recensione della seconda stagione della serie The Morning Show con Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon. Disponibile su Apple Tv+.

L’uscita due anni fa della prima stagione di The Morning Show venne salutata dal plauso di critica e pubblico. La serie, prodotta da Apple, giungeva nelle case dei telespettatori in un momento cruciale per il movimento Me Too e a relativa distanza dal famigerato “caso Weinstein” che aveva obbligato l’opinione pubblica internazionale ad aprire (finalmente) gli occhi nei confronti di un mondo dello showbiz fatto di molte ombre e pochissime luci. Dunque, la serie ideata da Jay Carson si poneva a tutti gli effetti come una instant series capace di recepire il ribollire di un canto di protesta che continua ancora a far sentire la propria voce. La domanda, quindi, sorgeva spontanea: una volta venuta meno questa necessità originata da una sequela di circostanze, la serie, la cui seconda stagione è disponibile nella sua interezza su Apple Tv+, sarebbe stata in grado di evolvere?

Un interrogativo non banale a prescindere (Apple già nel 2017 annunciò la produzione di due stagioni della serie), ma che ha assunto una dimensione diversa al giro di boa del 2020, con l’avvento del Covid-19. La Pandemia ha sparigliato le carte in tavola e ha influito sulla serie sia da un punto di vista meramente produttivo che creativo: ha fatto slittare le riprese e ha pesantemente inciso sulla trama. Gli effetti del Covid sulla seconda stagione di The Morning Show sono dunque tanto evidenti quanto debilitanti per un prodotto che si era imposto soprattutto per la sua efficacia drammaturgica.

La salda struttura in crescendo che aveva caratterizzato la prima stagione è infatti in questa seconda minata da una narrazione (chissà quanto volutamente) ondivaga, a tratti straniante, che se da una parte riesce a riflettere la condizione di incertezza che ha determinato le nostre vite nei primi mesi dello scorso anno, dall’altra ci restituisce la percezione di un’opera confusa, eccessivamente raffazzonata, che vuole raccontare troppe cose e quasi consapevolmente cede sotto il peso delle proprie oggettive difficoltà (in particolare: sovrabbondanza di temi, personaggi e sottotrame).

La prima stagione si era conclusa con l’ammissione, in diretta tv, delle giornaliste Bradley Jackson (Reese Whiterspoon) e Alex Livy (Jennifer Aniston) delle atrocità commesse all’interno della redazione del programma “The Morning Show”, perpetrate dall’ex anchorman Mitch Kessler (Steve Carell) con il beneplacito del direttore della rete UBA Fred Micklen (Tom Irwin). A distanza di nove mesi dal fatto, le cose sono un po’ cambiate: Cory (Bill Cudrup) è stato promosso a direttore della rete e si è fatto affiancare dalla giovane Stella (Greta Lee), Bradley conduce il programma del mattino a fianco di un nuovo collega in procinto di farle le scarpe, mentre Alex, divenuta un’eroina del movimento femminista, ha abbandonato il mondo dello spettacolo dedicandosi alla scrittura.

Quando però l’audience del “The Morning Show” comincia a calare, Cory convince Alex a tornare in sella permettendole di reintrodurre nel cast tecnico del programma anche l’ex amico regista Chip (Mark Duplass). Una scelta che mette a dura prova il già fragile equilibrio del set, tra gelosie, rivendicazioni razziali e altri problemi di vario genere. Nel frattempo Mitch, che si è trasferito in Italia forse per cercare di prendere coscienza delle proprie malefatte, incontra una stralunata giornalista italiana (Valerio Golino) e decide di aiutarla nella realizzazione di un documentario. Su tutti i personaggi aleggia però l’ombra di un misterioso virus che ha colpito una misconosciuta metropoli cinese: Wuhan.

La caratteristica principale della prima stagione di The Morning Show era stata un’apprezzabile compattezza narrativa, determinata da una progressione drammatica tanto lineare quanto avvincente. L’esibita urgenza nei confronti del tema trattato aveva però fatto emergere una (a tratti) evidente volontà a portare all’estremo sia le situazioni che il carattere dei personaggi. Un potenziale “eccesso di spettacolarizzazione”, il cui peso era egregiamente sostenuto da tre colonne portanti: oltre alla ben calibrata sceneggiatura, anche la rigorosa regia e le ottime interpretazioni del cast. Un fragile equilibrio che nella seconda stagione della serie viene meno.

Se infatti regia e interpreti continuano a fare il loro necessario lavoro, la sceneggiatura – come già accennato – arranca in maniera evidente, devitalizzata da una necessità che ormai è venuta a mancare (non perché i temi trattati non siano più d’attualità, ma perché già affrontati in precedenza e comunque ormai decisamente più “omologati” rispetto a due anni fa), ostacolata anche dalla circostanze legate all’insorgere della pandemia, e forse troppo poco coraggiosa per battere altre strade possibili, accontentandosi di (tentare di) replicare la formula vincente della prima stagione.

In fin dei conti, Covid-19 a parte, già l’incipit della nuova stagione di The Morning Show tradisce il tentativo di ristabilire un ordine che appare da subito fittizio: il ritorno di Alex, quello di Chip, la continua tiritera sentimentale tra Cory e Bradley, le frustrazioni del “conduttore in seconda” Daniel (Desean Terry). A questo si può aggiungere la scelta di non continuare solo ad affrontare il tema del Me Too – ci sono dei risvolti che si legano al drammatico suicidio della giovane Hannah (Gugu Mbatha-Raw) -, ma di ampliare il proprio raggio d’interesse nei confronti di svariati “temi caldi”, quali ad esempio la cancel culture e il razzismo. La molteplicità di problematiche chiamate in causa, se da una parte offre la possibilità alla serie di descrivere una realtà estremamente complessa e sfaccettata (di cui la violenza sulle donne era solo uno dei tanti, indicibili e drammatici, aspetti), dall’altra assume le fattezze di una vera e propria sfida per gli sceneggiatori.

Come riuscire, nell’arco delle dieci puntante, ad affrontare tutte le tematiche promesse in modo efficace, senza sminuirle e farle così apparire strumentali al racconto? Una domanda suggestiva alla quale però alla fine non ci sarà mai una risposta convincente. Questo perché la seconda stagione di The Morning Show preferisce scommettere sull’accumulo; tira molti sassi nel proverbiale stagno nascondendo costantemente la mano, evitando di riflettere criticamente – come fatto invece nella stagione precedente – sui problemi che solleva. Si limita, insomma, ad enunciarli, uno dopo l’altro, non avendo però l’intenzione di (e forse neppure il tempo per) argomentarli narrativamente a dovere.

Ma, a convincere poco non è solo questa bulimia tematica. In generale, i nuovi episodi di The Morning Show sembrano procedere per inerzia, mossi da una scelta produttiva – battere il ferro finché è caldo (anche se sono passati due anni) – non supportata da un’adeguata verve creativa. Se tutto sommato regge ancora la parte americana, che ruota ovviamente attorno al programma mattutino seguito da milioni di americani, a rappresentare un vero e proprio passo falso è quella (imbarazzante) italiana, dove non solo si mettono in fila tutti i più classici e abusati luoghi comuni sull’italianità, ma si assiste a un clamoroso autogol nel momento in cui viene descritta una sorta di improbabile redenzione del personaggio di Mitch.

È soprattutto a partire dalla seconda metà che tutti i limiti della seconda stagione di The Morning Show vengono a galla, in un “crescendo” di contraddizioni, paradossi e forzature narrative che non possono essere giustificate in nome della travagliata vicenda produttiva della serie. I limiti della serie sono da rintracciare infatti soprattutto nella perdita di quello slancio vitale che aveva contraddistinto la prima stagione. Manca quell’urgenza di raccontare, di assumere una posizione critica, di ribellarsi nei confronti di un ordine che per troppo tempo è stato dato per costituito. Persa tale necessità, la serie Apple rivela tutta la sua fragilità, involvendo in una specie di soap opera che pretende di essere considerata impegnata solo in virtù degli importanti temi che solleva.

Guarda il trailer ufficiale di The Morning Show 2

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La salda struttura in crescendo che aveva caratterizzato la prima stagione di The Morning Show è minata in questa seconda stagione da una narrazione ondivaga, a tratti straniante, che se da una parte riesce a riflettere la condizione di incertezza che ha determinato le nostre vite durante la Pandemia Covid-19, dall'altra ci restituisce la percezione di un'opera confusa, eccessivamente raffazzonata, che vuole raccontare troppe cose e quasi consapevolmente cede sotto il peso delle proprie oggettive difficoltà.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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