È cosa ormai abbastanza comune sintonizzare la propria tv su un qualsiasi canale del digitale terrestre, che sia Real Time o TV8, e imbattersi in qualche programma di natura culinaria. Il mondo della cucina è presentato in ogni declinazione possibile, che sia il contest (MasterChef Italia) o la classica esposizione della ricetta casereccia di turno (Fatto in casa per voi). Da Alessandro Borghese: 4 ristoranti al recente Foodish con Joe Bastianich, c’è ormai un format per ogni gusto, pronto a coprire dal ristorante stellato al camioncino del porchettaro più ignorante.
La cucina e il mondo della ristorazione sono ormai ambienti più che familiari per gli spettatori del piccolo schermo, che si ritrovano a discutere come grandi esperti di crumble e sifoni, o a muovere violente critiche allo chef impacciato di turno, come se fossero il Gordon Ramsay di Cucine da incubo o Hell’s Kitchen. Forme di storytelling ormai consolidate, che cercano di catturare un contesto e i suoi protagonisti imbrigliandoli nella loro narrazione preconfezionata. Sì, perché, per quanto la si definisca reality o talent tv, si tratta comunque di una realtà controllata e manipolata al fine di intrattenere, che sia attraverso le regole della sua formula, il montaggio o i comportamenti sopra le righe del conduttore o giudice di turno.
Più vero dei reality
La conseguenza sono produzioni ormai ingabbiate nei loro format rodati e reiterati all’infinito, che faticano a distinguersi l’uno dall’altro, oltretutto spesso risultando più artificiosi di quello che si vorrebbe. Ironico che un prodotto di fiction come The Bear, probabilmente la più celebre serie dal soggetto culinario, sembri più sincero di tanta televisione del reale. I drammi lavorativi e personali dei suoi personaggi imperfetti, finemente tratteggiati dal team creativo guidato da Christopher Storer (Ramy, Dickinson), risultano più veri di quelli dei partecipanti al cooking show di turno, dove spesso si cerca di smussare gli angoli, rendendo tutti il più gradevoli possibile.
Una sincerità che ne ha decretato il successo, sia di critica che di pubblico, sin dalla prima ora. Un vero e proprio fenomeno, capace di portare un realismo senza precedenti nel racconto di quel contesto umano e professionale, vicino a quanto fatto con quello ospedaliero da una pietra miliare della televisione come E.R. – Medici in prima linea. Dopo tutto questo clamore, con anche diversi Emmy e Golden Globe da vantare nel suo palmarès, la creatura di Storer non poteva che tornare per una quarta stagione, disponibile in streaming su Disney+ a partire dal 26 giugno.

Dove eravamo rimasti…
Avevamo lasciato il personale del The Bear, guidato come sempre dall’ossessivo e nevrotico chef Carmen (il futuro Bruce Springsteen Jeremy Allen White), in trepidante attesa della fatidica recensione del Chicago Tribune (trovate qui la nostra opinione sulla scorsa stagione). Il responso è purtroppo controverso; se da un lato si elogia la qualità del cibo, dall’altro vengono criticate l’incoerenza del menù e, soprattutto, l’atmosfera caotica del locale.
La strada del nuovo ristorante per ottenere l’agognata prima stella Michelin sembrerebbe ancora in salita. Come se non bastasse, lo zio Jimmy (Oliver Platt) ha deciso di lasciare solo due mesi di tempo all’attività per diventare redditizia, al termine dei quali chiuderà definitivamente i rubinetti del suo investimento. Mentre tutto lo staff del The Bear affronta continue sfide professionali e personali, il countdown si avvicina inesorabilmente sempre di più allo zero.
Fra show cooking e cinefilia
Abbiamo iniziato questo articolo parlando dei vari format di cooking show; ebbene, se si dovesse scegliete a quale più assomiglia l’inizio di questa nuova stagione di The Bear sarebbe, di sicuro, il succitato Cucine da incubo. Durante il primo episodio, infatti, Richie (il sempre ottimo Ebon Moss-Bachrach) decide di assumere tre ex collaboratori dell’Ever, il ristorante appena chiuso della chef Terry (Olivia Colman). Compito del terzetto sarà quello di migliorare la comunicazione e l’efficienza della cucina e del servizio del The Bear, con metodi sicuramente meno teatrali di quelli utilizzati da Ramsay o Cannavacciuolo nel loro programma.
Per mostrare l’impegno e il costante miglioramento dello staff del ristorante, The Bear opta per una classica tecnica cinematografica come il training montage, parentesi immancabile in ogni sports drama, ma che ben si sposa anche con l’attività dietro ai fornelli. D’altronde, è risaputo come The Bear, oltre che un ritratto appassionato del mondo della ristorazione, sia anche una serie cinefila, dalle scelte registiche ricercate. Una passione per la settima arte espressa anche attraverso il personaggio di Richie, estimatore di autori come William Friedkin e Ridley Scott, intento a godersi l’originale Quel treno per Yuma nel suo bar di fiducia (anche questa una storia dove il pressante scorrere del tempo è centrale, come per Carmen & Co.).

Due episodi particolari
Ma a prendere sempre più spazio in questa quarta stagione è la sous-chef Sydney (Ayo Edebiri), ancora indecisa se continuare con la caotica attività al The Bear, ma che sta iniziando a regalarle le sue prime soddisfazioni, o accettare l’allettante offerta di lavoro dello chef Shapiro. Un dubbio che è anche al centro del quarto episodio, dove un pomeriggio diverso dal solito, passato a badare alla figlia undicenne di una cugina, aiuterà la ragazza a schiarirsi le idee. Una delle migliori puntate di questa annata, scritta dalla stessa Edebiri insieme a Lionel Boyce, interprete del silenzioso pasticcere Marcus.
Altro episodio che merita una menzione speciale è, sicuramente, il settimo. Intitolata “I Bear”, la puntata mette in scena il ricevimento del matrimonio fra Tiff (Gillian Jacobs), ex moglie di Richie, e il perfettino Frank (Josh Hartnett). Un piccolo film a sé stante, della durata di un’ora, che rientra nella tradizione inaugurata da “Pesci”, episodio natalizio della seconda stagione, e portata avanti, nella terza, da “Cubetti di ghiaccio”, tutti firmati dalla sceneggiatrice Joanna Calo (Thunderbolts*). Naturalmente, aspettatevi tanti gustosi cameo (oltre ai già citati Jacobs e Hartnett, rifaranno infatti la loro comparsa Jamie Lee Curtis, John Mulaney, Bob Odenkirk e Sarah Paulson. Presente anche la new entry Brie Larson).
Una nuova stagione che ha perso un po’ il focus
Questa nuova annata di The Bear, con i suoi dieci episodi, riesce ancora a regalare diversi momenti ad alto impatto emotivo, sempre ben serviti da una regia e da scelte musicali adeguate, per non parlare delle ottime performance di tutto il cast. Purtroppo, sembrerebbe si sia perso il focus delle precedenti stagioni, lasciando spesso con la sensazione che gli autori stiano navigando un po’ a vista.
Non aiutano alcuni dialoghi più didascalici del solito, dove i personaggi sembrerebbero fare i conti con i propri sentimenti in modo eccessivamente consapevole, tanto da risultare forzati. Non si è ancora toccata la piattezza e la ripetitività di certe serie ormai arrivate al capolinea – o, per riprendere il tema iniziale, di certi programmi di cucina -, ma si spera che Storer e gli altri autori sappiano correre ai ripari prima del punto di non ritorno.


