La musica come terapia, come forza vitale per affrontare le difficoltà dell’esistenza, come elemento capace di unire, di accomunare, oppure come viatico per rifuggire una realtà dura, opprimente e dolorosa. È questa l’immagine del jazz che emerge dalla nuova – attesissima – serie Netflix, The Eddy, disponibile in streaming a partire dall’8 maggio.
Scritta da Jack Thorne (His Dark Materials – Queste oscure materie), la serie è stata realizzata da 4 registi che hanno diretto rispettivamente due episodi ciascuno: il premio Oscar Damien Chazelle (La La Land), coinvolto anche in veste di produttore esecutivo, l’americano Alan Poul (Six Feet Under), e le autrici di origine marocchina Houda Benyamina (Devines) e Laïla Marrakchi (Marock).
Il titolo della serie si riferisce al locale parigino attorno al quale ruotano le vicissitudini di un gruppo eterogeneo di personaggi, tutti accomunati dall’amore nei confronti del genere musicale nato tra gli anni ’10 e ’20 dello scorso secolo negli Stati Uniti meridionali, la cui fama si poi è diffusa in pochi anni in tutto il mondo. Proprietari del club denominato “The Eddy” sono il celebre compositore Eliott Udo (André Holland), che svolge il ruolo di direttore artistico, e il socio Farid (Tahar Rahim), incaricato invece di fare quadrare i conti del locale.
Strutturata in 8 episodi, ciascuno dedicato a un personaggio diverso, la serie racconta le vite di alcune figure che lavorano all’interno del locale: Eliott, naturalmente, che deve combattere contro i fantasmi del proprio passato e che riceve la visita della figlia adolescente Juliette (Amandla Stenberg), cacciata di casa dalla madre (ex moglie del musicista) e in cerca dell’affetto paterno; Farid, che cerca di non fare fallire il locale, e allo stesso tempo deve convincere la moglie, Amira (Leïla Bekhti), che l’investimento fatto non è stato un azzardo; Maja (Joanna Kulig), cantante legata sentimentalmente a Eliott, che ha abbandonato una promettente carriera a New York per seguire l’amante a Parigi.
A loro si aggiungono il violoncellista Jude (Damian Nueva), che cerca di uscire fuori (con qualche difficoltà di troppo) dal tunnel del droga; Katarina (Lada Obradovic), batterista che deve fare i conti con la malattia terminale del padre; ed infine Sim (Adil Dehbi), barista nel locale di Eliott ed aspirante cantante, che si invaghisce della figlia del proprio datore di lavoro, Juliette.
Benché sia stata presentata come la “serie di Damien Chazelle”, sarebbe ingiusto etichettare The Eddy esclusivamente come l’esordio nella serialità di uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo. Innanzitutto perché sarebbe scorretto nei confronti di chi la serie l’ha pensata e scritta, ovvero Jack Thorne, e poi perché in tal modo sfuggirebbe l’effettivo e specifico apporto dato da Chazelle all’opera. Non è un caso, infatti, che sia stato scelto proprio il regista di First Man – Il primo uomo per dirigere i primi due episodi della serie: da un lato una soluzione certamente importante a livello comunicativo e commerciale (in fin dei conti il nome del regista è stato associato alla serie fin dai suoi primi sviluppi), ma che è stata determinante anche a livello creativo. La direzione dei primi due episodi ha, infatti, definito l’effettivo ruolo di Chazelle: quello di determinatore dell’estetica della serie.
Per tale motivo, il contributo del regista dovrebbe essere rintracciato non tanto a livello tematico (certo, la passione di Chazelle per il jazz è risaputa), ma a livello stilistico. È infatti nella messa in scena che si riscontra quello che potremmo definire lo “Chazelle Touch“, già in nuce nel suo esordio cinematografico: quel Whiplash che rappresenta l’opera più prossima da un punto di vista stilistico a The Eddy.
Discostandosi infatti dall’estetica più “laccata” di La La Land e First Man, nelle prime due puntante della serie prodotta da Netflix, Chazelle adotta uno stile che potremmo definire “sporco”, tendente al realismo e, allo stesso tempo, molto coinvolgente; uno stile che, oltretutto, sembra essere profondamente anti-hollywoodiano e più debitore di una specifica corrente estetica della cinematografica francese: quel turbinoso realismo tipico del cinema di Abdellatif Kechiche (si pensi, ad esempio, al suo Cous Cous).
In The Eddy la macchina da presa è costantemente in movimento e sovente vicina ai protagonisti: li pedina, li segue ossessivamente, accondiscende ai loro gesti e ai loro spostamenti nello spazio. Il tutto per proporre una vorticosa messa in scena, che si accentua fino a toccare le punte del sublime nelle sequenze dedicate alle performance musicali, cariche di un’energia contagiosa. Uno stile che, come già accennato, dai primi due episodi si riverbera in quelli successivi, e che sembra seguire alla lettera quel concetto di “ritmo spezzato” tipico degli spartiti jazz. La cosa non deve naturalmente stupire.
In fin dei conti, The Eddy è a tutti gli effetti una celebrazione di tale genere musicale. È vero che nel corso della narrazione viene saltuariamente lasciato spazio anche ad altri generi – dalla beatbox al rap, dai canti berberi fino ad arrivare alla pop music di Mika –, ma non c’è mai la volontà di affrontare con piglio etno-antropologico il sottobosco musicale parigino (e, diciamolo sinceramente, è un po’ un peccato, anche se nel complesso veniale).
La stessa frammentarietà che si riscontra nello stile, la si può intravedere anche a livello narrativo. Come detto, The Eddy approfondisce di puntata in puntata un personaggio diverso – pur mantenendo una certa continuità narrativa -, restituendoci l’immagine di un’umanità diversificata e dolente, che trova nella musica l’unico modo per “resistere” e, allo stesso tempo, l’unico atto comunicativo idoneo per poter dialogare con gli altri ed esprimere le proprie emozioni (Eliott, ad esempio, è incapace di esternare a parole i propri sentimenti agli altri, ma sa farlo molto bene proprio attraverso i suoi brani musicali).
Anche se non tutte le figure descritte nella serie sono approfondite allo stesso modo, è indubbio che a livello narrativo l’aspetto più interessante dell’opera sia rappresentato dalla caratterizzazione dei personaggi. Profondamente umani nonché realisticamente contraddittori, i protagonisti di The Eddy sono definiti in maniera esemplare: è difficile non appassionarsi alle loro storie, e questo nonostante la serie non ricorra mai a “sotterfugi emotivi” per renderli simpatici a tutti i costi.
Detto questo, The Eddy non è esente da difetti, più o meno evidenti. Innanzitutto, il ritmo del racconto. Nonostante i continui “salti” da un personaggio all’altro, e da una storia individuale all’altra, raramente la serie riesce ad attuare incisivi cambi di tono, facendo sì che molto spesso il ritmo sincopato del racconto sfoci in una lentezza d’esecuzione che tende ad appiattire la narrazione, oltretutto scandita anche da qualche ripetizione di troppo.
Ma, l’unica nota veramente stonata nello spartito di The Eddy è probabilmente rappresentata dalla scelta di inserire una sottotrama crime, a parere di chi scrive poco funzionale da un punto di vista narrativo. Introdotta probabilmente nel tentativo – certamente illusorio, se visto a posteriori – di rimpinguare la trama e dare maggiore concitazione al racconto (forse per coinvolgere un pubblico mainstream), la scelta di Jack Thorne e del suo pool di sceneggiatori testimonia esclusivamente poco coraggio a livello di scrittura.
Gli elementi thrilling, infatti, non solo tradiscono la loro strumentalità fin dalla prima puntata, finendo per appesantire, a lunga andare, il racconto, ma tolgono soprattutto tempo all’approfondimento dei personaggi, e alla fine risultano essere la parte meno interessante di un’opera certamente di alto livello che poteva perseguire con maggior convinzione la strada dell’autorialità.


