venerdì, Luglio 19, 2024
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The Girl from Plainville, recensione della miniserie con Elle Fanning

La recensione di The Girl from Plainville, la miniserie con Elle Fanning ispirata al caso di istigazione al suicidio tramite messaggi di testo. Dal 10 luglio su STARZPLAY.

Ha debuttato ieri, con i primi due episodi, sulla piattaforma STARZPLAY, la miniserie The Girl from Plainville, basata su un articolo di Jesse Barron pubblicato sulla rivista Esquire, che racconta la tragica storia vera della morte di Conrad Roy III, un ragazzo del Massachusetts cresciuto a Mattapoisett (una piccola città a sud di Boston), che il 12 luglio del 2014 si tolse la vita all’età di 18 anni, morendo per intossicazione da monossido di carbonio all’interno di un furgone.

Della morte di Conrad, detto “Coco”, è stata formalmente accusata nel febbraio del 2015 Michelle Carter, una ragazza di Plainville (Massachusetts). Michelle e Conrad (quest’ultimo di un anno più grande della ragazza), avevano avuto una relazione platonica durata tre anni, basata essenzialmente sullo scambio di sms. Dopo che da una serie di indagini da parte della polizia, che esaminò cellulari, laptop e altri device appartenuti ai due ragazzi, emerse che Conrad aveva lungamente e dettagliatamente parlato con Michelle della sua volontà di suicidarsi, la ragazza è stata ritenuta responsabile non solo di non aver richiesto soccorsi immediati per Conrad, ma anche per non aver mai avvisato i familiari di lui dei suoi piani di suicidarsi e, soprattutto, di averlo esplicitamente indotto ad uccidersi – sia molto tempo prima della sua morte, sia fino ai suoi ultimi istanti di vita – attraverso una lunga serie di messaggi di testo.

I dettagli di questa storia profondamente inquietante, che negli Stati Uniti ha aperto un corposo ed acceso dibattito tanto sul tema – estremamente complesso – dell’istigazione al suicidio quanto sui limiti della libertà d’espressione – le parole possono davvero uccidere? Incitare qualcuno al suicidio ti rende automaticamente un assassino? -, vengono sviscerati con raffinatezza, sensibilità e trasporto nella miniserie creata da Liz Hannah (Mindhunter, The Dropout) e Patrick Macmanus (Dr. Death), che dimostrano ancora una volta la loro abilità nel drammatizzare fatti realmente accaduti senza mai eccedere nell’esagerazione o nell’esasperazione di situazioni e sentimenti.

Il formato della serialità si rivela, ancora una volta, lo strumento più adatto per raccontare questo true crime dal risvolti atipici e dalle sfumature particolarmente ambigue, facendo sì che il cuore pulsante della vicenda, ossia la relazione anormale e morbosa, sicuramente inesplicabile e anche spaventosamente innaturale per le dinamiche che ne hanno determinato l’evoluzione (la relazione a distanza di Michelle e Conrad, durata circa tre anni, era fondamentalmente basata sullo scambio di messaggi telefonici; i due si erano visti in tutto non più di un paio di volte e all’interno delle rispettive famiglie nessuno era a conoscenza dell’esistenza l’uno dell’altra nelle loro vite), di mescolarsi con altre storyline che risultano estremamente funzionali alla (ri)costruzione di una storia che, proprio nei suoi risvolti all’apparenza più incomprensibili e indecifrabili, risulta estremamente affascinante e coinvolgente: le indagni della polizia, le reazione dei genitori di Michelle e Conrad ai tragici eventi che hanno inevitabilmente stravolto anche le loro vite, il processo che portò alla condanna di Michelle per omicidio colposo (le accuse a suo carico vennero poi derubricate e la ragazza trascorse in carcere soltanto 11 dei 15 mesi previsti dalla sua condanna, venendo rilasciata anticipatamente per buona condotta).

Quanto può essere profonda l’oscurità che si annida nell’animo umano? Quanto lontano possono spingerci i nostri demoni interiori, forzandoci a compiere gesti estremi che nessuno potrà arrivare mai a comprendere realmente? The Girl from Plainville (che annovera tra i registi anche Lisa Cholodenko, nota per il film I ragazzi stanno bene e la miniserie Olive Kitteridge), racconta con lucidità i lati più oscuri e problematici di due esistenze deformanti che risultano plasmate e schiacciate da un assillante bisogno di accettazione (quella di Michelle) e da un’agosciante necessità di mettere la parola fine alle proprie sofferenze, incapaci di credere che possa esistere una via di uscita (quella di Conrad).

Tuttto ciò è possibile grazie ad una messa in scena anticonvenzionale, in grado di aggirare con intelligenza i limiti imposti dalla storia vera: la maggior parte degli scambi di messaggi che avvengono tra Michelle e Conrad, infatti, non viene mostrata attraverso lo scrolling dei rispettivi cellulari, ma attraverso dei veri e propri dialoghi tra i due personaggi, come se entrambi stessero pronunciando quelle parole uno di fronte all’altra (scelta che da un lato esalta la schiettezza e l’intimità delle loro conversazioni, dall’altro evoca nello spettatore l’illusoria percezione che i due ragazzi abbiamo trascorso insieme molto più tempo di quanto, in realtà, non hanno mai fatto). Inoltre, ad una scrittura sopraffina che si colloca al di sopra delle parti assumendo una posizione coraggiosamente neutrale (emblematico, in tal senso, è l’episodio finale), si aggiungono poi le straordinarie interpretazioni di un cast in assoluto stato di grazia.

Se Elle Fanning (che su STARZPLAY è protagonista di un’altra acclamata serie, The Great) è in grado di restituire con fluidità ed istinto, quindi con estrema naturalezza, tutta la vulnerabilità e l’insurezza che contraggistinguono la sua Michelle, così come anche l’irrequietezza, l’inquietudine e l’instabilità emotiva che scandiscono i suoi repentini e terrificanti cambi di atteggiamento e di umore, anche Colton Ryan (nei panni di Conrad) e Chloë Sevigny (in quelli di sua madre, Lynn Roy) enfatizzano con le loro dimesse e struggenti performance alcuni degli aspetti più strazianti di questa assurda vicenda: l’essere schiavi e al tempo stesso esausti del dolore da una parte e il nutrire un radicato senso di colpa per non essere stati in grado di “cogliere i segnali” dall’altra, nell’illusoria convinzione che “tutto andasse bene”.

The Girl from Plainville si pone domande senza voler mai trovare risposte arbitrarie e, soprattutto, senza mai voler esprimere giudicizi netti, limitandosi a raccontare con profondo equilibrio narrativo e ritmo serrato una storia agghiacciante che agli occhi dei più risulterà incomprensibile, offrendo attraverso il punto di vista delle varie parti in causa un ulteriore sguardo – attento e scrupoloso, lontano da qualsiasi estenuante controversia o da qualsiasi violento dibattito -, sulla natura e sui vincoli reali della responsabilità che, al di là di tutti i fattori esterni o interni che possano arrivare a comprometterla, rimane sempre il più grande fardello con il quale, inevitabilmente, saremo costretti a fare i conti.

Guarda il trailer ufficiale di The Girl from Plainville

GIUDIZIO COMPLESSIVO

The Girl from Plainville si pone domande senza mai voler mai trovare risposte arbitrarie e, soprattutto, senza mai voler esprimere giudicizi netti, limitandosi a raccontare con profondo equilibrio narrativo e ritmo serrato una storia agghiacciante che agli occhi dei più risulterà incomprensibile.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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