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The Book of Boba Fett, recensione della serie live action di Star Wars

La recensione della prima stagione di The Book of Boba Fett, la serie di Jon Favreu dedicata al celebre bounty hunter di Star Wars.

Un vecchio detto popolare recita: «Al cuor non si comanda». È risaputo, le emozioni sono – per loro stessa natura – imprevedibili (ma non totalmente irrazionali, come si è soliti pensare erroneamente). Capita così di innamorarsi di qualcuno senza un apparente motivo, magari avendolo intravisto di sfuggita una o due volte. Insomma, giusto il tempo di una veloce infatuazione. Per poi scervellarsi sul perché si prova quell’inspiegabile attrazione. Un comportamento che spesso contraddistingue la vita relazionale di ognuno di noi, e che si rivolge a persone in carne e ossa; ma che può anche contraddistinguere il rapporto con un personaggio di finzione: di un libro, di un film, di una serie tv. Da quest’ultimo punto di vista non vi è forse esempio migliore di Boba Fett, il celebre bounty hunter della saga di Star Wars oggi protagonista della serie The Book of Boba Fett, disponibile nella sua interezza su Disney+.

La storia della fortuna del villain creato da George Lucas per la prima trilogia ha dell’incredibile (si consiglia la visione del breve documentario Sotto l’elmo: sulle orme di Boba Fett, sempre su Disney+). Dopo essere apparso in alcuni eventi promozionali dedicati alla saga (principalmente sfilate) e nello speciale animato di Natale The Star Wars Holiday Special, Boba Fett fa ufficialmente la sua comparsa in Star Wars: Episodio V – L’impero colpisce ancora, per poi tornare nel successivo Star Wars: Episodio VI – Il ritorno dello Jedi. In entrambi i film i minuti che ha a disposizione per mostrarsi al grande pubblico sono assai pochi, e le battute proferite ancora meno. La sua fine è risaputa: accidentalmente Han Solo aziona il jetpack di Boba spedendolo (letteralmente) tra le fauci del Sarlacc, enorme mostro che vive al di sotto delle sabbie del pianeta Tatooine.

Date le premesse, il perché il pubblico abbia subito il fascino del personaggio è ancora oggi un enigma. Si è parlato (giustamente) dell’alone di mistero che circonda il personaggio: di poche parole e con il volto costantemente coperto da un elmo. Ma non ci togliamo dalla testa che un ruolo decisivo nella crescita della sua popolarità l’abbia giocato il caso. Fatto che sta che proprio a seguito delle richieste dei fan lo stesso Lucas decise di indagare le origini del personaggio nella trilogia di inizio nuovo millennio. In Star  Wars: Episodio II – La guerra dei cloni viene introdotto il padre di Boba, Jango Fett – ucciso dallo Jedi Mace Windu – e si apprende che il nostro altro non è che un clone (uno dei tanti, ma il solo ad essere allevato come un figlio). Tra i numerosi personaggi presenti nella serie animata Star Wars: The Clone Wars (dove si apprendono altre notizie circa la sua formazione da bounty hunter), Boba Fett ha fatto nuovamente irruzione nella saga (ormai definitivamente allargata anche alla serialità) nella seconda stagione di The Mandalorian.

Un’entrata in scena inaspettata – d’altronde, chi si immaginava che Boba riuscisse a sopravvivere all’atavica fame del Sarlacc? – e un cambio di prospettiva vertiginoso sul personaggio: da cattivo ad alleato del protagonista Din Djarin (Pedro Pascal). Un nuovo status che gli ha permesso –  come già anticipato proprio nella seconda stagione dedicata alle peripezie di Mando e del “figlioccio” Grogu (per favore, non chiamatelo più Baby Yoda) – di avere una sua serie: The Book of Boba Fett, appunto. Già il finale di stagione di The Mandalorian mostrava – in una scena post credit – Boba (Temuera Morrison, già inteprete di Jango in Star Wars: Episodio II – La guerra dei cloni) e la fida Fennec Shand (Ming-Na Wen) giungere su Tatooine per spodestare Bib Fortuna, erede dell’impero criminale del perfido Jabba The Hutt (quest’ultimo, già ex datore di lavoro del bounty hunter).

La prima stagione di The Book of Boba Fett riparte proprio da qui. Assunto il ruolo di signorotto locale del territorio nei pressi della città di Mos Espa, Boba si impegna a governare con giudizio e magnanimità. Dovrà però fare i conti non solo con una cittadinanza che non sembra molto entusiasta di riconoscere il suo nuovo ruolo, ma anche da combattivi antagonisti: il sindaco di Mos Espa, Mok Shaiz, i cosiddetti “gemelli”, cugini di Jabba The Hutt, che reclamano ovviamente la loro fetta, e un misterioso sindacato che mira a controllare il traffico di spezia sul pianeta. Quando il gioco comincerà a farsi duro, Boba sarà costretto a chiedere l’aiuto di un amico…

In principio solo sognata. Poi caldeggiata dopo l’annuncio da parte di Disney di voler ampliare l’universo di Star Wars, non solo al cinema ma anche sulla propria piattaforma streaming. Ed infine attesa, a seguito della conferma della produzione di una serie a lui dedicata. Dati i presupposti, era chiaro che le aspettative nei confronti di The Book of Boba Fett fossero assai alte. Altissime, se si pensa al coinvolgimento degli artefici del successo di The Mandalorian e del rilancio del franchise Star Wars (dopo la, più o meno disastrosa, nuova trilogia cinematografica): Jon Favreau e Dave Filoni. È con grande rammarico però che l’unico aggettivo che riusciamo a spendere per la nuova serie disponibile su Disney+ è inconcepibile.

Impossibile, infatti, non rimanere spiazzati – e, in fondo, anche profondamente delusi – da una serie che promette di essere una cosa e si trasforma ben presto in altro, rinnegando la propria singolarità. I primi episodi di The Book of Boba Fett, infatti, lasciano immaginare uno sviluppo narrativo incentrato sull’approfondimento del personaggio, con particolare attenzione alle disavventure di Boba successivamente ai fatti narrati in Star Wars: Episodio VI – Il ritorno dello Jedi. Ci viene mostrato come, una volta scampato all’affamato Sarlacc, il nostro venga salvato da una tribù Tusken e, a contatto con il primitivo e misterioso popolo nomade di Tatooine, riesca a redimersi, rinnegando il proprio passato e concedendosi una seconda possibilità. Ma non finisce qui. Il racconto del passato di Boba prosegue fino al presente, soffermandosi anche sul primo incontro con la mercenaria Fennec, a cui proprio Boba salva miracolosamente la vita. 

the book of boba fett

Tutto questo accade nei primi quattro episodi della serie, tutti perfettamente in linea con le aspettative dello spettatore, anche se non esenti da qualche (più o meno grande) difetto. Meno coinvolgente di The Mandalorian da un punto di vista narrativo, il racconto delle peripezie di Boba tradisce fin da subito un’evidente mancanza di respiro. Mentre la serie appare un prodotto ad uso e consumo (quasi esclusivo) di una fanbase di lungo corso, a differenza delle avventure del Mandaloriano e Grogu, più a portata di un pubblico mainstream. Per non parlare, poi, dello sviluppo drammaturgico: decisamente farraginoso, appesantito da quel continuo andirivieni temporale che lega presente e passato.

Un escamotage narrativo, quello del flash-back, che non riesce mai ad amalgamarsi con il resto della narrazione, ma viene invece continuamente esibito (le scene nel passato sono sempre precedute dalla medesime sequenza nel presente, un po’ programmatica: Boba addormentato in una capsula di bacta si abbandona ai ricordi). Spinti dall’amore nei confronti di Boba e curiosi di saperne di più sul suo conto (mistero, ciao ciao) siamo portati a chiudere uno, forse persino due occhi, e a dare a The Book of Boba Fett una fiducia incondizionata. Un gesto sentimentale, il nostro, che certo non avrebbe meritato il tradimento coincidente con gli ultimi tre episodi. Nel finale di stagione, infatti, la serie di Jon Favreau compie un clamoroso autogol: non solo reintroduce la figura del Mandolariano, ma spodesta Boba dal ruolo di protagonista, andandolo progressivamente a sostituire con l’amico Din Djarin.

Una scelta, quella di concedere spazio a Mando, che comporta inoltre il ritorno di una serie di personaggi legati all’universo di The Mandalorian: Grogu, ovviamente, ma anche Luke Skywalker (Mark Hamill, ancora ringiovanito in CGI), Ashoka Tano (Rosario Dawson) e persino lo sceriffo Cobb Vanth (Timothy Olyphant). Uno scellerato cambio di rotta a cui non si riesce francamente a dare una spiegazione logica. Forse gli autori si sono resi conto dello scarso appeal di Boba; o magari hanno voluto rimpolpare una trama che effettivamente fino alla quinta puntata sembrava eccessivamente scarna. Oppure è prevalso l’interesse a mettere in correlazione (le varie) storie e (i vari) personaggi, legando le singole vicende individuali a un macro-racconto più ampio.

Negli ultimi due episodi si intravede maggiormente la mano del “filologo” della saga Dave Filoni (regista del sesto) ed è evidente il tentativo di mettere in connessione la prima trilogia con la terza, tenuta a battesimo e conclusa da JJ Abrams (con la dimenticabile parentesi di Rian Johnson): nel sesto episodio si fa riferimento alla scuola di Jedi che Luke sta costruendo, la stessa che presumibilmente sarà spazzata via dalla furia cieca di Kylo Ren. Al di là della nobiltà dell’intento di Filoni & C., ultimata la visione di The Book of Boba Fett e tenuto conto di quanto abbiamo evidenziato poc’anzi (il ritorno sulle scene di Mando e Grogu, ecc.) sorge spontaneo domandarsi: ma era davvero necessario riesumare Din Djarin e fare degli ultimi episodi (nel quinto e nel sesto Boba non compare neppure) una sorta di ponte verso l’inevitabile terza stagione di The Mandalorian?

Non sarebbe stato più giusto concedere a Boba Fett una passerella d’onore solo per lui, senza l’obbligo di condividerla con qualcun altro? Anche solo per una questione di rispetto nei confronti di uno dei personaggi – lo dicevamo all’inizio di questo articolo – più amati dell’intera saga? Secondo noi sì. Invece gli sviluppatori di The Book of Boba Fett hanno scelto di intraprendere un’altra strada, condannando la serie ad essere (parafrasando un po’ Manzoni un po’ The Mandalorian) un vaso di coccio in mezzo a due vasi beskar: da una parte le due stagione dedicate a Mando e Grogu (il cui successo è certificato anche, se non soprattutto, dal proliferare delle immagini dei due protagonisti negli accessori di merchandising Disney), dall’altra la prossima uscita di Obi-Wan Kenobi, le cui prime puntate saranno disponibili dal 25 maggio.

Ed è un vero peccato, anche alla luce del potenziale intravisto durante il corso delle puntante ma mai davvero espresso (si pensi ad esempio al personaggio del wookie Krrsantan, sfruttato molto poco, oppure al solo accennato rapporto simbiotico tra il protagonista e il temibile rancor donatogli dai cugini di Jabba). Mentre lo spettacolare episodio finale riesce solo parzialmente a ristabilire le gerarchie tra i personaggi (anche se testimonia ancora una certa tendenza al mandaloriano-centrismo). E, alla fine, come concludere la nostra recensione se non con un “monito” a Jon Favreau e Dave Filoni, nella speranza possano ritrovare al più presto la giusta rotta: «This isn’t the way».

Guarda il trailer ufficiale di The Book of Boba Fett

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Spinti dall'amore nei confronti di Boba e curiosi di saperne di più sul suo conto siamo portati dare a The Book of Boba Fett una fiducia incondizionata. Un gesto sentimentale, il nostro, che certo non avrebbe meritato il tradimento coincidente con gli ultimi tre episodi. Nel finale di stagione, infatti, la serie di Jon Favreau compie un clamoroso autogol: non solo reintroduce la figura del Mandolariano, ma spodesta Boba dal ruolo di protagonista, andandolo progressivamente a sostituire con l'amico Din Djarin.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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