Il viaggio più emozionante è quello che ognuno di noi compie dentro sé stesso. Questo banale concetto rappresenta il fulcro di The Crowded Room, miniserie targata Apple TV+ e disponibile sulla piattaforma a partire dal 9 giugno. Danny Sullivan (Tom Holland) è uno qualunque, il classico bravo ragazzo con la faccia pulita: gracile e dai modi gentili, non farebbe male ad una mosca.
Un giorno qualsiasi, sempre lui, l’insospettabile e anonimo Danny Sullivan, impugna una pistola e scatena il panico a Manhattan: pochi colpi, qualche ferito, un bersaglio misterioso che fugge via. Non può aver fatto tutto da solo e infatti c’è una complice, tale Ariana (Sasha Lane), che ha fatto perdere le sue tracce. Il tortuoso cammino, lungo 10 episodi, del nostro antieroe ha inizio molti anni prima, nella casa che condivideva con la madre (Emmy Rossum) e il patrigno (Will Chase). L’arduo compito di instaurare un rapporto di fiducia con la schivo protagonista e di sciogliere i nodi di questa intricata vicenda personale (e penale) spetterà a Rya (Amanda Seyfried), una giovane collaboratrice del Dipartimento di Giustizia di New York.
Diciamolo apertamente: scrivere una recensione di The Crowded Room è quasi impossibile. Perché? Pensate al principale veto imposto a chi scrive di cinema e serie tv (cioè non fare spoiler) e poi immaginatevi un’opera che include, nei suoi stessi titoli di testa, la chiave di lettura dell’intera vicenda narrata. Poiché The Crowded Room è libero adattamento del libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes, ci permettiamo di darvi un consiglio: se siete tra i pochi che non sanno di cosa stiamo parlando e volete godervi la visione di questa miniserie evitate ricerche su Google. Se invece conoscete il libro, saprete già che questa famosa biografia ha già ispirato almeno un lungometraggio e un documentario su Netflix. Eppure, la miniserie creata da Akiva Goldsman appare più discutibile di altre per almeno un paio di ragioni.
In primo luogo, essa si appropria di un personaggio realmente esistito, lo banalizza e pretende maldestramente di conferirgli un’aura di profondità e credibilità, inserendolo per giunta in un racconto che non ha praticamente nulla in comune con i fatti accaduti in origine. In secondo luogo, sceglie di imboccare la strada del “thriller psicologico” e costruisce buona parte della sua impalcatura narrativa su un colpo di scena che non arriverà mai. Il mistero, che per molti rivela la propria natura di “segreto di Pulcinella” già dall’episodio uno, viene infatti svelato in maniera frettolosa, tanto da farci sperare che il reale punto di svolta di questo racconto ci verrà sbattuto in faccia in un secondo momento. La tenue fiammella di speranza che si sostituisce, per un attimo, all’esplosione delle tensioni richiesta dal genere è destinata a spegnersi sommessamente: alla fine di The Crowded Room non ci sono catarsi o sorprese, ma soltanto noia e disappunto.

Un format che non gioca a favore della storia
Sia chiaro, l’idea di utilizzare un’opera di non-fiction come punto di partenza di un racconto inventato non è di per sé sbagliata (né particolarmente innovativa, oltretutto). Tuttavia, durante la visione di The Crowded Room, si ha l’impressione che la vicenda originaria sia stata utilizzata in maniera poco accorta; la ragione principale è da rintracciare, più che nelle intenzioni, negli evidenti difetti a livello di scrittura. Stupisce, infatti, che dietro a questo progetto ci sia il già citato Akiva Goldsman: autore e produttore di film campioni di incassi (tra cui, giusto per citarne uno, A Beautiful Mind), la sua mera presenza costituirebbe, quantomeno sulla carta, una garanzia. È evidente che un nome ingombrante e un libro best-seller citato nei titoli non bastano a giustificare le imponenti carenze del prodotto finale. Queste si accumulano episodio dopo episodio fino a generare, una volta arrivati al dunque, una rovinosa slavina di disastri.
The Crowded Room è, innanzitutto, un’opera sbilanciata: ad una prima parte incentrata sul personaggio di Danny, ne segue una seconda focalizzata su Rya e sull’avvocato Stan Camisa (Christopher Abbott). Dal momento che non aggiunge niente di nuovo a quel che già sappiamo, questo spostamento di prospettiva sembrerebbe giustificato da un tentativo di approfondire la psicologia dei personaggi. A nulla valgono gli sforzi del cast, e in particolare dei due attori principali Tom Holland (Uncharted) e Amanda Seyfried (The Dropout), le cui interpretazioni si configurano come degli inconcludenti esercizi di stile. Queste figure piatte e monodimensionali non favoriscono né l’immedesimazione dello spettatore (che ad un certo punto prosegue la visione per inerzia più che per reale interesse) né la sensibilizzazione rispetto a certe importanti tematiche sociali. Le numerose riflessioni sulla salute mentale, ad esempio, essendo viziate da una superficialità mascherata da fine analisi sociologica, si rivelano a lungo andare irritanti, oltre che inattendibili da un punto di vista scientifico.
Gli sparuti momenti dignitosi di The Crowded Room sono confinati ai flashback e alle sequenze ambientate in aula di tribunale, cioè laddove l’emotività dello spettatore viene stimolata con più facilità. Queste brevi concessioni alla sensibilità del pubblico non salvano la baracca, ma piuttosto restituiscono la vaga sensazione che il format seriale non abbia giocato a favore di questa storia. In altri termini, se non si fosse scelto di allungare così tanto il brodo, il racconto forse non si sarebbe piegato su sé stesso, impantanandosi in dettagli francamente inutili. Parlare di occasione mancata più che di fiasco totale è forse più elegante.


