The Haunting of Bly Manor, recensione della serie di Mike Flanagan

scritto da: Stefano Terracina

Dopo il grande successo di The Haunting of Hill House, arriva finalmente su Netflix il secondo capitolo della serie antologica ideata da Mike Flanagan, sicuramente tra i nomi più altisonanti dell’odierno panorama hollywoodiano legato al cinema e alla serialità di genere horror (suoi titoli come Il gioco di Gerald e Doctor Sleep). Dal 9 Ottobre, infatti, il colosso dello streaming renderà disponibile attraverso la propria piattaforma The Haunting of Bly Manor che, proprio come l’illustre predecessore, prende spunto da un celebre romanzo o racconto dell’orrore.

In questo caso, ad essere trasposto sul piccolo schermo è – nuovamente – “Il Giro di Vite” dello scrittore britannico Henry James, già in passato oggetto di numerosi adattamenti sia cinematografici che televisivi (l’ultimo in ordine di tempo è The Turning – La casa del male di Floria Sigismondi, che arriverà in Italia il prossimo 29 Ottobre). Naturalmente, il racconto di partenza serve esclusivamente da spunto principale: com’era già accaduto con Hill House nei confronti de “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, anche Bly Manor resta fedele all’opera originale soltanto in parte, costruendo una storia completamente nuova che – attraverso nove episodi (uno in meno rispetto alla stagione precedente) – riesce comunque ad omaggiare i principali temi del racconto di James evitando qualsiasi tipo di stereotipo legato al genere horror.

The Haunting of Bly Manor, come già lo era stato The Haunting of Hill House, non è un racconto orrorifico nel senso più canonico del termine, ma piuttosto una potente storia drammatica nella quale si intersecano vincoli familiari e legami amorosi, insieme a sentimenti quali la pietà, il rimpianto, l’angoscia e il pentimento. Come ne “Il Giro di Vite”, anche in Bly Manor il racconto prende le mosse da una giovane governante che viene assunto dal ricco zio di due bambini orfani affinché possa prendersi cura di loro. L’uomo non vuole avere nulla a che fare con i nipoti, di cui ha ottenuto la custodia dopo la tragica scomparsa dei genitori. Per questo motivo la governante viene spedita a Bly Manor, una villa di campagna situata nell’Essex dove si ritroverà a fare da balia ai piccoli Miles e Floria. Dopo alcuni giorni, la donna inizia a vedere un uomo e una donna misteriosi aggirarsi intorno alla casa, ma nessun altro sembra accorgersi della loro presenza…

Quello che all’inizio potrebbe sembrare come una storia focalizzata esclusivamente su un unico personaggio (quello – appunto – dell’istitutrice), si rivela a mano a mano un vero e proprio racconto corale, in cui ognuno dei personaggi assume una connotazione ed un’importanza ben precisa in relazione ai misteri legati alla casa, al suo oscuro passato e ai traumi che sembrano essersi infiltrati in qualsiasi angolo della magione, dalle pareti ai corridoi, dalle camere alle persone che la abitano. In tal senso, la tenuta Bly Manor diventa un personaggio a tutti gli effetti, un non-luogo della memoria in cui tutto sembra possedere una propria vita, una propria anima.

Mike Flanagan, che torna anche in qualità di regista, si dimostra ancora una volta un osservatore attento ed indulgente, capace di utilizzare tanto la dimensione del tempo quanto la dimensione dello spazio in maniera estremamente funzionale ad un tipo di racconto non lineare, che genera suspense ma al tempo stesso confusione nello spettatore. Gli eventi non sempre si susseguono in maniera cronologica e lineare, ma sembrano più che altro inseguire un flusso che è intimamente connesso all’emotività e alla fragilità dei protagonisti. È per questo che gli jumpscare, i momenti di terrore puro e adrenalinico, sono quasi del tutto assenti (cosa che, se avete già visto Hill House, non dovrebbe sorprendere): Flanagan si addentra nell’orrore che si insinua dentro di noi, che deriva da ciò che sentono e vivono i personaggi della storia, perdutamente in balia del senso di colpa.

Un racconto d’atmosfera, quindi, sorretto da un cast di interpreti assolutamente straordinari che, in parte, è costituito da volti che il pubblico ha già avuto modo di apprezzare in Hill House (come la bravissima Victoria Pedretti, che dopo un ruolo minore nella precedente stagione ha la possibilità, grazie al ruolo dell’istitutrice Dani Clayton, di mostrare al pubblico la particolarità di un talento assai intrigante). Ognuno degli attori coinvolti è capace di connotare di uno spessore assai profondo il personaggio che interpreta: ognuno di loro risulta centrale per l’intreccio narrativo, ognuno sarà fondamentale per lo scioglimento dei nodi e per la comprensione delle domande e degli spunti che rimangono volutamente insoluti per gran parte della storia.

The Haunting of Bly Manor, come già aveva fatto Hill House, si adagia su una costruzione atipica per un genere troppo spesso vittima di ripetuti cliché e soluzioni obsolete, chiamando in causa – e mettendola puntualmente in discussione – la volontà dello spettatore di districarsi tra le fila di un racconto tanto intricato quanto emozionante. Il risultato finale è una serie trascinante che, episodio dopo episodio, diventa sempre più coinvolgente e che, ancora una volta, fa leva su un assunto terribilmente affascinante: l’orrore e la paura non derivano necessariamente da elementi sovrannaturali che sono in grado di autosuggestionarci, ma più “semplicemente” –  e forse in maniera ancora più spaventosa – dalle azioni che scegliamo di compiere in vita, dall’amore che decidiamo di regalarci (ma anche di negarci) e dal modo in cui riusciamo a gestire i nostri sentimenti, se preferiamo reprimerli o abbandonarci ad essi.

Guarda il trailer di The Haunting of Bly Manor

Stefano Terracina

Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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