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Sugar, recensione della serie con Colin Farrell

Rivisitazione contemporanea del giallo con protagonista un detective privato, Sugar è disponibile su Apple TV+ dal 5 aprile.

Ci sono generi che rappresentano, inevitabilmente, l’evoluzione della società e della cultura americana: lo sono il noir e il western, tipici dell’industria audiovisiva a stelle e strisce, ma anche il road movie e la fantascienza, anche se in parti minori. Ognuno di loro ha contribuito alla nascita (e alla creazione) di una nazione e del suo immaginario, legando i propri canoni stilistici ad uno storytelling più complesso e macroscopico che compone, infine, il ritratto di un intero popolo e dell’evoluzione dei suoi costumi.

Il western, in particolare, è figlio del mito della frontiera, di un’idea che vede la conquista e la distruzione (nell’ottica del disaster movie e del cinema apocalittico) come parte di un mito fondativo più ampio, legato alla costruzione dei confini degli Stati Uniti. E questi stessi schemi fissi sono poi stati adattati alla forma – e ai contenuti – del noir, creando un canone derivativo popolato di investigatori privati, assicuratori, femme fatale e criminali sinistri, confluiti infine nel crime e nel gangster movie. Il western ha influenzato il neo-noir odierno fino a contaminarlo, come dimostra un’opera come Drive, nella quale i cavalli sono sostituiti dalle muscle cars ma l’iconico cowboy solitario è ancora protagonista, solo nei panni dello stuntman interpretato da Ryan Gosling.

Per il genere sci-fi e il road movie si tratta invece di una situazione più borderline, potremmo dire di un’appropriazione – da parte della mecca del cinema hollywoodiano – di due generi che hanno raccontato inquietudini, cambiamenti, utopie e incubi di altre cinematografie (e nazioni) prima di essere rielaborati dalla sensibilità americana: il primo, attraverso il personaggio di Godzilla (ad esempio) ha perfettamente esorcizzato gli orrori della bomba atomica nel Giappone dei primi anni ’50, mentre nel caso del road movie è stato il “nostro” Il sorpasso a fornire l’idea alla base di Easy Rider, l’opera definitiva sulla controcultura degli anni ’70 e sulla fine dell’Era dell’Acquario.

I generi con i loro schemi, quindi, con canoni, codici da rispettare e punti fissi da tracciare per realizzare prodotti “seriali” destinati al grande schermo, senza trasgredire mai le regole. Anche se sulla carta scadente di riviste a basso costo, già a partire dagli anni ’20, gli autori avevano iniziato ad ibridarli tra loro lasciando che l’anarchia (e la fantasia) guidassero la creatività, creando in modo involontario un macro-genere come il pulp, che rappresenta il concetto stesso di pastiche, di guazzabuglio di generi ibridati tra loro.

Inseguire il mito del genere per poi decostruirlo

E Apple TV+, in parte recuperando questo gusto e la regola (non scritta) secondo la quale il genere può costituire una lente deformante sulla realtà, raccontandola nel migliore dei modi, si è approcciata con classe e stile all’argomento attraverso Sugar, la nuova serie che vede protagonista un magnetico Colin Farrell (Gli spiriti dell’isola), perfetto erede della tradizione hard-boiled e di una lunghissima serie di detective privati che hanno colonizzato, nel corsi dei decenni, lo schermo d’argento. Diretta da Fernando Meirelles, la serie – i cui primi episodi sono già disponibili sulla piattaforma dal 5 aprile – nasce dalla creatività di Mark Protosevich, che è anche produttore esecutivo, e vanta come co-produttore (e protagonista) lo stesso Farrell insieme, tra gli altri, a Kirby (Sandman) e James Cromwell (Succession).

Sugar nasce quindi come una rivisitazione contemporanea e post-moderna di uno dei generi più popolari nella cultura del XX secolo, ovvero il noir con protagonista un detective privato. E protagonista omonimo è proprio John Sugar, un investigatore privato americano alle prese con la misteriosa scomparsa di Olivia Siegel, giovanissima e amata nipote del leggendario produttore di Hollywood Jonathan Siegel. Mentre Sugar cerca di determinare cosa sia successo alla ragazza, però, porterà alla luce anche i segreti della famiglia Siegel, alcuni molto recenti, altri sepolti da tempo, in un crescendo di pericolo e oscurità. Che Apple TV+ sia una piattaforma incentrata sulla qualità non è un segreto: lo dimostrano molte delle serie più recenti che ha rilasciato, da Criminal Record fino a The New Look. Serie diverse tra loro, in grado di sperimentare senza mai perdere di vista la bussola della creatività intelligente che sospende l’incredulità degli spettatori, solleticando il loro piacere retinico tanto da abbattere quel confine immaginario tra cinema e serie tv, mondo del grande e del piccolo schermo casalingo.

Con Sugar la piattaforma fa un passo in più, inseguendo il mito del genere e decostruendolo fino a creare un pastiche post-moderno nell’era dell’ultra contemporaneità, nella quale perfino quest’ultimo potrebbe risultare già vecchio o superato, complice un’offerta (soprattutto televisiva) sempre più ambiziosa e pantagruelica che ha trasformato gli interessi del pubblico, rendendolo sempre più smaliziato e abituato a vedere le proprie aspettative superate dai risultati. Con questa serie costituita da otto episodi snelli e facilmente fruibili si vuole, invece, recuperare una dimensione di eleganza quasi retrò, coadiuvata dai continui rimandi ai brevi fotogrammi del grande cinema (di genere, of course) dell’epoca d’oro tanto da creare un effetto collage che ben aderisce al concetto di “scrittura per immagini”, dove sono proprio quest’ultime a raccontare una storia ben più complessa e articolata attraverso la macchina-cinema, coadiuvate dalla presenza di una sceneggiatura impeccabile che ne costituisce l’ossatura necessaria o, per meglio dire, lo schema logico entro i cui confini muovere l’azione, senza mai compiere il temibile “salto dello squalo” che aleggia da sempre come un’ombra oscura sulle sorti della serialità.

Esercizio di stile e riflessione meta-cinematografica

Ciò che balza agli occhi, fin dalla sigla vintage della serie, è il piacere di riprendere gli stilemi di un genere – il noir – e dei suoi innumerevoli sottogeneri per mescolarli con cura, come le parti di un gustoso cocktail: tanti dettagli che, una volta uniti, formano un quadro d’insieme più ampio e sofisticato capace di rinnovare quel filone che ha fatto la fortuna della Hollywood degli anni ’30 e ’40, quando sul grande schermo si muovevano personaggi borderline e anti-eroi immortalati nel crepuscolo solitario tra luce e ombra, dannazione e redenzione, bene e male, amore e odio.

Dicotomie che Sugar riprende perfettamente, giocando sul tema della moralità e soprattutto sull’ambiente che finisce per definire chi siamo, influenzandoci; ecco quindi che Los Angeles diventa uno sfondo imprescindibile, la Babele per antonomasia, titanica matrigna di cemento e asfalto eternamente avvolta dal sole o dalle luci a neon dei locali notturni. Con questo sfondo si muove John Sugar, che ha il fascino dei grandi divi del passato ma non è sdrucito come Bogart, pur avendone la malinconia solitaria; è un detective privato che si innesta nel solco della tradizione ma rinnovandola, grazie ad una sensibilità eccentrica e contemplativa. Sugar è sensibile alla persone e le mette al primo posto, prendendo a cuore il caso della “figlia d’arte” scomparsa; non c’è traccia di nichilismo in lui, anzi, per rubare le parole allo stesso Friedrich Nietzsche… forse la sua unica debolezza è essere “umano, troppo umano”.

Con una trama character oriented – perché sì, ciò che accade è importante, ma a fare la differenza sono proprio i personaggi – la serie sceglie di sposare il punto di vista del suo protagonista, di far sì che lo spettatore sia cullato dalla sua voce narrante esattamente come in un romanzo di Chandler o Spillane. E il risultato onora la tradizione superandola, abbracciando in pieno la lezione post-modernista che scompone tutto, dallo spazio al tempo approdando infine alla materia stessa. E questo gusto risulta quasi anacronistico perché figlio di una visione che ha avuto il suo culmine negli anni ’90, nel cinema di Quentin Tarantino, Takashi Miike e Takeshi Kitano, come pure nella serialità ibridata di Lynch con I segreti di Twin Peaks o nel cult X-Files.

Tutti eredi di un’epoca e di uno stile ben più antico, di una tradizione che rischiava di essere dimenticata senza una naturale evoluzione che contempla la contaminazione tra stili, generi, forme e modelli. E Meirelles dimostra di aver assorbito l’essenza stessa di questa riflessione piegando le inquadrature alle esigenze narrative, alle necessità psicologiche dei suoi personaggi (e, in particolare, di Sugar), sovrapponendo e poi scomponendo dialoghi e immagini, giocando con una fotografia densa, satura e pastosa che vira di colpo al bianco e nero, seguendo le orme dei vecchi cult, confondendosi proprio con i fotogrammi originali tratti da quest’ultimi, inquadrando – attraverso uno strettissimo occhio di bue che somiglia al buco di una serratura – il “suo” detective privato, scandagliando l’animo dei protagonisti tramite dettagli e particolari.

Tutto ha senso nell’universo stilizzato – ma mai così realistico – di Sugar, perché forte di una coerenza narrativa data da una sceneggiatura dove niente è lasciato al caso, nemmeno le svolte drammaturgiche più ardite, i plot twist più inaspettati: non mancano i collegamenti con l’attualità ad esempio, con il racconto dell’industria dietro il cinema, popolata spesso di scandali, comportamenti deprecabili e orrori che coinvolgono gli esseri umani, vittime e carnefici allo stesso tempo. E il mero esercizio di stile si trasforma, fin da subito, in una meta-riflessione sul cinema stesso, risposta all’eterna considerazione che accompagna, da sempre, cinefili e non: siamo fatti, per una buona percentuale, dai film e dalle serie tv che abbiamo visto (e amato).

Guarda il trailer ufficiale di Sugar

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Decostruire il genere con la consapevolezza delle sue forme, dei modelli e dei canoni prestabiliti: questo fa Sugar, contaminando tra loro stili ed estetiche ben diverse, giocando con un gusto vintage e con la stessa macchina-cinema, sulla quale finisce per riflettere. L'hard boiled aggiornato all'era moderna, senza dimenticare le lezioni (storiche) del pulp e del post moderno, figlio della creatività anni '90. Ma il mero esercizio di stile si trasforma, fin da subito, nella lente deformante per raccontare la realtà di oggi, specialmente quella oscura dell'industria del cinema.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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